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Mediterranea | November 17, 2018

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Corpo degradato, corpo infetto, corpo in dissolvenza: le manifestazioni invisibili della sofferenza - Mediterranea

Corpo degradato, corpo infetto, corpo in dissolvenza: le manifestazioni invisibili della sofferenza
Carmen Bilotta

Ordinariamente, come nota Sartre, “il corpo passa sotto silenzio”: è, in un certo senso, trasparente, invisibile. Felicemente la salute è stata definita come “la vita nel silenzio degli organi” o come “l’inconsapevolezza del proprio corpo”.

Stare bene significa non accorgersi di avere un corpo, il che vale per la salute come per la felicità: se non se ne sente la mancanza, significa che la si possiede. Tuttavia in alcune circostanze, nel dolore, nella fatica, nella malattia, il corpo diventa opaco, pesante, non più trasparente; può apparire estraneo o addirittura minaccioso, si distanzia dal nostro io quasi come un oggetto. La fatica, il dolore, la malattia improvvisamente ci ricordano che abbiamo un corpo e che siamo corporei: ci inchiodano a questa parte di noi, per cui la nostra attenzione naturalmente orientata al mondo esterno e alle persone, si concentra adesso su quel corpo malato. E’, in particolare, il caso dei pazienti oncologici: il corpo e` malato, il corpo ha un nemico interno, quasi sempre non visibile e per questo ancor piu` angosciante; il corpo soffre rispetto ai veleni-terapie visibili che e` costretto a subire.

Il malato oncologico, secondo il modello etnopsicoanalitico di Nesci e Poliseno, ha un vissuto persecutorio rispetto alla malattia, il cancro è esso stesso un doppio persecutorio. Non è un virus o un batterio, non è un nemico estraneo che ci aggredisce dall’esterno. Sono le nostre stesse cellule che danno vita ad un aggressore interno, ad un altro “noi stessi” che proprio per l’essere familiare al nostro sistema immunitario non viene riconosciuto come nemico e ci distrugge in modo subdolo e spesso invisibile e per questo ancor più temibile ed inquietante.
Ma cosa accade al corpo quando viene condannato all’invisibilità da una sanzione sociale: è ancora rappresentabile? Frugando negli annuari statistici provinciali, alla voce “cause di mortalità”, tutt’ora balza subito all’occhio un lungo elenco di decessi in base alle più svariate e specifiche patologie. I casi di morte per Aids, invece, non sono affatto menzionati. Questa dimenticanza importante suona come un non voler far sapere.

La piaga Aids, scoppiò circa un ventennio fa, accompagnata da campagne martellanti su come evitare il male del secolo, che faceva a pezzi il sistema immunitario. Dal momento in cui gli scienziati identificarono Hiv e Aids, le risposte sociali che hanno accompagnato l’epidemia sono state paura, negazione, stigma e discriminazione. Uno slogan circolava avvertendo a chiare lettere: “se lo conosci, lo eviti”. Per molti ciò significò semplicemente stare alla larga da certe categorie a rischio. La psicosi del contagio dilagava, la gente puntò subito l’indice contro gli untori della peste, devianti ed immorali: gay, vagabondi del sesso, oppure sbandati prigionieri della siringa. Quel virus che senza pietà s’infilava per sempre nel loro corpo, fiaccandolo, era una giusta punizione, uno scotto da pagare per quella vita sregolata. Scienziati e medici si diedero un gran daffare per frenare paure immotivate con una corretta informazione. Chi non ricorda la scena dell’immunologo che, in diretta tv, baciò in bocca una sieropositiva, per scacciare lo spettro del contagio facile attraverso la saliva? Ora questa malattia non è percepita, dai più, come un’insidia ma in passato essere sieropositivi significava avere appiccicata addosso una data di scadenza che seminava isolamento e vergogna. Su questa brutta faccenda si doveva solo tacere. Pochi hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto rivelando il segreto. Sfidare le innumerevoli insidie della visibilità significava e in alcuni ambiti ancora significa abbandonarsi al rischio dello stigma, uno strumento potente di controllo sociale che può essere utilizzato per emarginare, escludere ed esercitare un potere sopra individui con determinate caratteristiche. Ma la malattia in molti casi, è stata, “aiutata”, “rinforzata” proprio dalla discriminazione. Anonimato, vergogna e paura si rivelano aggettivi in simbiosi con la malattia che anche da questi presupposti può evolvere e diffondersi silenziosamente.

Il corpo sofferente diviene corpo marginale perché infetto e pericoloso. Il paradosso percettivo sotteso all’Aids riguarda un corpo che può divenire invisibile per i malati stessi, costretti spesso a mentire per non andare incontro a un’esclusione certa dalla rete sociale. Se il corpo malato viene reso invisibile, la reazione del rimosso a questa operazione, consiste nell’assunzione dell’invisibilità (intesa come negazione dell’immagine) a modalità rappresentativa. E’ un peso, quello del silenzio, che troppe persone portano, imparando a mentire soprattutto a se stesse, rivendicandolo come una scelta, negandosi quindi anche la rabbia e il dolore. Svelarsi, infatti, significherebbe sì superare il pregiudizio e la paura degli altri, come la propria vergogna; ma significherebbe anche rischiare la compassione, prepararsi ad un mutamento nei rapporti di amicizia, fare i conti con il dolore e la sofferenza.

Il corpo nascosto, dunque, si perde nell’insignificanza: è incapace di riconoscersi perché nessuno lo riconosce, lo accoglie come portatore di senso. Non fa notizia, non vuole far notizia, non è emergente. E’ il corpo che viene intenzionalmente sottratto allo sguardo perché la sua presenza non sia perturbante, nascosto alla vista in modo da negarne l’identità di persona. Se esiste un diritto alla visibilità, un habeas corpus che garantisca il proprio esserci in prima persona, esiste anche un diritto all’invisibilità, che assicuri la possibilità di dileguarsi.
Ciò che non si vede, tuttavia, ci può anche comunicare qualcosa. Pensiamo a un corpo che scompare e curiosamente proprio scomparendo acquisisce un’inusitata visibilità Pensiamo al corpo defemminilizzato, dematernalizzato e desessualizzato dell’anoressica che solo apparentemente non offre e non chiede parola. Attraverso l’anoressia ci si rende invisibili pur di essere visti: un lavoro di scarnificazione (molte ragazze questo lavoro lo fanno realmente con tagli sulle braccia, sul seno, sul ventre “perché a differenza delle altre ferite psicologiche, queste ferite si vedono”), che potremmo chiamare anche di scarificazione, un lavoro di alleggerimento di un pieno pulsionale che soffoca, annienta, uccide.

Le forme femminili sono considerate e nominate, semplicemente come grasso.
Il corpo non porta alcun segno che indichi la particolarità di quel soggetto femminile: è semplicemente un oggetto merceologico, con la sua chimica e morfologia, senza una connotazione metaforica. Poiché il femminile si pone come luogo dell’enigma, del vuoto, dell’assoluta alterità, il corpo femminile può diventare un luogo estraneo e perturbante. Il femminile viene, dunque, espulso dal corpo anoressico, cosicché non rimanga un simbolo in grado di renderlo riconoscibile nella propria particolarità. Con ragione René Girard ha spiegato che il rifiuto del cibo va compreso sulla base del desiderio mimetico della magrezza, cioè della trasformazione del corpo secondo un modello invidiato perché ritenuto vincente. Vincente perché ostentare un corpo devastato dalla magrezza è una possibilità senza uguali per catturare l’attenzione di tutti: attenzione che non si è avuta per quello che si era, quasi che senza questo sintomo, nonostante i suoi costi elevati, venisse meno la visibilità.
Attraverso il loro corpo, le anoressiche, si pongono come portatrici, tramite il rinnegamento della possibile dimensione tragica del vivere, di una verità non riconosciuta e invisibile perchè non si mostra ai nostri occhi e si svolge invece negli spazi intimi della mente e del cuore delle donne e difficilmente raggiunge spazi socialmente condivisi.

Nell´anoressia, il corpo magro diventa, dunque, un segnale, un canale attraverso cui richiedere una attenzione speciale e particolare. Il corpo occupa il centro della scena, al posto dei sentimenti effettivi, terribili e angosciosi, che la persona può provare. Il corpo diventa visibile nella sua distruzione, diventa mezzo di espressione di sé in quanto rivelatore di una sofferenza.
Ma nell´anoressia, la magrezza annulla il corpo. In questa patologia, si trova un programma di eliminazione del corpo tanto spietato da condurre alla eliminazione più radicale: la morte. Il corpo come segnale ed il corpo come un cumulo di ossa si trovano congiunti nel programma anoressico. E’ il paradosso dell’ anoressia: la paziente cerca di sparire, di annientarsi e di non-essere; cerca di essere nulla e, nelle forme estreme, ci riesce. Ma nello stesso tempo, attira l´attenzione di tutti, perché il suo corpo la sta conducendo verso la morte. Cosa vuole dunque l´anoressica: esserci o sparire, diventare invisibile o essere al centro dell´attenzione e, quindi, visibile? Tutti questi paradossi sono l´effetto di una difficoltà fondamentale: un blocco, a livello della parola. Da una parte, c´è una domanda rivolta all´Altro. Dall´altra parte, non c´è proprio nessuna domanda.

La sofferenza del corpo di cui trattiamo, non è, infatti, qualcosa di superficiale e visibile, ma esprime una sofferenza intima, invisibile, duratura, profonda, inscritta nella carne dell´essere della persona. Attraverso l’invisibilità di un corpo che si asciuga l’anoressica pensa di acquisire una visibilità per tutti quelli che le stanno attorno. Il soggetto deve usare una volontà fortissima, ma in modo mortifero e non creativo, per attuare una forma di suicidio lento e terrificante. Non è la parola che può dire del disagio psicologico ma il corpo che parla che grida il male di essere. Se guardi l’altro come oggetto, il suo corpo perde il significato simbolico che ha come rivelatore dell’io: da simbolo che rappresenta la realtà della persona, che fa trapelare rendendosi trasparente, quel corpo si riduce a pura immagine, un simulacro che non allude a nient’altro che a sé, opaco, in quella pesantezza della carne e delle ossa che tuttavia rimanda ad altri significati rispetto a quelli che la semplice vista può scorgere.
Se il corpo nascosto soffre d’invisibilità, il corpo esposto, è invece, il prodotto di quella libido vivendi che sembra caratterizzare il nostro tempo: “guardo dunque sono” può essere il nuovo motto, col suo correlato necessario “sono guardato dunque sono”. Espressione entrambi di una fragilità interiore, che necessita per sostenersi di una sorta di consenso visivo: se vedere significa essere di più, nella sua illusione di controllo, essere visto significa essere di più, nella convinzione che l’essere-presso-altri valga di più che l’essere-in-sé. Paradossalmente tanto il corpo esposto quanto il corpo nascosto non manifestano la persona, perché non sono individuati e identificabili. Per questo la reazione all’esposizione e all’occultamento è identica: la vergogna di essere soltanto corpo o la vergogna di non esserlo affatto.

Corpi esposti e corpi nascosti finiscono col coincidere, perché entrambi corpi invisibili in quanto non oggetto di sguardo, perché irrilevanti, scomodi o deformi: corpi nascosti, trafugati alla vista e corpi in mostra, corpi esibiti, corpi opachi che non rimandano ad altro che a se stessi. Corpi che paradossalmente, pur investendoci con la loro presenza massiccia, si destrutturano, divengono oggetti privi di personalità, in un’opacità che manifesta una leggerezza insostenibile: non rivela la persona, ma la vela o, addirittura, la smarrisce.

E’ il corpo scrutato da uno sguardo clinico impietoso, che intende leggervi i sintomi da inserire in un quadro nosografico già fissato. E’ il corpo che viene misurato, pesato (come se la sofferenza si potesse pesare, raccontano le anoressiche); un organismo de-personalizzato, trattato come un caso interessante, da esplorare tutt’al più come un oggetto di ricerca. Ma questo corpo esposto rimane soltanto l’archetipo della malattia, della morte, della colpa, del dolore, scrutati ed esibiti nella loro universalità e radicalità. Corpi non riconosciuti come individualità: al massimo hanno la familiarità del déja vu, ma non la consistenza di persone concrete da identificare o incontrare. La reciprocità del guardare è assente. L’uomo non cerca più di penetrare nell’intimità di una coscienza, si limita a percorrerla.

Fonti

M. Perniola, La società dei simulacri

U. Galimberti, La scienza e la riduzione del corpo a simulacro biologico

J. Brun, La nudità umana

G. Canguilhem, Il normale e il patologico

M.T. Russo, Corpo, salute, cura

E. Borgna, Come in uno specchio oscuramente

D.A. Nesci, T.A. Poliseno, Metamorfosi e cancro

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