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Mediterranea | November 16, 2018

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Viaggio al centro della terra del cinema - Mediterranea

Viaggio al centro della terra del cinema
Irene Melis

Agli albori della sua storia il cinema nacque come svago per far sognare una vita fantastica e rappresentare vicende ambientate in spazi “artificiali” in cui i paesaggi erano solo un contorno che, spesso, non erano neppure reali ma dipinti su pannelli di cartapesta.

Grazie ai suoi protagonisti (attori e attrici icone di un modo irraggiungibile) le storie narrate privilegiavano grandi passioni, melodrammi sentimentali, talvolta horror o storie di fantasia quale occasioni per stupire, meravigliare e mostrare i prodighi dell’arte delle immagini in movimento. Raramente avevano legami con la realtà più cruda e compassata.
Le ragioni di questa scelta produttiva erano in parte dettate dai limiti nell’uso dei mezzi che non consentivano di spaziare con le apparecchiature (allora moto ingombrati) fuori dagli studios della produzione, in parte dai gusti del pubblico che affollava le sale e amava evadere dalla realtà sognando vite e mondi diversi. Gli anni e la sperimentazione audace di molti registi hanno successivamente consentito di affacciarsi a tematiche più variegate molte delle quali di carattere sociale e politico.

Uno dei temi che ha caratterizzato trasversalmente la produzione e che ancora risulta essere forte in seno a molti film è la terra. Da sempre il suolo che calpestiamo ha rappresentato, simbolicamente e concretamente, l’humus nel quale si innestano e le nostre radici e dove è trasposta la nostra stessa esistenza. Non c’è genere che non citi la terra quale simbolo di identità, affermazione, appartenenza, evasione, esperienza pioneristica o ritorno a casa.

Ne è un esempio il genere western che trae proprio origine dalla ricerca di nuove terre da parte dei pionieri americani che allargano verso l’inesplorato ovest (la mitica frontiera) il futuro stesso di un’Unione di Stati che si espande. Gli scontri tra pionieri e indiani sono stati spesso narrati nei film western con una semplificazione delle reciproche ragioni che mostrano i nativi indiani nelle vesti di cattivi e i pionieri come portatori di civiltà, ma fin da subito è chiaro che il bene supremo è una terra selvaggia molto desiderata da entrambi. Con una sostanziale differenza: per i Nativi si tratta di una terra sacra, da difendere, appartenuta da sempre fin dalla creazione; per gli altri della sua conquista per la necessità di nuovi spazi.
E così dai maestri del genere classico, John Ford e Howard Hawks, passando per gli spaghetti western di Sergio Leone, fino alla rilettura con film revisionisti del genere (“Soldato blu”, “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, “Piccolo Grande Uomo”, “Balla coi lupi”, “Il texano dagli occhi di ghiaccio” e “Gli spietati”), le storie western dai dialoghi molto semplici, dai pistoleri senza volto, dagli assalti ai fortini, dagli sfrenati inseguimenti a cavallo, dalle lotte fra Nativi e conquistatori, altro non sono se non una lotta per la terra quale simbolo della propria esistenza e sopravvivenza.

Neppure il cinema di fantascienza si esime dall’avere questo come tema saliente. Anche quando si parla di viaggi interstellari per esplorare l’infinito (“Il pianeta proibito”, “Guerre Stellari”, “2001 Odissea nello spazio”, “Solaris”, “Gravity”), di contatti con extraterrestri/entità aliene (“Ultimatum alla Terra”, “L’invasione degli ultracorpi”, “La cosa”, “Blob”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “E.T. l’Extraterrestre”), di scenari apocalittici (“L’esercito delle 12 scimmie”, “I Sopravvissuti”), di fantapolitica (“Metropolis”, “Il dottor Stranamore”, “Brazil”), di mondi futuribili (“Il pianeta delle scimmie”, “Fahrenheit 451”, “eXistenZ”, “Matrix”, “Minority Report”) o di robot (“Blade Runner”, “Terminator”, “Avatar”) non viene mai meno il contatto con le problematiche più vicine alla vita quotidiana che fanno di questo genere profezia e metafora del presente.
In questi film la terra è il pianeta fonte di vita e madre nutrice, ma anche il simbolo di un’innocenza perduta a causa dell’ambizione e dello sprezzo umano che si tenta di recuperare con viaggi nel tempo che cercano di evitare eventi scatenanti e distruttivi o con alleanze e coalizioni per contrastare la conquista del pianeta da parte di forze nemiche ostili.
Ma se molti di questi film hanno la funzione di esorcizzare timori per un futuro inquietante e di rassicurare sul potere della scienza nel trovare una soluzione, è nei film di ricostruzione storica e sociale che troviamo narrato e scritto nella carne viva la lotta e l’amore per la terra.
Che si tratti di guerra o di pace, lo sfondo delle vicende narrate è rappresentato da una Patria da difendere, da una terra da custodire o, quando si tratta di guerre di conquista, di un posto del cuore nel quale tornare per sfuggire agli orrori della guerra. Sotto questa luce stilare un elenco, seppur minimo, dei film che meglio rappresentano questo legame con la terra è impresa ardua.

Ci limiteremo a citare solo pochissimi esempi, simbolici, e personalissimi per scelta, nei quali emerge l’afflato dei protagonisti per quel legame così forte e vitale: “Terrà a libertà” di Ken Loach che narra della lotta per la libertà contro l’esercito franchista in Spagna e fa incontrare nipoti e nonni nel riconoscere il valore della democrazia; “Leviathan” di Andrey Zvyagintsev che ci immerge impotenti spettatori nella battaglia di un singolo contro un potere corrotto che lo vuole privare arbitrariamente del suo podere a scopri speculativi; “La sottile linea rossa” di Terence Malick nel quale il protagonista, soldato nella Seconda Guerra Mondiale, si immerge in una terra dalla natura lussureggiante che lo avvolge come in un guscio quasi per isolarlo dalle brutture della guerra; “Stromboli, terra di Dio” dove una profuga, sposa per necessità, scappa dalla comunità opprimente e bigotta che la ospita e, in cima al vulcano che la porta dall’altro capo dell’isola, mentre gli elementi della natura sembrano esplodere, ritrova il contatto con la vita che porta in grembo e, con esso, la speranza di ri-vivere; il documentario “Il sale della terra” di Wim Wenders sul grande fotografo Sebastiano Salgado che documenta con commossa partecipazione la vita, la sofferenza e la speranza di un pianeta meraviglioso; “L’Uomo di Aran” di R. J. Flaherty, il docufilm dove una popolazione indomita (i pescatori in un piccolo “scoglio” irlandese) sottrae alla natura avara dell’isola ogni singolo centimetro di terra per la propria sopravvivenza; “Il giardino di limoni” di Eran Riklis che narra la battaglia legale di una donna palestinese che difende il proprio limoneto a suo modo affrontando il conflitto israelo-palestinese con l’inatteso coinvolgimento della moglie del Ministro della Difesa israeliano.

Infine, è inevitabile non menzionare “Via col vento” di Victor Fleming, il film cult che fa della lotta per la terra (siamo in piana guerra di Secessione), e dei possedimenti della famiglia O’Hara in particolare, il proprio filo conduttore. Qui, al pari degli umani, la terra è protagonista e ha un nome proprio: Tara.
L’interprete principale, Rossella, la invoca in più scene ricordando a se stessa di trarre la propria forza dalla terra, perché è parte di essa, perché essere a Tara significa essere “A casa, a casa mia”.

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