Disamistade, foto di Ruffini Silvano
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E’ nella natura delle cose che la differenza degli interessi dei singoli individui e dei gruppi, la singolarità dei caratteri personali, peculiarità delle circostanze, suscitino dei conflitti, tanto più notevoli se le persone e i gruppi interessati appartengono alla medesima parentela, ma non meno virulenti se gli interessati sono affiliati a gruppi etnici di estrazione diversa (Bernardi, 2001).

Di fronte a tale realtà, non c’è società che non si sia dotata di strumenti adeguati per far fronte all’insorgere dei conflitti e per provvedere alla loro soluzione. Di conseguenza, il conflitto va posto in relazione con il costume e le istituzioni proprie di ogni società.

La violenza che si manifesta nella storia e nella vita sociale è un fenomeno intensamente etico ma non è il contrario della cultura né lo sfondo naturale del comportamento umano che si manifesta quando viene meno la vernice sottile della civilizzazione. Il senso comune oggi può farci considerare la violenza come un residuo, ciò che resta quando si cancelli o si azzeri momentaneamente la cultura. La necessità di “spiegare” il comportamento violento ci deriverebbe dal nostro “sentirlo” come una contraddizione in relazione ai valori di quella cultura su cui si basa la nostra identità di esseri umani. In realtà, gli aspetti naturali e quelli culturali dell’evoluzione non si sono semplicemente contrapposti gli uni agli altri ma si sono compenetrati. In particolare, è caratteristica peculiare della cultura la capacità di plasmare la “dotazione naturale” degli esseri umani, in modo tale che è difficile parlare di una pura base naturale del comportamento. Ciò che noi consideriamo “naturale” ha spesso il carattere di una seconda natura ed è all’interno di un insieme di condizioni culturali che si determina il concetto stesso di natura: ogni cultura definisce al proprio interno la linea di demarcazione tra ciò che è naturale e ciò che è culturale e questa demarcazione è culturalmente plasmata. Nonostante aggressività e violenza appartengano alla dotazione biologica e istintuale del genere umano, gli atti violenti sarebbero, perciò, il prodotto di un certo tipo di cultura, un atteggiamento costruito, che si apprende con l’educazione e la socializzazione e che sta in stretto rapporto con le forze che regolano la cosciente vita associata degli esseri umani: il desiderio, il potere, persino la razionalità (Dei 1999).

Violenza e aggressività, per quanto indubbiamente radicate nella costituzione biologica ed etologica dell’uomo, si manifestano nel comportamento umano all’interno di determinate civiltà e società in modi culturalmente e storicamente plasmati: ciò che noi oggi consideriamo violenza è frutto di un processo storico molto preciso e anche molto recente, di una ridefinizione continua della linea di demarcazione tra natura e cultura e quello che può sembrare l’insorgere di una violenza incontrollata e naturale è spesso di fatto un comportamento governato da regole culturalmente e socialmente approvate. Ciò che è normale oppure patologico e deviante, ciò che necessita o meno di una spiegazione muta a seconda dei concreti contesti culturali.

E’ importante comprendere il significato culturale della violenza, quali valori la muovono, quali sono i suoi usi sociali e non tanto considerarla come un residuo, ciò che rimane una volta che si sono allentati i vincoli della civiltà e della cultura e che è emersa la “belva che è in noi”.

Affinché si possa leggere ciò che sembra l’esplosione incontrollata di furore come una configurazione ordinata di comportamenti che quasi sempre risponde a un codice culturalmente appreso è necessario sviluppare una sensibilità nuova verso il linguaggio simbolico della violenza che ci induca a domandarci se atti violenti apparentemente analoghi abbiano lo stesso significato all’interno di contesti culturali diversi e che favorisca una riflessione su come il confine stesso tra comportamento violento e non violento venga costantemente ridisegnato nel corso della storia, in relazione a strategie e alle politiche dei gruppi sociali.

Gli antropologi in più occasioni hanno fatto notare come società e istituzioni, per esistere, hanno bisogno che sia ridotto e controllato il potenziale di aggressività e violenza che ciascun individuo porta dentro di sé in virtù della sua costituzione biologica. L’uomo sembra non possedere in modo naturale simili impulsi inibitori, a differenza degli animali che possiedono “naturalmente” quei meccanismi di controllo e ritualizzazione degli istinti aggressivi verso i loro simili, senza i quali, forse, sarebbe messa in pericolo la stessa sopravvivenza della specie. E’ la società, tramite le sue istituzioni, a consentire all’individuo di “scaricare” le sue pulsioni aggressive, incanalandole in direzioni che non danneggino l’ordine e la stabilità della società stessa.

Queste istituzioni potrebbero esser classificate a seconda della loro prossimità alla violenza fisica vera e propria. All’estremo più violento di esse verosimilmente si colloca l’istituto della cosiddetta “faida di sangue” che consiste, almeno in apparenza, nel diritto-dovere di vendicare una uccisione attraverso un’altra uccisione, secondo il principio della legge del taglione: non la semplice punizione di un crimine, dunque, ma il tentativo di riportare equilibrio tra due segmenti sociali, equilibrio rotto dal primo atto di violenza e che in qualche modo è necessario ripristinare. Se questo non avvenisse, il principio della vendetta potrebbe dilagare fino ad investire l’intera comunità.

La faida non è altro che un susseguirsi di azioni conflittuali che indirizzi o gruppi si scambiano fra di loro.
Si attua per riscattare quelle che sono ritenute gravi offese per chi le subisce e che hanno in qualche modo leso l’onore e l’integrità morale di una persona. Il ricorso a una vendetta privata nasce fondamentalmente da una sfiducia nei confronti dello stato e del suo sistema giudiziario, ritenuto inadeguato a far fronte a tale tipo di conflitto. La faida sottrae allo stato il monopolio della giustizia e dell’uso della forza; sussiste quindi un forte divario e una netta differenziazione tra il codice statale e quello locale, che si ritrovano ad essere in conflitto.

Obiettivo della vendetta è quello di finire il nemico e sopravvivere alla sua morte, ed è in questo senso che si parla di compenso. Il gruppo familiare che subisce la morte, ha il compito di vendicarsi e il sangue versato, che qui indica morte è lo stesso elemento a cui il gruppo familiare si appella, si rifà, se vuole evitare la propria distruzione. Il sangue è perciò segno distintivo: riunisce in sé il significato di vita e di morte. La presenza del corpo morto fa scattare inevitabilmente una ridefinizione di giudizi su vivi e morti. L’ucciso è giudicato buono, non ha più colpe, è innocente. Eventuali addebiti di colpa vengono attribuiti in maniera velata, leggera, e una volta morto, l’intera comunità è obbligata a manifestare la propria solidarietà e partecipazione alla famiglia dell’ucciso.

Nelle faide, dunque, da anni si esercita il diritto privato alla vendetta, in catene di omicidi che sembrano non avere fine. Una istituzione molto complessa, dunque, tipica di società in cui manca un potere giudiziario centrale e che stabilisce regole per la risoluzione dei conflitti tra lignaggi che sono aperti da un omicidio. In sostanza, la tradizione accetta che i membri di un gruppo di parentela cerchino di vendicare la morte di uno di loro uccidendo l’assassino o un membro del lignaggio dell’assassino: la seconda uccisione ristabilirebbe un equilibrio sociale che era stato infranto dalla prima. Ma, di fatto, la vendetta non ristabilisce mai l’equilibrio: il gruppo che la subisce tende a interpretarla come un’offesa ulteriormente squilibrante che deve a sua volta esser vendicata, e così via potenzialmente ad infinitum.

L’omicidio genera, dunque, il bisogno di vendetta, un riconosciuto ritenuto legittimo. Vendetta chiama vendetta, in una catena, che se non s’interrompe, mette in pericolo la sopravvivenza della stesso gruppo.

Una strana forma di giustizia agli occhi di noi occidentali moderni, abituati alla gestione delle sanzioni da parte del potere centrale e al fatto che un assassinio è un crimine eminentemente pubblico, anche laddove lede interessi privati. Tuttavia, questa è una punizione che non risolve il problema dell’equilibrio; laddove un compenso o persino una vendetta omicida, che non colpisca però l’autore del primo delitto, è considerata perfettamente soddisfacente.

L’istituzione della faida contempla, tuttavia, in alcuni casi anche l’apertura rispetto ad una serie di trattative e contrattazioni tra i due lignaggi rivali, con lo scopo di risolvere il “debito” possibilmente senza spargimento ulteriore di sangue ed evitando il dilagare a macchia d’olio del conflitto.

Fonti

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