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Mediterranea online | June 27, 2017

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Cantones de Nadale. I canti natalizi nella tradizione religiosa sarda

Alessandra Ghiani

Fino al Concilio Vaticano II, iniziato nel 1962 e terminato nel 1965, le celebrazioni liturgiche erano tutte in latino. Il Concilio sancì, tra le altre cose, il riconoscimento delle lingue del volgo come adatte alla celebrazione dei Sacramenti, avvicinando una Chiesa fino ad allora fortemente tradizionalista alla massa dei fedeli.
In un Paese come l’Italia, con forti tendenze regionalistiche e usi locali molto diversi fra loro, questa innovazione venne declinata con l’introduzione di preghiere e canti nella lingua o dialetto del posto.
Tra le celebrazioni più sentite dai fedeli, vi è sicuramente la novena di Natale. Simbolo dell’attesa del Messia, le funzioni hanno inizio il 16 dicembre per concludersi il giorno della Vigilia. La novena natalizia è un’importante fase di preparazione alla nascita di Gesù, in cui ha un ruolo importante la preghiera, anche cantata.
Benché fino al Concilio fosse prevista la celebrazione della novena in latino, è plausibile ritenere che anche precedentemente i parroci utilizzassero la variante linguistica locale poiché, nel caso specifico della Sardegna, già nel 1927 vennero composti nove canti specifici per la preparazione al Natale, uno per ciascun giorno della novena.
Gli autori erano due sacerdoti: Agostino Sanna, di Ozieri, e Pietro Casu (chiamato Babbai Pedru), di Berchidda.
Il primo scrisse la musica, il secondo i testi. I canti sono ormai conosciuti e utilizzati in tutta la Sardegna, alcuni dei quali riproposti in anni recenti da noti interpreti sardi e non. Sono: Acculzu a Betlemme, Andhemus a sa grutta, A sos primos rigores, Candh’ est nadu Gesus, Duos isposos a s’iscurigada, Glòria: it’est custa armonia?, In sa notte profundha, Naschid’est in sa cabanna e Notte de chelu.
Nell’intenzione degli autori i canti avrebbero dovuto scandire le nove giornate precedenti il Natale ma, di fatto, i fedeli nel tempo accordarono le preferenze ad alcuni di essi, consacrandoli a fama imperitura e utilizzandoli senza una regola ferrea non solo durante la novena, ma anche durante la messa notturna della Vigilia e quella mattutina del 25 dicembre.
I canti sono caratterizzati da parole che, con semplicità, veicolano un importante messaggio di gioia e speranza, messaggio sottolineato egregiamente anche dalle musiche orecchiabili e meno austere rispetto al passato e alla tradizione latina e italiana.
Non mancano i cultismi: nella canzone Notte de chelu viene utilizzata la parola “Bambinu” (che non esiste in lingua sarda), inclusa dal Casu  nel suo celebre Vocabolario Sardo Logudorese – Italiano con esclusivo riferimento al Bambin Gesù.
Questi canti hanno conosciuto ampia fortuna non solo nelle funzioni religiose: nel 1998 l’Associazione Eredi P. Casu ha curato un libretto, Cantones de Nadale (edito da Editrice Il Torchietto), con i testi e le musiche di Pietro Casu e Agostino Sanna.

Oltre che dai piccoli cori paesani diffusi in tutte le parrocchie, questi canti vengono costantemente  riproposti anche dai gruppi corali organizzati che contribuiscono a farli conoscere in Italia e all’estero; merito, questo, che condividono con artisti locali ma abbondantemente conosciuti a livello internazionale. Intensa l’interpretazione di Acculzu a Betlemme del duo Puggioni, delicata e sentita la versione di Naschid’est cantata da Carla Denule, semplicemente straordinaria la tromba di Paolo Fresu che ha reinterpretato In sa notte profundha, Notte de chelu e Naschid’est inserendole nell’album Jazzie Christmas, uscito a novembre 2014, accanto a successi internazionali come White Christmas e Adeste fideles.
Tra gli artisti non isolani spicca la splendida voce di Antonella Ruggiero che, nel 2010, ha interpretato in modo magistrale Duos isposos a s’iscurigada dietro suggerimento del musicista americano (ma da diversi anni residente in Italia) Mark Harris, artista da sempre interessato al repertorio musicale nostrano. Nel 1981, infatti, interpretò insieme a Fabrizio De Andrè il brano Deus ti salvet Maria.

Altro filone dei canti religiosi sardi è quello delle ninne nanne di cui Celesti tesoru, scritta da don Giuseppe Pani nel 1825, è l’esempio per eccellenza perché dedicata a Gesù Bambino e quindi prettamente natalizia. Una versione di tutto rispetto è quella di Elena Ledda, ma le più originali sono forse quella proposta dal gruppo Sonus de canna che l’ha interpretata con le launeddas a cuncordia*, e quella cantata a tenore dalla formazione Santu Larettu di Silanus.

Natura squisitamente popolare hanno, invece, i cosiddetti Gosos, chiamati anche Goccius, Goggius o Coggius a seconda della zona (dallo spagnolo gozar, godimenti). Sono composizioni religiose popolari aventi schemi metrici ben definiti (ottava, sestina, quintilla), cantate dal popolo in particolari circostanze. Esse si sono tramandate nei secoli e affondano le radici nei primi secoli del Cristianesimo, quando la preghiera veniva espressa principalmente con il canto dei salmi.
Benché provenienti dalla massa dei fedeli e quindi non definibili come “tradizione colta”, i Gosos hanno una struttura predefinita, e altrettanto precisa è la loro esecuzione: la quartina iniziale, così come le strofe, viene intonata da una voce solista. Il coro canta il ritornello, generalmente costituito dagli ultimi versi della quartina.
Tra quelli più noti dedicati al Natale vi sono i Gosos de su nàschimentu de N. S. Gesù Cristu dell’ecclesiastico settecentesco Giovanni Delogu Ibba e, nel Capo di Sotto, i Goccius de Paschixedda e i Goccius de Gesù Bambinu, ampiamente diffusi nel Medio Campidano come dimostra il progetto di ricerca Is pregadorias antigas: su signu de sa devotzioni  patrocinato dalla Provincia e sfociato nell’omonimo libro.
I Gosos prettamente natalizi sono in minoranza rispetto a quelli dedicati ad altri momenti della vita di Cristo, ai Santi e alla Vergine, ma rimangono un’importante testimonianza di canti religiosi popolari dedicati a Gesù Bambino, a dimostrazione del fatto che il popolo sardo del passato, incapace forse di parlare di religione, ha sentito nei secoli la necessità di esprimere con gioia e devozione la propria spiritualità, anche e soprattutto (a giudicare dall’enorme mole di materiale pervenuto fino a noi), attraverso il canto.

*Cuncordia, nella terminologia dei suonatori di launeddas, significa suonare con più strumenti di diverso taglio ma con la medesima tonalità, eseguendo coralmente i brani (fonte: Sardinia.net).

Fonti
Giovanni Dore, Gosos e Ternuras, ISRE, 1983
Nicoletta Rossi – Stefano Meloni, a cura di, Is pregadorias antigas – su signu de sa devozioni, Edizione Grafica del Parteolla, 2011
www.voceserafica.it
www.patatu.it
www.sardegnacultura.it
www.regionesardegna.it

Brani
Duo Puggioni, Acculzu a Betlemme
Carla Denule, Naschid’est
Paolo Fresu Quintet, Notte de chelu
Antonella Ruggiero, Duos isposos a s’iscurigada
Tenore Santu Larettu, Celeste tesoro

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