punto, barbara picci
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Non tutti i mali vengono per nuocere, recita il vecchio proverbio. Non che il temuto Covid-19 non stia nuocendo, anzi ce la sta mettendo tutta per compiere il suo dovere al meglio, ma meglio affidarsi alla saggezza popolare e cercare di trovare quelli che possono essere considerati aspetti positivi, in una visione a lungo termine, del suo avvento.

Il primo è certamente una presa di coscienza della forte fragilità di quella che chiamiamo “normalità”. Noi occidentali siamo abituati a dare per scontate tante cose, la più importante delle quali è la nostra condizione di cittadini liberi e autodeterminati. Per questo motivo, trovarsi all’improvviso privati di questi diritti fondamentali in quella che potrebbe esser definita una grande prova di assolutismo, è spiazzante, oltreché deprimente. Il dover obbedire pedissequamente a regole che limitano il nostro arbitrio, ha tuttavia il vantaggio di mettere in luce quali possano essere i pericoli, il cui spettro è drammaticamente attuale, di politiche nazionaliste e conservatrici. A partire dal dopoguerra, nel disperato tentativo di affossare il passato nefasto, ci siamo consolati con un consumismo parossistico, esagerato, malato.

Ci siamo drogati di tv spazzatura. Ci siamo crogiolati nel più aspro individualismo, perdendo di vista la socialità e la condivisione, che avevano avuto importanza fondamentale per affrontare le durezze della guerra. Abbiamo annientato ogni ideologia e siamo diventati ferventi adepti del nichilismo nietschiano. Abbiamo dimenticato cosa significa non avere la possibilità di scegliere e abbiamo affidato ogni decisione al nostro ego straripante. Ed è questo il motivo per cui questa situazione ci spiazza, ponendoci dei dubbi che possono diventare stimoli importanti sia dal punto di vista politico, che sociale, ma anche individuale.

La paura fa 90
Un altro aspetto interessante di questa situazione surreale è la paura. Questa subdola emozione, infatti, conduce l’uomo verso gli aspri intrighi della diffidenza e dell’esclusione del diverso, che stavolta è rappresentato dal malato. La caccia al “Paziente 0”, quella che nel 600 veniva chiamata all’untore, e ancor prima alle streghe, insomma al capro espiatorio, rivela che stiamo ciclicamente tornando a periodi bui della nostra storia. Ciò considerando anche che la gogna e l’impiccagione pubblica sono attualmente in auge e si moltiplicano accoppiandosi sulle bacheche dei social network.
Si potrebbe obiettare che l’essere umano è fatto così in fondo, e che mostra i suoi lati peggiori in situazioni di paura, soprattutto quando si sente braccato e scappa senza pensare alle conseguenze. Quest’azione di scappare ha un evidente parallelismo con le migrazioni. Quando la propria terra, per una serie di motivi che possono essere la guerra, la fame, la malattia, non garantisce più la sopravvivenza, l’istinto spinge l’uomo verso la fuga e la salvezza.
Non si desidera andar via, si deve.
L’aspetto positivo (e la speranza) è che gli occidentali, vivendo in prima persona questa paura, si rendano conto della sofferenza insita in questa scelta e della grande fortuna che possiedono nella loro posizione privilegiata, in cui peraltro presto torneranno. Questo, a rigor di logica, dovrebbe far scattare in loro empatia, tolleranza verso il diverso. Ma la logica ha poco a che fare con la caccia alle streghe in effetti.

Non si è parlato del virus Covid-19, lasciamolo fare a chi di dovere.

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