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Mediterranea | July 21, 2019

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La ricetta del riso napoletano: mimica e linguaggio - Mediterranea

Carla Giannini
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Totò con un fiore

Totò

“Punto primis”,

Napoli non sarebbe lei se non si facesse continuamente beffa di qualcosa e di qualcuno. È una città che si mostra in maniera sfarzosa e rumorosa, ti incanta, immediatamente si nasconde, per poi sorprenderti improvvisamente da dietro, come uscendo da un luogo nascosto, così ti fa una pernacchia, e di nuovo fugge via.

E l’italiano, la lingua madre, sembra forse il primo bersaglio da distruggere e ricostruire, poiché è quella madre da cui un po’ ci si sente rinnegati, quella madre a cui si appartiene ma mai del tutto. Ascoltando per strada il modo di parlare della gente, si sentono continue storpiature e lemmi per la maggior parte inventati, come:

chi non ha mai sbagliato “squagli” la prima pietra.

“Ho la scelta dell’imbarazzo”

“Uniamo l’utero al dilettevolo”, e via dicendo.

Napoli è una battuta, una recita e una metafora continua, un veloce cambiare colore, faccia, aspetto, un camaleonte perennemente mutante. Un teatro di strada con i suoi antichi vocioni da mercato, che sono inscindibili dalla necessità di “campare alla giornata”, dalla creazione di continui nuovi personaggi, sempre bisognosi di una battuta da copione in ogni situazione, di un gesto, di una risposta, di una reazione veloce e immediata, una maschera fissa . Non possiamo parlare delle cosiddette “lellate” (di cui sopra), delle pernacchie, degli sfottò , figli e figlie di quei mercati, di quei colori, di quella storia antica e forse dimenticata, urlata agli angoli delle strade, senza parlare dello stravolgimento del linguaggio annesso e della mimica facciale e corporea che le accompagna, quella che viene descritta dall’autore ottocentesco Andrea De Jorio, nel suo “La mimica degli antichi investigata nel gestire Napoletano”, dove ritroviamo per ogni semplice gesto popolare partenopeo la sua radice classica.

La beffa e l’ironia escono da quelle pagine non solo come figure caratteristiche di un popolo, ma diventandone una vera e propria parte essenziale. “Si possono beffare i difetti del corpo quanto dello spirito, onde vi sono diversi gesti per esprimere sia l’uno che l’altro”. Il de jorio indica il volto derisorio, maggiormente utilizzato dalle persone educate, la strana posizione della lingua fuori dalla bocca, il tipico gesto di portare il pollice al naso per ridersi di qualche credulone, ancora il pernacchio, differenziandolo però dalla pernacchia, che è femmina, entrambi usati da Totò e Eduardo, e che è a oggi il maggior gesto di beffa usato dal popolo contro il potere.

Ma cosa ne esce fuori se uniamo il linguaggio stravolto, che possiamo chiamare anche italiano popolare, e la particolare mimica, e ne facciamo tutt’uno? Semplice, ecco il grande teatro napoletano e la sua eccezionale comicità. Non possiamo dimenticare Totò e il suo “ Parli a come badi”, ai suoi giochi con gli omonimi, agli equivoci linguistici uniti al suo volto a tratti puntiglioso, a tratti di gomma, e al suo corpo da marionetta. Lo stravolgimento del linguaggio è alla base di ogni tipo di comicità , ma in quella napoletana diventa il fulcro centrale, il linguaggio “storpiato” rappresenta l’estraneità del napoletano rispetto al resto del mondo e alle sue regole, il suo riuscire a trovare sempre il modo di giocare di fronte a ogni difficoltà, all’essere Napolicentrico sempre e comunque. Totò stravolge totalmente la lingua italiana, se ne impossessa, ma distrugge e ricostruisce tutte le lingue, dall’italiano all’inglese al francese. In Totò, Peppino e le fanatiche, Peppino scambia «hobby» per «oboe».
Ne La cambiale, Peppino è convinto che «breakfast» si dica «bricfist» e Totò spiega al padrone di casa: «Mio cugino non pronunzia bene l’inglese. Un bracco fesso».
In Totò, Peppino e la…Dolce Vita, Totò e Peppino invece della marca «Möet Chandon», capiscono «Mo’ esce Antonio» (subito Totò traduce per le straniere: «Adesso esce Antoine»). Anche qui il «whisky» viene italianizzato, stavolta in «fischi».

È il napolicentrismo che ritroviamo un po in tutti i grandi autori napoletani, ognuno a suo modo. Eduardo con la sua comicità familiare, da caminetto, Troisi con la figura del napoletano ironico ma a tratti anche malinconico. Ricordiamo la sua Smorfia napoletana, spettacolo teatrale creato con Lello Arena ed Enzo de caro, che si concluse nel 1979, e che è << un richiamo evidente alle “smorfie” necessarie all’attore per esprimere emozioni e sentimenti>> dirà Enzo de Caro, oltre naturalmente alla sacralità della smorfia napoletana e quindi al gioco del lotto. Se proviamo a chiudere gli occhi e a fare un viaggio, partendo da Raffaele Viviani e Ferdinando Russo, con la loro letteratura dialettale,e alle cronache di strada, che ancora non si può definire comica, passando per Eduardo e la sua comicità familiare e accogliente che entrò nelle case di tutti gli italiani, a Totò la marionetta per antonomasia, finendo con Troisi, il giovane napoletano che travolse l’Italia con la sua ironia sottile, appare chiaro che Napoli con il suo ironico Napolicentrismo ha sempre saputo come nascondere e sconfiggere “la malinconia”.

« Troisi: Lello ch’è stato è stato…basta, ricomincio da tre..
Arena: Da zero!…
Troisi: Eh?…
Arena: Da zero: ricomincio da zero.
Troisi: Nossignore, ricomincio da…cioè…tre cose me so’ riuscite dint’a vita, pecché aggia perdere pure chelle? Aggia ricomincià da zero? Da tre! »

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