Torre dell'Elefante a Cagliari
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Maestri, architetti, scalpellini, manovali, muratori, scultori, campanari: chi erano gli uomini che lavoravano alla produzione artistica medievale, dalla cava alle officine di fusione? Solo di alcuni ci rimane il nome, un numero esiguo di attestazioni se confrontato al totale delle opere, e ancor meno sono i casi in cui al nome – sulla pietra o sul bronzo – corrisponde un’identità altrimenti attestata. C’è da dire che il problema del nome dell’autore non è sembrato di capitale importanza nella storia dell’arte medievale, limitandosi le ricerche alla conferma o smentita di attribuzioni famose. Dunque raramente sono state censite le epigrafi o rilevati i testi da documentare in modo più preciso che non con la citazione del nome trovato in un concio o altro. Eppure il nome e il manufatto che lo contiene è importante per comprendere tanti aspetti del cantiere medievale, dalla divisione del lavoro tra capomastro e sottoposti alle strategie di presentazione di artista e committente, passando per l’autocoscienza stessa del magister e del proprio ruolo.

Le maestranze nel medioevo si spostavano a seguito delle committenze, spesso di ordini monastici, e se la bassa manovalanza – che poi era comunque composta da operai esperti, come la perfezione dei conci di molte chiese dimostra – era reperita in loco, per l’ideazione dell’opera si cercava l’autore importante e costui ha talvolta lasciato il suo nome nell’opera. All’università Normale di Pisa è in corso un progetto, avviato dal 1997, di raccolta e pubblicazione delle opere firmate del medioevo italiano, dal VII secolo fino al Gotico Internazionale, di cui a breve dovrebbe essere messo online il database, che ha coinvolto gli studenti di tutta Italia nel rilevamento di epigrafi solo in parte studiate e mai come fenomeno a se ma solo inserite nel contesto dell’opera. Il lavoro è stato svolto anche in Sardegna dove i nomi raccolti sono 16 anche se forse non tutti i soggetti sono effettivamente intervenuti nella costruzione. Si tratta di chiese, per la maggior parte, ma non manca una statua, due torri, alcune campane e i picchiotti bronzei della cattedrale romanica di Oristano. L’arco cronologico dei manufatti va dall’XI secolo, con la chiesa di San Pietro extra muros di Bosa, al 1382, con la campana di Marco da Perugia. Alcune epigrafi sono semplicemente l’apposizione di una firma, altre sono opere complesse che costituiscono esse stesse opera d’arte.

Le firme si trovano dal nord al sud dell’Isola – ma nessuna per il momento, è giunta dal territorio di quello che un tempo era il Giudicato di Gallura – sono scritte quasi sempre in gotico epigrafico, dato che si concentrano nel periodo in cui questo era lo stile in voga, ma alcune sono scritte con una grafia non classificabile che possiamo definire genericamente romanica: una sorta di stile di transizione che comprende lettere capitali, onciali, gotiche. Ma chi erano gli autori attestati nelle epigrafi sarde, da dove arrivavano e che coscienza avevano del loro ruolo? Arrivavano quasi tutti dalla penisola, Toscana per lo più ma anche Lombardia, e di pochissimi si sa qualcosa in più del nome. Ecco un breve elenco delle attestazioni ad oggi conosciute, e partiamo, in ordine alfabetico, da Borutta, con la maestosa chiesa di San Pietro di Sorres (seconda metà del XII sec.), dove spicca, su un gradino del portale d’accesso, l’incisione MARIANE MAISTRE. Nient’altro. Di lui possiamo solo ipotizzare la formazione e la provenienza, nonché il periodo di attività: la chiesa fu costruita in due tempi, una prima fase di impianto, con una tecnica muraria più incerta, e una di compimento che, secondo gli storici dell’arte, dovrebbe essere opera di maestranze pistoiesi ed è a questa seconda fase che fa riferimenti il lavoro di maestro Mariano, nella seconda metà del 1100. Era un capomastro o anche l’ideatore del progetto? È possibile entrambe le cose dato che nel medioevo le due funzioni spesso coincidono. Se su Mariano non sussistono dubbi circa il ruolo, comunque di artista/artigiano, diverso è il caso di SISINNIO ETRA, il cui nome rimane in un concio dell’abside di San Pietro extra muros (metà XI o inizi XII sec.), a Bosa. Anche questa chiesa fu costruita in due momenti e da mani diverse, la parte absidale, con le campate più vicine, prima e la facciata, naturalmente, a conclusione. In quest’ultima è possibile ritrovare la mano di un autore che vedremo più avanti, Anselmo da Como. Ma torniamo a Sisinnio. Il testo del concio sembra riferirsi alla posa della prima pietra (o comunque all’avvio dei lavori) e dice “Sisinnio Etra custa fecit…”, ma talvolta con il “fecit” si intende anche il “fecit fieri” e, personalmente, mi rimane il dubbio sul ruolo di costui, committente o artista.

Non ci sono invece dubbi su GIOVANNI CAPULA, citato nelle bellissime epigrafi delle torri di San Pancrazio (1305) e dell’Elefante (1307) a Cagliari. Qui siamo davanti a dei veri e propri documenti storici: le due lastre contengono infatti una grande mole di informazioni, dalla data al nome dei magistrati in carica, a quello del responsabile dell’opera del duomo. Il testo non lascia dubbi sul ruolo di Giovanni Capula, architector optimus e caput magister, progettista e direttore dei lavori. È probabile che lui sia stato il progettista dell’intera cortina muraria e, forse, del castello Malaspina a Bosa. Le lettere sono in gotica epigrafica, erano originariamente rubricate in nero e il testo è in rima. In gotica epigrafica è anche l’epigrafe che celebra il MAESTRO AIDEDEO della scomparsa chiesa di San Paolo (1337), che un tempo sorgeva a Santa Igia, capitale del giudicato di Cagliari, ma questa pietra è tutto ciò che ci rimane della costruzione e Aidedeo non sappiamo se fosse autore o addetto alla gestione finanziaria dei lavori. Stesso stile si ritrova nell’epigrafe di GUANTINO CAVALLINO DI STAMPACE, nella chiesa di Santa Maria (1282) a Tratalias, oggi addossata alla controfacciata ma un tempo ai piedi di un pulpito non più esistente. La si è ritenuta per questo riferita alla costruzione del pulpito stesso ma non è una certezza: forse la sua collocazione originaria era la facciata e il nostro maestro Guantino sarebbe, in questo caso, l’autore della parte conclusiva della bella chiesa cattedrale.

Si è parlato di San Pietro di Zuri (1291), a Ghilarza, e qui facciamo proprio un balzo stilistico: il riferimento principale per le chiese dell’isola è in linea di massima toscano ma in questo caso è lombardo, come conferma il nome dell’artista, ANSELMO DA COMO. Al lato dell’abside una piccola edicola la mette in relazione con la chiesa omonima di Bosa, dato che ha lo stesso curioso disegno del suo terminale. L’epigrafe non è bella e curata come altre precedenti e coeve, la scrittura non segue uno stile preciso e le lettere non sono regolari. E quel genere che genericamente abbiamo definito romanico e si ritrova anche in altri manufatti. È lo stesso di Bosa, ad esempio, ma anche della chiesa di San Pantaleo a Dolianova, dove abbiamo ben quattro autori citati, relativi a momenti costruttivi diversi. C’è il maestro BONANNO (XII?), in un concio absidale che forse un tempo era il basamento dello stipite di un portale, e ci sono GIOVANNI, capomastro, e GIOVANNI e MARCEGA (1261) suoi aiutanti in una porta laterale, su un piccolo abaco sorretto da testine tutte differenti e misteriose in cui s celebra la committenza da parte del vescovo di Isili. Incerta è anche la scrittura dell’epigrafe in facciata della chiesa della Madonna del Pilar (1318) a Villamassargia (ex San Ranieri) dalla curiosa forma a losanga. L’autore ha il curioso nome giudicale di ARZOCCO/ORZOCCO. Analogo tipo di scrittura, con qualche elemento di onciale, caratterizza, infine, l’epigrafe della chiesa di San Giovanni (fine XI?) di Viddalba, oggi allo stato di rudere ma un tempo bellissima e raffinata, a giudicare dalla perfezione dei conci. Anche in questo caso abbiamo citato il committente, Gomitta de Mela, oltre al maestro ALBERTO.

Chiusa la serie delle chiese ci rimangono alcuni altri manufatti firmati. Particolari sono i picchiotti bronzei (1228) della Cattedrale romanica di Oristano, perduta in questa forma, opera di tale PLACENTINUS che forse fu anche autore di una copertura in lamine plumbee della stessa. In entrambi i dischi alla base delle protomi leonine si legge infatti che questi furono fatti assieme alla copertura della chiesa, per volere dell’arcivescovo Torchitorio. Sempre ad Oristano rimane la statua di un Santo Vescovo (1360-1368) firmata da NINO PISANO, figlio di Andrea, unica statua con firma presente nell’isola, per il periodo in esame.

Un discorso a se meritano, infine, le campane. Ne sono state censite quattro con firma, due sono dello stesso autore, NINO DA SAN MINIATO (1320-1326) – a Sanluri e a Lunamatrona – di cui però non sappiamo nulla più che il nome. Sappiamo invece qualcosa di ANDREA DI GUIDOTTO DA PISA, autore della campana del Duomo (1338) di Iglesias. Faceva parte di una famiglia di fonditori il cui capostipite, Bartolomeo, aveva apportato un’importante modifica nella costruzione delle campane: identità di misura tra altezza e diametro alla bocca. Questo permetteva di avere un suono più persistente anche se meno acuto. Per chiudere, l’ultima campana firmata è la monumentale campana detta Di Ugone (1382) (dal nome del Giudice che la commissionò) opera di MARCO DA PERUGIA per la chiesa di San Francesco di Oristano.

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