Occasioni perdute
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Il quotidiano susseguirsi di giornate si accompagna ad un continuo alternarsi di scelte, che a loro volta presuppone uno sconfinato numero di occasioni perse. Funziona così: anche la minima decisione, a volte, determina la perdita, seppure eventuale, di svariate possibilità. Quante volte ci si ripete: “Se avessi detto, se avessi fatto…”.

Il condizionale arriva d’obbligo a sancire la consecutio temporum dei propri rimpianti.
E’ così che Mario, a cui non è mai piaciuto piangere sul latte versato, in segreto fra sé e sé pensa sempre a quella mattina in cui, alla riunione coi capi, non osò proporre quell’idea a cui lavorava da tempo. Ci aveva pensato a lungo, in realtà non ci dormiva la notte, ma secondo lui non era ancora pronta. Aveva una paura fottuta che gliela potessero bocciare. Ne aveva parlato con un suo collega a cui era piaciuta tanto che se l’era rivenduta come sua e era stato promosso. Se solo non fosse stato così indeciso…
Ma non è il solo rammarico per cui Mario si strugge. Ad esempio, se quella sera famosa in cui finì tutto, avesse avuto il coraggio di confessare i suoi sentimenti a Carla, lei ora non sarebbe felicemente sposata col macellaio e in attesa del secondo figlio. Probabilmente si sarebbero sposati e lui ora non avrebbe una convivenza fallita alle spalle. E magari sarebbe diventato anche padre.

E suo padre? Quante volte avrebbe voluto dirgli quanto gli volesse bene? Quante volte aveva avuto l’occasione di farlo ma non ne aveva avuto il coraggio? E invece era morto all’improvviso e lui aveva pianto anche per quelle parole non dette. Sapeva che non ce n’era bisogno, che il padre lo percepiva, ma sentirselo dire l’avrebbe reso felice. Anche stavolta era stata l’indecisione a fregarlo: una forma malcelata di viltà sentimentale.
A volte è anche il Caso a intrecciare il destino. Come quella volta che Mario uscì tardi di casa, la macchina non ne volle sapere di mettersi in moto e fu costretto a prendere il pullman che fece ritardo. Il giorno aveva un esame importante e non lo poté dare, ritardando di diversi mesi la tanto agognata laurea. O quando perse il tagliandino della quaterna secca sulla ruota di Bari. Aveva sognato il padre a cui (finalmente) era riuscito a confidare i suoi sentimenti e che gli aveva detto di giocare i suoi numeri. E così aveva fatto. Ma il biglietto sparì, lo perse da qualche parte, probabilmente quella mattina in cui era sceso di corsa dalla macchina rovesciando la borsa per terra col suo contenuto. Il vento aveva fatto il resto, portandosi via il prezioso biglietto. Se fosse stato più attento ora avrebbe un bel gruzzoletto e avrebbe potuto comprarsi la casa.
A determinare la nascita del sentimento di pentimento, però, è anche la scelta. Mario, fra due società che gli offrivano un lavoro, scelse quella più vicina a casa, non se la sentiva di cambiare città, sebbene fosse consapevole che il ruolo che gli sarebbe stato assegnato gli avrebbe garantito una carriera più proficua.

Anche Carla, con la sua scelta di lasciare il lavoro per dedicarsi ai figli e al marito, ha determinato un’infinita varietà di occasioni perdute: avrebbe potuto far carriera, affermarsi nel lavoro, si sarebbe potuta comperare una macchina, avrebbe potuto viaggiare.
Ogni decisione comporta degli avvenimenti a catena e un’inevitabile marea di occasioni perse. La particella condizionale “Se” è un passaggio obbligato e determina quel senso di insoddisfazione che sfocia nella diffusa esclamazione “Peccato!”.
Tuttavia questo ragionamento dà per scontato che quelle occasioni fossero migliori. A ben pensarci non sempre lo sono. O comunque non lo sapremo mai. Per definizione esse sono perdute per sempre.
A sanare questo eterno dilemma giunge la sospirata locuzione conclusiva:
“Se solo avessi la macchina del tempo…”

1 thought on “La macchina del tempo

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