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La nuova El Dorado della gastronomia campana è indubbiamente il Piennolo, il famoso pomodorino pizzutello che viene tradizionalmente coltivato, come indicato dal disciplinare, nel territorio dei seguenti comuni della provincia di Napoli: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa Di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase, oltre che la parte del territorio del comune di Nola, delimitata perimetralmente dalla strada provinciale congiungente Piazzola di Nola al Rione Trieste, per il tratto che va sotto il nome di “Costantinopoli”, dal “Lagno Rosario”, dal limite del comune di Ottaviano e dal limite del comune di Somma Vesuviana.

Nulla di nuovo per i consumatori dell’area napoletana e di tutta la Campania, che da decenni conoscono ed apprezzano le proprietà qualitative del Pomodorino del Piennolo Dop, per non parlare dei tanti italiani che dimostrano un interesse sempre maggiore per questa prelibatissima cultivar di Solanum Lycopersicum, appartenente alla famiglia delle Solanacee.

Fatto sta che questo frutto costituisce attualmente una ghiotta opportunità nella filiera agroalimentare, tanto per i buoni che per i cattivi produttori, almeno al pari di quanto lo fosse già la Mozzarella di Bufula trent’anni fa, quindi all’inizio dei suoi anni d’oro, un successo commerciale inarrestabile ancor oggi, anche dal punto di vista del rischio delle frodi alimentari.

Nel pomeriggio di giovedì 29 febbraio si è tenuta la terza edizione di “Piennolo Forum”, organizzata da Agros-Consulenti in Campo presso il Castello di Santa Caterina a Pollena Trocchia. Tema del convegno, come riportato anche da alcuni quotidiani, “frodi e contraffazioni, sfide e opportunità”. Sulla carta stampata si apprendeva che “si tratta di tematiche che non saranno trattate solo ed esclusivamente come argomenti di soppressione di comportamenti errati, ma verranno letti in un’ottica propositiva, offrendo una veduta su strategia di marketing e comunicazione che possano far trasmettere i propri virtuosismi a quelle aziende rispettose delle regole”.

Insomma, non c’è che dire: a leggere la notizia sull’evento e queste ultime parole, per quanto si evinca un tono alquanto buonista, pare che l’aspettativa dovesse essere quella della trattazione in fatto di frodi e contraffazioni, per poi rivedere le soluzioni al problema e le proposte a vantaggio dei produttori virtuosi.

Decisamente un’occasione ghiotta quella di partecipare, almeno per chi, da consumatore attento, cerca sempre di capirci di più, riscontrando purtroppo che nel mare magnum dei soli social media, provando semplicemente a fare una ricerca basata sull’#piennolo, il disorientamento e la confusione sono tali che da soli basterebbero a dare una vaga idea agli organismi preposti ai controlli da dove iniziare a cercare, senza dover più brancolare nel buio: pomodorini gialli e di ogni altro colore, di origine nobile ma non certo del Vesuvio, Monti Lattari, Costiera Amalfitana, Penisola Sorrentina, se tutto va Bene, cedono il passo a produzioni tedesche, scandinave e statunitensi, importate o meno. Insomma, dopo alcuni minuti nel tentativo di trovare un prodotto autentico, che contempli almeno i requisiti sanciti dalla dop, quindi origine vesuviana, colore rosso e che sia stato appeso, si ha la sensazione di svuotare il web dal “Piennolosounding” al pari del mare con un bicchiere.

Com’è andata all’evento in effetti?

Dopo i saluti istituzionali e la moderazione di Gianluca Iovine, al timone della Agros, arrivano gli interventi istituzionali ed a seguire, come da copione, i premi istituzionali di “Patto per il Piennolo”, un riconoscimento all’impegno verso la protezione del patrimonio agricolo vesuviano.

Raffaele De Luca, presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, interveniva parlando di superamento delle difficoltà burocratiche e di aiuti economici per le nuove aziende, oltre che, visti i grossi volumi di vendita, di proteggerne il lavoro, unitamente alla tutela ambientale, l’altra parte della medaglia, in un’ottica complessiva di protezione della biodiversità; invece Salvatore Loffreda, di Coldiretti Napoli, ha fatto comprendere che per una maggior tutela occorra certificare sempre di più, rassicurando che “Coldiretti c’è”. Durante i suoi saluti Cristina Leardi, presidente del Consorzio di Tutela del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio, teneva a ricordare che nella stessa giornata il parlamento europeo ha approvato la riforma alle Dop-Igp per evitare la svalutazione dei prodotti, temendo non fossero più tutelati e ribadendo la necessità di maggiori controlli, strumenti più trasparenti sul mercato e maggior coordinamento sul territorio. Nell’intervenire, Ciro Giordano, presidente del Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio, segnalava positiva la presenza di due consorzi autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole al convegno e necessario tramandare alle generazioni future le tradizioni entro cui il pomodorino orbita; Gabriele Melluso di Assoutenti, parlava di sfida importantissima, del fatto che sia il più giovane presidente tra i consorzi di tutela e del bisogno di un più stringente dialogo tra produttori e consumatori, per consapevolizzare verso il prodotto, tenendo a sottolineare la sua disponibilità.

Insomma tutto molto istituzionale ed autocelebrativo sin dal principio, con un corale “frodi come opportunità e non un problema”.

Decisamente interessante l’intervento tecnico della professoressa Paola Adamo, docente dell’Università Federico II di Napoli al Dipartimento di Agraria: avocata dalla lungimiranza di Pasquale Imperato, presidente del comitato promotore per il Consorzio dell’oro rosso, al fine di realizzare un progetto di tracciamento e mappatura del territorio, la professoressa ha spiegato al pubblico le evidenze di “tomato trace 4.0”. In forza al Consorzio Paola Adamo, in qualità di chimico agrario e referente scientifico, si è occupata principalmente di tessitura del terreno, fornendo la georeferenziazione di tutta l’area inclusa nella Denominazione di Origine Protetta e delle aziende più rappresentative, fornendo dati su quote altimetriche, versanti e natura dei suoli. La disanima ha potuto evidenziare quanto certi parametri abbiano un effetto maggiore rispetto al varietale, insomma il potere del terroir sulla cultivar, e rilevare la differenza tra ciò che nel pomodorino del Piennolo è potenzialmente biodisponibile da ciò che è prontamente biodisponibile: una differenziazione fornita in base al modello multi-elementare, un modello capace di distinguere anche un pomodoro dop da un non dop al 100% o quasi. Per poter ovviare a ciò la professoressa Adamo ha fatto presente che lo studio comparato è stato condotto fornendo ai produttori la varietà Principe Borghese, unitamente alle piante di Acampora, Cozzolino e Zizza di Vacca, alcuni degli ecotipi del pomodorino vesuviano. Un lavoro complesso che ha potuto fornire ai produttori informazioni diversificate per terreni dop e non dop, grazie alla raccolta dei suoli per caratterizzazione, periodo, ambiente, clima e persino sulle principali varietà e sugli ecotipi appunto.

Pino Coletti ha intrattenuto il pubblico parlando delle opportunità della certificazione blockchain, a nome di “Authentico”, azienda di cui è ceo e che ha contribuito a fondare; il suo intervento, evidentemente anticipato e benedetto dalla necessità di “certificare sempre di più” ed avere “strumenti più trasparenti sul mercato” di cui sopra, metteva in evidenza vecchi studi quali ad esempio l’eye tracking, che un consumatore tende a scegliere un prodotto tra i 3 ed i 7 secondi, quindi Coletti ha affrontato il tema della storicità del marchio, evidenziando la fiducia fosse riposta nello stesso marchio, oltre che l’ovvia conseguenza dello spaccio di prodotti dop falsi comporti i sequestri e quindi la sfiducia nei brand; inoltre si  sono portati, a supporto della trasparenza di cui la certificazione blockchain è foriera, i  seguenti temi: origine, sicurezza alimentare e poi gusto dei prodotti, elementi fondamentali che per gli italiani costituiscono sinonimi di qualità, unitamente al fatto che il numero di persone che legge l’etichetta sarebbe cresciuto, concentrandosi su data di scadenza e ingredienti, quindi ancora sulla trasparenza.

Certo il potenziale della certificazione blockchain è alto e i prodotti veicolati dallo stesso hanno un ottimo trend in fatto di penetrazione di mercato, ma sarebbe stato utile ribadire che si tratta pur sempre di una autocertificazione che il produttore di un bene, fuori da altri usi, può depositare in maniera incontrovertibile, certo, ma che non va a sostituire le certificazioni obbligatorie. Esistono poi strumenti legali tali da tutelare i cittadini da una dichiarazione mendace, circa il contenuto, e che sanzioni rischierebbe il produttore che ricorrerebbe alla blockchain in modo inopportuno?

Il discorso di Angelo Marciano, colonnello dei carabinieri ed alla guida del reparto dell’arma al Parco Nazionale del Vesuvio, ha fornito alcuni dati e spunti interessanti: l’italiansounding ha un valore odierno di 100 miliardi, con un’insospettabile crescita in Russia che, implicitamente forse, vorrebbe dire che il falso Made in Italy ha un ottimo giro di affari, visto l’embargo. “Hanno senso nel disciplinare i 250 quintali per ettaro a fronte dei precedenti 150 che una produzione normale manco riusciva ad esprimere?”, ha chiesto al pubblico adducendo al fatto che siano troppi. Il militare ha ribadito poi l’importanza di evitare la perdita di suolo fertile, come accaduto dopo l’incendio sul Vesuvio del 2017, e che “Il rispetto della legalità non uccide l’economia, la salva” . Infine ha precisato che “l’arma nasce per essere dalla parte del cittadino, togliendo il sonno ai disonesti per vegliare sul sonno degli onesti”.

A seguire Nicola Caputo, assessore regionale alle politiche agricole e forestali: compiaciuto per l’intervento del colonnello Marciano non troppo enfatizzante gli aspetti repressivi, in quanto il periodo richiederebbe il dover parlare di cose belle, a suo dire, sottolineava la necessità di lavorare alla “dop economy campana” e agli investimenti, in virtù del numero esiguo di aziende agricole e della bassa produzione. Caputo ha in pratica richiesto una migliore messa a sistema, facendo team work, per tutti i 18 comuni inclusi nel disciplinare, includendo possibilmente altri distretti agronomici, come quello della mela annurca e del pomodoro San Marzano, per un vicendevole sostegno.

D’altronde c’è bisogno di fare gioco di squadra con gli addetti alla ristorazione e trovare sinergie con gli operatori del turismo e dell’accoglienza, per un marketing ed una comunicazione più funzionali.

Al termine dei lavori l’intervento di Davide Parisi, amministratore delegato di Evja, azienda performante nella tecnologia e nell’intelligenza artificiale dedicate all’agricoltura, ha riacceso un forte interesse da parte del pubblico. La sua realtà imprenditoriale ha saputo raccogliere oltre 150 milioni di dati microclimatici in tutto il mondo, grazie a dispositivi che raccolgono informazioni in tempo reale, fornenti anche elementi di geolocalizzazione. Nel suo discorso ha sostenuto chel‘esperienza sul campo non potrà mai essere sostituita dall’IA, bensì supportata da essa semmai per la misurazione dei parametri principali e la memoria dei raccolti, in correlazione tra sonde, stazioni meteorologiche e satelliti. Asservire una piattaforma di questo tipo all’agricoltura, diceva il Parisi, ha già espresso enormi vantaggi nella gestione dell’irrigazione e per la difesa attiva delle colture, grazie anche a modelli agronomico-funzionali in grado di prevenire l’insorgere di malattie vegetali e l’attacco dei parassiti.

Per quanto gran parte degli interventi siano stati quantomeno generalisti, va riconosciuta l’importanza di alcuni di essi di natura tecnica e di certe considerazioni che si sono distaccate da un dibattito decisamente fuori dal titolo che si è voluto dare alla manifestazione: è grazie al pomodorino del Piennolo se il Vesuvio non è “caduto” addosso al territorio di cui è progenitore e custode, costituendo il motivo per cui l’agricoltura è tornata alle pendici del vulcano, favorendo migliorie a partire dal semplice ripristino dei muretti a secco, ai campi coltivati con tante altre varietà orticole ed ai vigneti, grazie a cui si contrasta quotidianamente il dissesto idrogeologico e la disgregazione delle comunità rurali. Certamente si è anche osservato che, per poter avviare un’attività ed ottenere dei permessi, chiedere il parere ad enti di varia natura in quanto ai vincoli possa essere, talvolta, una lungaggine farraginosa, punitiva, superflua e limitante, così come è troppo frequente che i moduli di denuncia anonima delle frodi, eccellente strumento per contrastare gli illeciti e superare il muro dell’omertà, restino inutilizzati. Si è sentita in effetti la nostalgia di una disanima concisa sul nocciolo della questione, a causa di un costante ruotarvi attorno con discorsi certo importanti, ma sin troppo periferici.

Purtroppo va considerato che nel corso degli anni la forza lavoro deputata ai controlli è stata più che dimezzata, per non parlare della soppressione del Corpo Forestale dello Stato, entrambi sintomo di una evidente impossibilità a ricoprire qualsiasi territorio per qualsivoglia verifica finalizzata a scoraggiare i brogli.

Il disciplinare del pomodorino del Piennolo, a meno di modifiche, parla chiaro: la forma di allevamento prevede esso venga coltivato esclusivamente in pieno campo e che le piante, allevate in verticale, abbiano uno sviluppo in altezza fino ad un metro, sostenute con legature di fili tesi fra paletti di sostegno o da cannucce infisse al suolo, in gruppi di tre, a mo’ di capannina, in maniera che le bacche non tocchino il terreno ed i frutti, ricevendo i raggi del sole in maniera uniforme, acquistino la tipicissima colorazione rosso ardente che li contraddistingue; allo stato fresco, ad entro quattro giorni dalla raccolta, si dovrebbe constatare una tenace attaccatura del frutto al peduncolo, il residuo ottico dovrebbe afferire a un minimo di 6,5° Brix, la pezzatura dovrebbe avere un peso non superiore a 30 g, in quanto a forma, ci dovrebbe essere un rapporto fra i diametri maggiore e minore compreso fra 1,2 e 1,3, il colore esterno, a maturazione avvenuta, dovrebbe essere vermiglio, mentre quello della polpa rosso e da un’elevata consistenza, infine, in quanto a sapore, esso dovrebbe essere vivace, intenso e dolce-acidulo, piuttosto che dalla spiccata tendenza dolce tanto ricercata dal mercato.

Oltretutto non sarebbe il caso di chiedersi se sia opportuno istituire dei panel test di modo che assaggiatori competenti canonizzino le proprietà organolettiche dell’oro rosso vesuviano?

A proposito: poiché l’impianto deve poter essere opportunamente eseguito tra il 15 marzo e il 15 maggio, con messa a dimora di piantine radicate in semenzai allestiti sul suolo oppure in contenitori alveolati, non sarebbe una straordinaria opportunità per organizzare una bella gita con istituzioni, enti di controllo e consumatori, così da non perderci il bello della diretta? Magari diventa pure la migliore occasione per i produttori per farsi filmare, magari con un satellite, e inserire il video della semina in blockchain, oltre a tutto il resto, se proprio non se ne può fare a meno. Auguriamo un’ottima annata a tutti i contadini ed alle aziende virtuose che a breve si accingeranno a seminare il pomodorino del Piennolo.

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