Pabassinas
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Faghide bene a sos mortos1

E’ a tavola che gli uomini regalano il meglio di sé, in convivialità, freschezza e simpatia; a stomaco pieno si ragiona meglio e il cibo ci rende meno melanconici. Non facciamo dunque difficoltà a credere che è proprio attraverso il cibo che si può instaurare un nuovo e duraturo dialogo con i propri morti, già che in Sardegna specialmente, questi non abbandonano la terra, ma è consuetudine che vivano un lungo purgatorio in quei luoghi che li videro felici e affaticati in vita.

Naturalmente perché il dialogo prenda avvio ci sono degli elementi che proprio non possono mancare: il tempo deve essere quello noto e protetto della festa, il contatto con i defunti deve essere scandito da fasi rituali condivise e accettate dall’intera società e servono pure degli intermediari che sappiano dialogare con i morti.

E’ specialmente tra il finire di ottobre e gli inizi di novembre che il dialogo fra vivi e morti appare più probabile: le ore di luce diminuiscono drasticamente e ad aumentare sono le ore di buio, elemento congeniale dei defunti. Pare proprio che tra il 31 ottobre, il 1 ed il 2 di novembre quei portoni convenzionalmente chiusi, che separano il mondo degli uni da quello degli altri vengano aperti, e i morti tornino a far visita ai propri parenti in vita che non perdono occasione per ricordarli e in alcuni casi rabbonirli.

Nella tradizione celtica durante questo periodo dell’anno si festeggia il Samhain, festa dell’ultimo raccolto che da il benvenuto all’inverno, i cristiani festeggiano tutti i morti, e in Sardegna si festeggiano is animeddas, is panixeddas, su mortu mortu, su prugadoriu, su bene de is animas, su peticcone o pedicoccone.

Tanti nomi diversi per descrivere dei rituali tutti simili: in onore dei morti nella Sardegna tradizionale si celebravano (e ancora si celebrano) questue che vedevano come protagonisti indiscussi i bambini, i veri intermediari nel dialogo fra vivi e morti, seguiti immediatamente dopo dai poveri e dai becchini.

Per quanto si tratti di figure differenti, questi intermediari al dialogo, in comune hanno la mancata integrazione con la società. Mi spiego meglio: i poveri non inseriti in un sistema di reciprocità che caratterizza la società sarda, non ne sono membri effettivi, i bambini, poveri per eccellenza in quanto ancora non possiedono niente, non appartengono completamente alla comunità in quanto non ancora uomini, i becchini in perenne contatto con i defunti si reputa abbiano imparato, per professione a dialogarci. Il loro status li pone in una zona di confine fra vita e morte, fra cultura e natura e non appartenendo pienamente alla società dei vivi, si ritiene che possano interagire più facilmente con la società dei morti.

I bambini soprattutto sono lo specchio della ciclicità della vita: non è forse vero che spesso, per rinnovare il ricordo degli avi, ai nuovi nati viene regalato il nome di un nonno? Non sono defunti, ma vivono uno status di confine che li rende intermediari perfetti, specie durante le festività in onore dei morti.

Intermediarie eccellenti sono anche i mascherati: a Bauladu ad esempio qualsiasi bambino conosce bene la figura Maria Puntaoru, che dotata di uno schidoni2 e vestita di stracci, spaventava i bambini che si riteneva avessero mangiato troppi spaghetti (cibo particolarmente gradito alle anime) la notte del primo di novembre, non lasciandone per i defunti che sarebbero tornati: li minacciava appunto di bucargli lo stomaco con lo spiedo. Maria Puntaoru scalza, vestita di uno scialle o di un lenzuolo bussava per le case chiedendo maccarronis3 e dolci per le anime e pare che cheriat cumbidada4 obbligatoriamente.

Interpretata sempre dai poveri del paese, con indosso la maschera ben si confermava il suo status di alterità e di estraneità alla società; per questo è ottima interlocutrice con il mondo dei defunti, e non è un caso che anche i bambini questuanti spesso fossero mascherati di lenzuoli e stracci rendendosi così irriconoscibili, per dirla facile allontanandosi dallo status di appartenenti alla comunità.

Domandavano anch’essi del cibo: “Faghide bene a sos mortos”5, “A sas ànimas cosas ne dades?”6, “Donais a is animas”7 e rifiutare un’offerta era pressoché impossibile. Si donava principalmente frutta secca, ma anche frutta di stagione, legumi e dolci, meglio se a base di saba8 come il pan’è saba e le pabassinas.

Con il cibo donato ai bambini, non solo si dialogava con le anime dei defunti, ma le si rabboniva: ritualmente il periodo è inquadrato con efficacia da Levi Strauss nel suo “Babbo natale suppliziato”. L’autunno è da intendersi come periodo particolarmente delicato: fanno ritorno le anime dei defunti, sanno dimostrarsi minacciose e persecutrici e questo impone ai vivi uno scambio di servigi e di doni che si conclude solo con il solstizio d’inverno, quando , per intenderci le ore di luce trionfano e i morti, ricolmi di regali (ne fruiscono direttamente tramite i bambini che li hanno ricevuti) abbandonano i vivi fino all’autunno successivo.

Le questue d’altronde non erano l’unico strumento per rabbonire con il cibo le anime dei defunti: tutta la Sardegna ha conosciuto l’usanza della banca e sos moltos9. La tavola della casa, la notte del 1 di novembre, veniva imbandita di dolci (fra cui pabassinas e tiriccas a seconda delle disponibilità della famiglia) e anche fave e spaghetti: si trattava di cibi che erano stati particolarmente graditi dai defunti in vita e che venivano cucinati per omaggiare il loro ritorno. La tavola ricca di cibarie non doveva mai essere apparecchiata con coltelli e forchette: i morti avrebbero potuto usarli per ferire i vivi e perfino per ucciderli. Questo lascia intendere il timore e la reverenza che le anime del purgatorio erano in grado di risvegliare nei vivi.

Le fave specialmente, (altrove la melagrana) proprio come tutti i “semi” erano particolarmente graditi alle anime dei defunti, loro cibo prediletto: comprendere perché noci, nocciole, mandorle, ma anche castagne e fave siano diventati cibi simbolici della giornata dei defunti non è difficile. I semi possiedono in sé tutta la potenza della vita; pensateci: vengono essiccati e anche dopo molti anni, se ripiantati a terra ritornano alla vita. In grossa sostanza il seme è rappresentante della ciclo morte – rinascita – vita e gli uomini, proprio come i defunti, cibandosi di “semi” entrano a far parte di questo ciclo.

Offrire ai morti fave, significava senza mezzi termini augurare loro una rapida e felice rinascita: la tradizione delle fave nelle tavole dei defunti è stata presto sostituita dagli spaghetti; ma a pensarci bene anch’essi sono figli di un seme e sul ciclo del grano in relazione con i defunti ci sarebbe da raccontare per molte pagine ancora, ma questa è un’altra storia.

Fonti

Pani: tradizioni e prospettive della panificazione in Sardegna, AA.VV. 2005 Ilisso. Nuoro.

Dolci in Sardegna: storia e tradizioni, AA.VV. Ilisso. Nuoro.

@Claudia Zedda

1 Fate bene per i morti.

2 Spiedi.

3 Spaghetti.

4 Doveva essere invitata.

5 Fate del bene per i morti.

6 Offrite qualcosa per le anime?

7 Donate per le anime.

8 Vin cotto.

9 Tavola imbandita per i morti.

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