Sculture rappresentanti la Dea Madre
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L’idea delle origini dell’umanità è un argomento che affascina, ma al tempo stesso, inquieta, coloro che se ne avvicinano, poiché denso di elementi perturbanti, destabilizzanti, a causa di un possibile venir meno di credenze originarie, poi diventate leggi storiche. Senza voler minare queste “certezze”, desideriamo affacciarci a una possibile genesi psichica/storica/sociale degli eventi relativi alle origini dell’umanità in maniera diversa, tenendo ben presente che tutto ciò che si inscrive in una dimensione mitologica, relativa alle fondazioni della storia, è la narrazione di tempi, luoghi, persone, divinità, che, per il tempo che ci separa da essi, e per i documenti e le tracce che restano, è da considerare sia come scrittura non sempre attestata sui fatti, sia come come un substrato psichico, cognitivo ed affettivo, le cui valenze sono contestuali a coloro che di quei racconti furono o narratori, o testimoni, nel limite delle origini fabulatorie di una qualsiasi leggenda/credenza.

Si è scelto, per le seguenti argomentazioni, di dividere il testo in tre paragrafi, seguendo una logica narrativa, che non si esplicita come una sequenza storica, ma soltanto come una sorta di racconto cinematografico, in tre tempi, che si snodano in tre insiemi narrativi: la Dea, la Madre, la Donna; osservando la dinamica, a-cotè, dei possibili incroci, culturali e psichici, tra origini e discorso del/sul femminile, nascente da alcune teoresi possibili (descritte nei paragrafi), avvalendoci dell’antropologia, della filosofia, della psicoanalisi come strumenti critici, come “lenti d’ingrandimento”, orientate sulla genesi di un tracciato della nascita di un pensiero al femminile e della risposta che il mondo, da sempre, ha dato verso queste origini.

La Dea

Una delle teorie più intriganti che si occupano delle origini del femminile, e di come tale inizio abbia potuto avere uno sviluppo più consistente nel corso della storia, è quella descritta dalla storica Riane Eisler nel suo libro “Il Calice e la Spada”, nel quale si parla di ciò che ha rappresentato l’elemento femminile ai primordi delle civiltà da noi conosciute. L’autrice pensa ad una riformulazione della teoria dell’evoluzione culturale, che chiama Teoria della Trasformazione Culturale, che sostiene che sotto le diversità insite nelle varie tipologie di società, ci siano due modelli base. Il primo, viene definito dominatore, ed è quello denominato anche patriarcale, mentre il secondo, lo si definisce mutuale, e basa le relazioni sociali soprattutto sull’unione, e non sul predominio del genere maschile. Questo, per descrivere di come, all’origine, il modello prevalente fosse improntato alla mutualità, ma, in seguito ad un periodo caotico e di forte disgregazione culturale, tale modello sia mutato in quello prossimo a noi. Ed è proprio nella separazione tra il calice (o vaso, come ci descrive argutamente lo psicoanalista junghiano Erich Neumann, nel suo “La Grande Madre”, a proposito dell’equazione simbolica donna=corpo=vaso=mondo, fondamentale archetipo del Femminile, intersecante stadi di vita matriarcali) e la spada, alla base di tutte quelle tecnologie, divenute sempre più evolute, utilizzate per distruggere e dominare, tipiche degli stadi di vita orientati al patriarcato. Il lavoro della Eisler, che lei stessa definisce ricerca d’azione, rientra in quell’ambito più vasto di studi dei cosiddetti nuovi sistemi, che annovera, per esempio, scienziati quali Ilya Prigogine ed Isabelle Stengers per la chimica, Marshall Feigenbaum per la fisica, H. Maturana e F. Varela per la biologia, il cui manifesto può essere rintracciato nel famoso “Il Tao della fisica” di Fritjof Capra, fisico ed economista, che ha cercato un incrocio fertile tra le teoria fisica del Caos, il buddhismo e la meccanica quantistica. L’idea è quella di un’evoluzione, che senza avere una costante ascesa verso un limite situato in alto, sia costellata di periodi d’equilibrio piuttosto lunghi, nei quali si originano, talvolta, punti biforcanti, ai margini della nascita di altre specie parentali.

Partiamo, allora, per documentare tale tipo di evoluzione, da alcuni reperti archeologici, quali, per esempio, un’immagine di donna conservata per circa 20 mila anni in una caverna tempio, che ci fa ipotizzare lo sviluppo mentale dei nostri primi antenati. E’ molto piccola ed è stata intagliata nella pietra, è una delle cosiddette Veneri trovate un po’ ovunque nell’Europa preistorica, dai Balcani al lago Baikal in Siberia, e in occidente da Willendorf, vicino a Vienna, alle Grotte du Pape in Francia. Insieme ai dipinti murali, alle caverne-tempio e ai luoghi di inumazione, queste statuette sono degli importanti documenti psichici delle popolazioni del Paleolitico. Contemporaneamente al primo manifestarsi della coscienza del rapporto tra l’individuo e gli altri esseri umani, gli animali e il resto della natura, deve essere sorta anche la consapevolezza del mistero, e dell’importanza pratica del fatto che la vita abbia origine da un corpo femminile. Sembrerebbe che il punto centrale sia l’associazione della donna con il potere di donare e di sostenere la vita.

La più antica rappresentazione delle parti del corpo femminile – seni, glutei, ventre, vulva – risale al tempo in cui i popoli, non avendo ancora capito il processo biologico della riproduzione (l’accoppiamento come causa di gravidanza), dovettero darsi una divinità che fosse l’estensione macrocosmica del corpo femminile. Si tratta di una Creatrice cosmica, dispensatrice della vita e della nascita. A queste parti del corpo femminile fu attribuito il potere miracoloso della procreazione. La misteriosa umidità del sesso e i labirintici organi uterini divennero la magica fonte della vita. Molto lontane dall’essere pura espressione dell’erotismo maschile, queste figure rivelano che fin dall’inizio, la volontà di vita dell’essere umano si espresse e trovò conforto in un gran numero di miti e di rituali, che denotano il nesso tra la donna e i poteri che governano la vita e la morte. Sembra che la collocazione rituale di conchiglie a forma di vagina intorno e sopra il morto, quanto la pratica di ricoprirle con pigmento rosso ocra (che simboleggia il potere vivificante del sangue), facessero parte di un rituale funebre inteso a fare ritornare il defunto tramite una rinascita. Esistono anche prove che pare servissero a propiziare la fecondità delle piante e degli animali selvatici che erano il mezzo di sostentamento della gente e, nel rifuggio di roccia di Cogul, in Catalogna, è raffigurata una scena di donne che danzano intorno ad una piccola figura maschile svestita, in quella che sembra essere una cerimonia religiosa.
Compare nel Paleolitico Superiore la rappresentazione della Dea Dispensatrice di Vita, nella posizione di partoriente o dalla vulva come pars pro toto; tali simboli continuarono ad essere presenti nel Neolitico e anche in epoche successive.

La Dea è collegata alle madri molto giovani nelle forme di animali quali l’orso, la cerva, il daino, e, nel Paleolitico Superiore, come bisonte femmina o giumenta. La continuità di tali immagini nella tarda preistoria e perfino in epoca storica si può spiegare non solo con l’indistruttibilità di simboli, collegati alla nascita e alla maternità, fortemente radicati, ma anche come memoria profonda assorbita di un sistema matrilineare, in un’epoca in cui la paternità era difficile da stabilire. Anche i simboli della fertilità e della gestazione affondano le radici nel Paleolitico Superiore, comparendo già allora la Dea Gravida, in origine forse divinità lunare (perché tonda come la luna piena). Era centrale l’evidente timore reverenziale e la meraviglia per la nascita che s’incarna nel corpo della donna. Con il passaggio all’economia neolitica si produssero notevoli innovazioni. La nostra coscienza della preistoria progredì moltissimo grazie alla scoperta delle città Neolitiche di Çatal Huyuk e Hacilar, nella Turchia centrale. Secondo James Mellaart, che diresse gli scavi per conto del British Institute of Archeology di Ankara, “il fatto più interessante è che gli scavi in questi due siti rivelano una stabilità e una continuità dello sviluppo, durato forse diverse migliaia di anni, delle culture sempre più avanzate che adoravano la dea”…” Si può dimostrare una continuità religiosa da Çatal Huyuk e Hacilar fino alle grandi “Dee Madri” di epoca arcaica e classica” e che “l’interpretazione dell’arte del Paleolitico Superiore incentrata sul tema di un complesso simbolismo femminile (sotto forma di animali e simboli), mostra forti somiglianze con le immagini religiose di Çatal Huyuk e Hacilar”.

Sebbene si parli molto poco di questo, i numerosi scavi neolitici in cui sono state trovate statuette e simboli della dea coprono una vasta area geografica, che va ben oltre il Vicino e Medio Oriente, come dall’India fino all’Isola di Malta, nel Mediterraneo, per esempio. Insomma, quasi ovunque, i luoghi dove avvennero i grandi progressi sociali e materiali della tecnologia hanno il culto della Dea come caratteristica comune. Risale probabilmente a questo primissimo periodo neolitico l’origine del concetto della Dea Dispensatrice di Vita e di Nascita come Fato, poichè decide della durata della vita, della felicità e della salute, e come filatrice o tessitrice perfino dell’esistenza umana (il primo animale addomesticato, l’ariete, divenne sacro alla Dea Uccello e la Dea divenne così associata alla tessitura e alla tosatura). Contemporaneamente, la scoperta della ceramica aprì altri orizzonti verso la creazione di nuove forme scultoree, e verso un nuovo modo di raffigurare i simboli attraverso la pittura su ceramica. Apparvero quindi i vasi antropomorfi a forma di donna-uccello (chiamati askoi) e motivi decorativi come corsi d’acqua, triangoli, bande decorate a rete, spirali, serpenti e spire serpentine divennero predominanti. Nella nuova economia agricola, la Dea Gravida del Paleolitico fu trasformata in una divinità della Fertilità della Terra diventando simbolo del ciclo vitale della vegetazione (nascita, fioritura, morte). Acquistarono grande importanza gli aspetti legati alla fecondità di uomini e animali, l’abbondanza dei raccolti, la fioritura delle piante e i processi della crescita e dell’ingrassamento (la scrofa divenne sacra a questa Dea per le sue capacità di crescita veloce e di ingrassamento).

La rappresentazione del mutamento delle stagioni si intensificò, manifestandosi nei rituali estivi/invernali o primaverili/autunnali e nella comparsa dell’immagine di una madre/sorella e di un Dio maschile, spirito della vegetazione che nasce e muore.
Ora sappiamo che l’agricoltura – non solo l’addomesticamento degli animali, ma anche delle piante selvatiche – risale ad un’epoca molto più antica di quanto si credeva in precedenza. I primi segni di quella che gli archeologi definiscono la rivoluzione agricola, o del Neolitico, iniziano a manifestarsi tra il 9000 e l’8000 a.C., e ciò significa più di diecimila anni fa. Nel corso della preistoria le immagini della morte non sono predominanti su quelle della vita, ma sono combinate con i simboli della rigenerazione. Anche la Messaggera e la Reggitrice di Morte sono coinvolte nella rigenerazione. Questo motivo appare molto spesso: teste di avvoltoio sono poste tra i seni; fauci e zanne di feroci cinghiali sono coperte di seni (come nei santuari del VII millennio di Çatal Huyuk); le immagini della Dea Civetta dell’Europa occidentale sulle pareti delle tombe megalitiche e sulle stele hanno i seni oppure il loro corpo interno è un labirinto creatore di vita, con una vulva nel centro.

La Dispensatrice di Vita può trasformarsi in una spaventosa immagine di morte oppure essendo rappresentata come un nudo rigido con uno sproporzionato triangolo pubico in cui comincia la trasformazione della morte in vita. Questa raffigurazione del Paleolitico Superiore, è l’antenata dell’antico nudo rigido europeo in marmo, alabastro, pietra di colore chiaro od osso: materiali che hanno il colore della morte. Durante il Neolitico, tombe e templi presero la forma dell’uovo, della vagina e dell’utero della Dea, o del suo intero corpo. Le tombe a corridoio megalitiche dell’Europa occidentale simboleggiavano con grande probabilità la vagina (corridoio) e il ventre gravido (tholos, camera rotonda) della Dea. La forma di una tomba è simile alla collina naturale con un omphalos (pietra che simboleggia l’ombelico) sulla sommità, simbolo universale del ventre gravido della Dea Madre con il cordone ombelicale, come si riscontra nel folclore europeo. Serpenti antitetici o teste a spirali riempiono l’antica decorazione europea fatta con argilla con i loro movimenti e torsioni. Vortici, croci e una varietà di segni quadrangolari sono simboli di dinamismo nella natura che assicura la nascita della vita e muove la ruota del tempo ciclico dalla morte alla vita, perché la vita si perpetui. La spiegazione tradizionale delle statuette femminili può essere considerata più una proiezione di stereotipi che un’interpretazione logica di un’osservazione.

La Eisler, a tal proposito afferma: “Sembra del tutto plausibile che l’evidente dimorfismo, cioè la differenza di forma tra le due metà dell’umanità, abbia avuto un profondo effetto sui sistemi di fede del Paleolitico. Sembra altrettanto logico che la constatazione che la vita umana e quella animale sono generate dal corpo femminile, e che il corpo della donna, come le stagioni e la luna, segue dei cicli, abbia portato i nostri progenitori a considerare femminili, anziché maschili, i poteri del mondo che danno e mantengono la vita.” La Eisler, poi, si sofferma anche sulla figura di Gesù Cristo, sostituto simbolico per la religione cattolica delle grandi Dee, partendo dal fatto, in accordo ancora con Erich Neumann, che il calice della fonte battesimale, importante nei riti battesimali,si riferisca all’antico simbolo femminile del vaso (che contiene la vita), che per Neumann rappresenta “il ritorno all’utero misterioso della Grande Madre e alla sua acqua di vita”. Infatti, afferma la Eisler, oggi è ben risaputo che il compleanno di Gesù (quello simbolico, perché non si conosce quello effettivo), viene fatto cadere nel periodo di Natale, che era quello delle festività per la grande Dea, e corrispondeva al solstizio d’inverno, tra il 21 e il 24 dicembre, mentre andando verso il 6 gennaio, la cosiddetta Epifania, si festeggiavano, in epoca romana, riti di nascita e di rinnovamento. L’unico ricordo di queste origini femminili, cancellate dal cristianesimo, religione del Padre, e quindi inserito negli stadi patriarcali, è quello della raffigurazione della Madonna con il bambino poiché la Madonna, in quanto donna, è comunque rappresentante della Legge del Padre, ed è quindi relegata a sola icona, non più rappresentante l’espressione di vita e di nascita, poiché il cristianesimo elegge come sua simbolica il Cristo sulla croce, legandosi (re-ligio) a temi quali la sofferenza, la pena e la morte, inabissando così le tracce del Calice, ed innalzando la Spada e gli scudi verso il cielo, pronti ad affermare i propri principi, tramite guerre e distruzioni.

Secondo tempo: La madre

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