luis sepulveda
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Lo scrittore Luis Sepulveda, autore di capolavori immortali come “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” è morto oggi, stroncato dal virus Covid-19. Era in terapia intensiva all’ospedale di Oviedo, in Spagna. Sembrava stesse meglio, ma improvvisamente le condizioni sono precipitate.

La letteratura mondiale perde un coraggioso e talentuoso scrittore.

Per Matteo Tuveri “la sua grandezza è quella cicatrice di anarchico, come Harry Potter, ricevuta da una storia familiare per niente consueta. Lui è il “bambino prescelto” in una famiglia di anarchici e porta in sé il germe della non catalogazione, è il sinonimo di anti omologazione: espulso dal partito comunista, socialista, membro della guardia di Allende, presente nel palazzo presidenziale quando quest’ultimo viene ucciso, affronta l’arresto e la tortura, viene accolto in Svezia, scappa in Uruguay, vive con gli Indios e capisce che il tema della salvaguardia dell’ambiente vale la pena di lottare sul campo (membro attivo di Greenpeace sulle navi). E’ un eroe del nostro tempo, il Pannella della letteratura o, se vogliamo utilizzare un’immagine legata ai cartoni animati, il Conan delle lettere: un ragazzo del futuro. Per lui la morte non è contemplata. La sua lotta per i diritti umani è commovente, eroica, coraggiosa, monumentale. Il suo apporto alla bellezza del mondo ha un valore incalcolabile.

Riporto di seguito le parole di Luis Sepulveda: “Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, I lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, i simulacri di fucilazione, i compagni morti o la denigrazione costante e sistematica.

Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui i militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere annichilito e condannato all’atroce solitudine degli sconfitti. Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale fui accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il mio difensore d’ufficio (un tenente dell’esercito cileno) uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza di noi accusati – che aspettavamo in una stanza vicina – e con gesti euforici mi informò che era andato tutto bene per me: ero riuscito a liberarmi della pena di morte e in cambio mi si condannava solamente a ventotto anni di prigione.

Allora io ero un uomo giovane, avevo venticinque anni e non seppi come reagire quando, dopo un calcolo elementare, scoprii che avrei recuperato la libertà a cinquantatrè anni. E’ anche certo che allora ero un ottimista a oltranza – ancora lo sono – e mi ripetevo che la dittatura non sarebbe durata tanto, ma alle volte, soprattutto durante le lunghe notti, la ragione si imponeva e cominciai ad accettare che forse la dittatura sarebbe stata lunga, molto lunga, e che avrei perso I migliori anni della mia vita tra i muri del carcere. I compagni, le lettere della famiglia e di alcuni amici mi davano coraggio, anche se non smettevano di ripetermi che per disgrazia non potevano fare più niente per aiutarmi e che l’unica cosa importante era che io fossi vivo.

Si. Ero vivo, però la vita cominciò ad avere un terribile sapore di solitudine di fronte all’ingiustizia fino a che, una mattina, un soldato mi consegnò una lettera. La aprii e dopo averla letta seppi che, a migliaia di chilometri di distanza, ad Amburgo, c’era una persona, Ute Klemmer, che era disposta ad aiutarmi fino a tirarmi fuori dalla prigione. Così iniziò uno scambio epistolare che rese meno brutali i giorni della segregazione. Nelle sue lettere, Ute mi parlava degli sforzi della sezione amburghese di Amnesty International per aiutare i numerosi cileni che si trovavano in condizioni simili alla mia, e le descrizioni della sua città e delle centinaia di atti di solidarietà ai quali assisteva, portavano brezze di libertà fino al carcere di Temuco.

Un giorno nel 1977, grazie al lavoro, alla costanza dei membri di Amnesty International, ottenni che i militari cileni rivedessero il mio caso e alla fine mi cambiarono i venticinque anni di prigione con otto di esilio, che in realtà e a dimostrazione del rispetto dei militari cileni per la giustizia, si prolungarono a sedici lunghi anni senza poter calpestare la terra cilena. Per questo, detto in maniera più semplice, devo la mia libertà ad Amnesty International, alle sigle di AI, a Ute Klemmer e a tutte e tutti coloro che in tanti paesi lavorano instancabilmente in difesa dei diritti umani, in difesa dei perseguitati in tutti gli angoli del pianeta.”