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Il turismo è in sé un settore che presenta continui scambi e connessioni

con molteplici attività e campi, genera numerosi effetti a livello locale, nazionale e mondiale. In primo luogo crea crescita economica, impiegando 284 milioni di persone nel mondo e contribuendo a quasi il 10% del prodotto interno lordo globale (fonte: WTTC). Allo stesso tempo, il turismo comporta spesso anche effetti negativi, soprattutto sull’ambiente e sulla società. Per far fronte ai risultati disastrosi di tali fenomeni, è fondamentale la conduzione di un turismo sostenibile. Tale definizione è inclusa in quella più generale di sviluppo sostenibile, “uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”, secondo una prima formulazione del Rapporto Bruntland in materia di ambiente e sviluppo e per iniziativa dell’ONU nel 1987.

A che punto è il turismo sostenibile in Sardegna? Innanzitutto, nel marzo dell’anno corrente, il Sud Sardegna è stato definito “prima destinazione sostenibile d’Europa” dalla Commissione Europea e dall’Organizzazione Mondiale del Turismo, sbaragliando altre 200 destinazioni concorrenti. La zona delimitata dal quadrilatero Chia – Costa Rei, è arrivata al top per le pratiche a sostegno “dell’ambiente, della comunità e dell’identità e di un’economia sostenibile”, derivate dalla collaborazione tra istituzioni e imprese. Tale risultato non pare orchestrato da una generale gestione sostenibile dell’isola, quanto da una serie di iniziative private di vario scopo, supportate a livello locale.

Un esempio è quello dell’albergo diffuso, in cui camere e case antiche o ristrutturate si trovano nello stesso nucleo urbano e ospitano visitatori che intendono vivere il borgo e i dintorni. Così, non si costruiscono nuovi edifici, e il turista viene incoraggiato a visitare i dintorni e a immergersi nella vita del posto, godendo dei prodotti locali. Diverse iniziative certificate o ispirate sono nate sparse per la Sardegna, soprattutto nel centro dell’isola, favorendo lo spopolamento dei borghi e la destagionalizzazione e distribuzione del turismo nel territorio. Per dare un’idea, il Mandorlo è un albergo diffuso situato a Baressa (OR), da cui sono raggiungibili il Parco della Giara, il Nuraghe Su Nuraxi di Barumini e il Parco Sardegna in Miniatura: tutte mete che non richiedono la stagione estiva per essere visitate, ma che difficilmente sono nell’agenda del turista normalmente situato a Cagliari o ad Alghero.

E’ riconosciuto che la costruzione di infrastrutture ricettive causa un enorme impatto sulle condizioni del suolo e dell’ecosistema. In materia ambientale, l’acqua è il bene che ancor prima del territorio viene sacrificato a favore di catene alberghiere e resort, le quali sfruttano ingenti quantità di risorse idriche per la funzione di piscine e l’irrigazione di campi da golf. Inoltre, la grande concentrazione di attività turistiche genera anche una notevole produzione di rifiuti e scarichi che vanno a incidere sulla contaminazione dei mari e dell’ambiente generale.
La segmentazione dell’offerta turistica è una soluzione molto comprensiva e fertile per ridurre la concentrazione turistica nelle principali città sarde e in agglomerati alberghieri. In questo caso, tante sono le piccole agenzie che si sono mosse per offrire tour in bici per gli appassionati di ciclismo, dando il via alla categoria di cicloturismo. Un’altra opportunità che valorizza il territorio sardo e le proprie tradizioni è quella del gastroturismo, volta a offrire diversi servizi: dalla somministrazione di piatti tipici, passando per le lezioni di cucina, fino alla visita ai vigneti e ai laboratori di produzione dei cibi tradizionali. Queste e tante altre attività a ridotto impatto ambientale possono essere abilmente combinate per far fronte alla necessità sempre crescente nel turismo di personalizzare l’offerta e soddisfare gli interessi e le passioni del visitatore, desideroso di scoprire l’autenticità delle mete e di differenziare le tappe del proprio viaggio.

Un’altra questione di cui si occupa il turismo sostenibile, che spesso passa in secondo piano rispetto alla priorità dell’ambiente, è l’effetto che le normali pratiche turistiche hanno persino sulle società e culture ospitanti. Spesso, i ricavi ottenuti dalle stagioni turistiche non vanno direttamente a beneficiare sulla popolazione locale, a causa della presenza straniera nella proprietà delle maggiori infrastrutture alberghiere e delle attività originanti da tour operator internazionali. A tale proposito, urge riflettere sulla volontà a fini promozionali di accostare la Sardegna a mete unicamente rinomate per le coste e il divertimento, che col “pacchetto vacanze” attraggono visitatori poco propensi a lasciare la piscina e a vivere la destinazione. Dare risalto al patrimonio culturale e naturalistico non solo destagionalizza l’offerta turistica e diversifica l’isola da altre mete del mediterraneo, ma incoraggia anche gli abitanti a preservare i propri costumi.

Infine, quando si parla di turismo responsabile, è indispensabile parlare di diritti umani e delle condizioni di lavoro nel settore turistico e d’ospitalità. Questi ultimi sono settori che solitamente non richiedono avanzate competenze professionali, e per tale giustificazione i propri lavoratori si trovano spesso a subire delle paghe minime o al di sotto dei minimi salariali. A tale proposito, sono state più volte denunciate le crociere, sorprese a registrare le proprie navi in nazioni che prevedono una minore regolamentazione delle condizioni di lavoro e dell’impatto ambientale. Così, i dipendenti, una volta a bordo, si trovano ad affrontare mesi di 70 ore settimanali senza giorno libero. Situazioni del genere non sono riscontrate soltanto nelle crociere delle più lussuose compagnie internazionali, ma anche nelle tipiche “stagioni” presso ristoranti in località turistiche. Purtroppo, vittime di tale sfruttamento sono spesso i migranti, che lasciano i propri paesi d’origine per un futuro migliore, e nel rincorrere il sogno devono accettare condizioni salariali e umane sempre rifiutate dai dipendenti provenienti da paesi più sviluppati.

I migranti, spesso relegati alle posizioni più basse, rappresentano invece delle fonti di conoscenza e delle opportunità di apprendere nuove idee. Soprattutto nel turismo sostenibile, conoscere gli stranieri, la cultura e gli interessi che li contraddistinguono, nonché le loro migliori pratiche nel settore, permette di modificare e migliorare un’offerta sempre più consapevole.
Come sappiamo, 40-50 anni fa numerosi italiani sono scappati dalla miseria del dopoguerra e migrati in terre quali il Sud America e l’Australia. A chi capita di visitare questi luoghi, sono evidenti i contributi che gli immigrati italiani hanno dato alla ricchezza di terre lontane: dalla gastronomia, passando per l’edilizia e l’artigianato, al duro lavoro nelle miniere. Per tale motivo, in un settore unico e vasto come il turismo responsabile, che si nutre di interconnessioni, di lungimiranza, e di best practices nel mondo, è indispensabile valorizzare la presenza dinamica dei migranti.

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