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Tra espianti per prevenire la sovrapproduzione e la peronospora a colpire pesantemente la trascorsa vendemmia, l’incertezza attuale dei mercati, dopo gli incoraggianti segnali malgrado la pandemia virale, la crisi dell’Agricoltura bell’e sepolta da un ventennio e strumentalizzata per la corsa alle elezioni europee, il mondo vitivinicolo non dorme mai. Tutto però deve apparire satinato, perfetto, in un mondo in cui sembra che ci siano più ombre che luci e dove chi cerca di fare chiarezza viene tacciato d’essere un wine enemy. La fiera delle vanità deve poter andare avanti, rappresenta comunque uno dei peccati capitali mediante cui le aziende di comunicazione fanno leva motivazionale, contando sull’ego dei produttori, spillando soldi e continuando a fare retorica su chi si spaccherebbe di più la schiena per amore del proprio territorio, pure perché, se retorica e arte della persuasione non fosse, ogni luogo in cui insista una cantina sarebbe tutto un Eden di ordine e bellezza.

Però non ci stanno santi, le aziende devono campare di commercio, marketing e storytelling, quindi non c’è nulla di male se, tra una partita di golf e tutta una sequela di impegni mondani, un onesto imprenditore del vino rubi ogni tanto la scena a chi lavora in vigna e si fa scattare una foto con le mani sporche di terra per una famosa rivista o per una graziosa instagrammata.

Ma, pur senza intaccare i loro legittimi interessi, le cantine e i consorzi potrebbero fare di più?

È trascorsa giusto qualche settimana da quando il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani ha diffuso un importantissimo e quantomeno rivoluzionario comunicato: il consiglio di amministrazione dell’ente piemontese ha approvato alcune sostanziali modifiche ai disciplinari di competenza, modifiche che potrebbero diventare effettive a patto che la maggioranza dei produttori voti favorevolmente.

Questi i temi principalmente dibattuti: come per il Barolo, menzioni comunali anche per il Barbaresco ed utilizzo dei grandi formati, comunque non oltre i 18 litri; interscambiabilità tra le aree di Barolo e Barbaresco per le attività di vinificazione e imbottigliamento, senza però modificare le zone di produzione delle uve, e comunque escludendo i territori posti a sinistra del fiume Tanaro; poi, nell’ottica di trovare valide soluzioni al cambiamento climatico, la rimozione del divieto di impiantare viti di Nebbiolo, atte a Barolo e Barbaresco, sui versanti esposti a Nord, senza incremento della superficie totale vitata.

Ecco però la proposta più radicale: i vertici del Consorzio sostengono che, a causa di un disciplinare decisamente obsoleto, redatto negli anni ’60, occorra urgentemente limitare il perimetro entro cui imbottigliare il Barolo e il Barbaresco, in quanto per legge esso deve coincidere con la zona di vinificazione, con l’obiettivo di tutelare le denominazioni da un punto di vista sia tecnico, quanto etico, che economico-commerciale.

Non è la prima volta che Matteo Ascheri, al timone del suddetto Consorzio di Tutela, propone cambi paradigmatici e soluzioni alternative: la decisione di non partecipare al Vinitaly dopo il 2022, perché le fiere hanno fatto il loro tempo e perché con i soldi per la partecipazione, sosteneva, si potesse fare di meglio in termini comunicativi per le cantine, è stata a dir poco roboante.

Per Ascheri limitare l’imbottigliamento fuori dalle aree produttive, se non eliminarlo del tutto, è fondamentale: scongiura frodi e, al tempo stesso, risolve il gap fiscale inerente le esportazioni negli stati Uniti. Tali contromisure tengono sì conto del vigente Tree Tears System sul mercato americano, che diversifica il livello di tassazione tra importatore, distributore e dettagliante, implicando un maggior aggravio fiscale per chi esporta esclusivamente Barolo imbottigliato rispetto a chi esporta il vino sfuso, poi imbottigliato in loco, ma contribuiranno inoltre a ridurre anche le zone d’ombra. In pratica, se le riforme al disciplinare passassero, si eviteranno alcuni salti nei vari passaggi tra la ricezione dello sfuso e l’imbottigliamento fuori zona, scoraggiando condizioni competitive troppo differenti tra gli attori posti a diversi livelli del mercato e si potranno prevenire le frodi, che certamente non costituiscono un concreto rischio soltanto per le esportazioni fuori dall’Italia.

Ascheri dimostra, grazie alla sua lungimirante attitudine alla concretezza e al bene collettivo, che interessi economici e territoriali non soltanto si possono conciliare, ma possono coincidere addirittura.

Devo considerare, chiedendo scusa ai miei Barolo e Barbera, che il Taurasi si deve considerare loro fratello maggiore” sosteneva l’on. Arturo Marescalchi, famoso enologo ed agronomo piemontese, nonché sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, agli inizi degli anni ’30.

La connessione tra gli universi Barolo e Taurasi stavolta, al di là dell’indiscussa qualità di entrambe le eccellenze enologiche, vuole essere la seguente: evitando paragoni impropri, tanto tra i due Consorzi, mondi geopolitici e mindset completamente diversi, almeno quanto le differenze tra le Strade del Vino delle due regioni, pure perché in Campania esistono ma è come se non ci fossero, la nota dolente riguarda proprio gli imbottigliatori fuori dall’area di produzione.

È il caso di ricordare che la denominazione di origine controllata e garantita afferente al Taurasi, non certo la sola in Campania e come tante altre in Italia, è incernierata su un disciplinare aperto, ossia che consente l’imbottigliamento fuori zona di produzione, addirittura in aree extraregionali. Tali clausole non sono riconducibili anzitutto alla docg, entrata in vigore nel ’93, ma piuttosto rappresentano un retaggio della vecchia doc del 1970, assolvendo senz’altro a necessità e urgenze dell’epoca, va riconosciuto, ma che oggi si sono cementificati in diritti acquisiti inamovibili secondo certi soggetti, gli stessi che affermano l’Unione Europea non accetterebbe restrizione ai disciplinari di produzione e che, forse, non sono al corrente del precedente epocale che si intende mettere in atto su in Piemonte.

La pratica dell’imbottigliamento fuori area è assolutamente legale, tenuti in considerazione i rischi di cui sopra enumerati da Matteo Ascheri e le differenze che si generano sui mercati all’Estero, soprattutto in America, che valgono per tutti, ma è importante riconoscere che il prestigio internazionale del Taurasi, corroborato dai recenti successi, non può e non deve essere offuscato da tale pratica, non lo meritano le cantine operose che lo producono e non lo meritano gli Irpini, pertanto una più profonda riflessione deve essere fatta, almeno al pari di quanto sta facendo il Consorzio piemontese.

Insomma, se il vino deve rappresentare il territorio lo deve fare in toto e se si vuole edificare sul serio il brand Irpinia, soprattutto dopo il successo del Taurasi, bisogna concepire che la lente di ingrandimento a cui ci si espone ha una dimensione maggiore.

Imbottigliare fuori area produttiva provoca una decrescita della reputazione del vino e lo deprezza.

È impensabile che nella verde Irpinia, una delle province più ricche della Campania, ricchezza che trova fondamento attraverso la preesistenza di una grande Civiltà Contadina, vi sia un dilagante spopolamento, grosse carenze infrastrutturali ed alto tasso di disoccupazione. A dirlo la stessa Confindustria nel 2023. Evidentemente indicatori economici, come ad esempio il prodotto interno lordo, non rispecchiano sempre la realtà media vissuta dalle persone comuni, ma il risultato è che l’Irpinia sta morendo.

Certo la colpa è della politica, ma forse che il vino non sia pure politica?

Qualcuno inizia a sostenere che i Consorzi siano diventati luoghi di condensazione elettorale e scambio clientelare, ma per saperlo basterebbe semplicemente seguire la scia delle varie nomine ed a quale indirizzo vengono assegnate consulenze particolarissime e lautamente remunerate.

Tutti parlano di vino, pochi dicono…

Proprio ad Avellino il 29 giugno del 2022, in presenza dello stesso Matteo Ascheri, ospitato dal neo insediato Consorzio di Tutela Vini d’Irpinia presso l’Istituto Enologico De sanctis”, durante l’evento “Taurasi, the King of southern Italy”, ci si riempiva abbondantemente la bocca a parlare dei gravi problemi summenzionati e del calo delle nascite, persino in centri più densamente abitati come Atripalda.

Il senso delle parole profonde di Ascheri all’epoca si perse tra l’esterofilia, il politichese ed il grande entusiasmo di apportare un cambiamento che ad oggi non è ancora significativamente avvenuto, concentrandosi troppo su ospiti che parlavano appena in termini elementari del mercato americano e sulla volontà di creare brand ambassador all’Estero.

Alla faccia del titolone anglofono della rassegna, qui parliamo di un territorio ove più dell’80% dei produttori di vino non è alfabetizzato nella lingua inglese e, si impari dalla storia dell’invasione persiana in Grecia, andrebbero formati più ambasciatori appassionati in loco che mercenari fuori… saranno stati mica pervasi dal fascino per l’esotico?

Ma sarebbe comunque il caso di metterci in testa una buona volta che la presunta amorevole abnegazione per il territorio, tanto proclamata sui siti delle aziende producenti vino, coincide esclusivamente con il perimetro delle loro proprietà e dei loro interessi, virtuosismi comunicativi senza alcun fondamento, eccezioni a parte, mediante cui capiamo del perché il territorio vada in frantumi e le comunità rurali muoiano.

Si rifletta oltretutto su un fatto altrettanto oggettivo: gli interessi di viticoltori, vinificatori e imbottigliatori non potranno mai coincidere del tutto presso una sede consortile, semplicemente trattasi di esigenze diverse, sennò ci rimetterebbero tutti, anziché in pochi.  

Se le tutele fossero estese ad ogni categoria non si riesce a comprendere perché, nel tentativo di arginare il business degli imbottigliatori fuori area produttiva, debba esserci il rischio, o il malcelato ricatto, che le uve dei conferitori debbano restare invendute.

Una certa retorica comunicativa è sempre andata raccontando che di Taurasi, qualora i campani volessero berne tutti assieme in un giorno, non ce sarebbe abbastanza a soddisfare il fabbisogno regionale. Se ciò fosse vero sarebbe una notizia splendida, tanto per i vignaioli che per le cantine che ancora vanno cercando dove sia l’uva Aglianico per produrlo, sempre che queste non abbiano società che imbottigliano fuori con nomi diversi o altri interessi di sorta di cui non ci è dato sapere. Fatto sta che una seria volontà di tutela nei confronti dei vignaioli, l’anello più debole della catena, si sarebbe espressa già da un pezzo con azioni mirate ad aumentare il valore dell’uva al chilo.

L'imbottigliamento del vino fuori area di produzione è una questione che riguarda in pratica tutta l'Italia. Qui si traccia un parallelo tra Barolo e Taurasi a partire dall'approccio alla questione da parte di Matteo Ascheri.

Tali questioni non gettano certo ombre sulla rispettabilità e il livello qualitativo raggiunto dalle tantissime cantine avellinesi, ma devono poter aprire certamente a delle considerazioni che il Consorzio di Tutela Vini d’Irpina, suo malgrado, dovrà porsi. La situazione per la compagine consortile, insediatasi quasi due anni fa, è decisamente complessa da affrontare, considerando l’eredità un ventennio scomodo in cui, quantomeno, l’area geografica veniva fatta passare per sinonimo di una sola cantina o quasi. Purtroppo i gap da recuperare e le gatte da pelare sono tante, chi si mette in gioco questo lo sa bene, ma qui nulla si chiede se non l’affermazione di una terra vitivinicola bellissima, una maggiore considerazione del suo vino, ancora troppo a buon mercato per il suo valore qualitativo, e una ricaduta economica più incidente sul territorio.

È il disciplinare a nascere dal territorio, non il contrario!

Occorre che il vino costituisca tangibilmente la prima base, in quanto prodotto più fortunato in Agricoltura, e venga impiegato come mezzo di crescita per le economie di prossimità. Inutile ribadire che la docg Taurasi è solo la punta dell’iceberg nel panorama irpino, ma tali considerazioni devono poter essere intese anche su scala regionale e nazionale, quando si parla di disciplinari aperti.

Soltanto attraverso un vino etico può passare la sostenibilità economica, ambientale e sociale, ma fintanto che vanagloriose ed autoreferenziali passerelle prevarranno, insieme alle corse per qualsivoglia carica, probabilmente esso non cesserà mai di essere nulla più che una forma di bramosia imprenditoriale che continuerà ad erodere il territorio.

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