Comunicare la musica
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Il grande potere comunicativo della musica è un luogo comune assodato. Fin troppo, ci sarebbe da aggiungere. C’è una bellissima frase di Martin Scorsese, il famoso regista, che è Particolarmente significativa a questo proposito: “Non posso immaginare la mia vita o quella di chiunque altro senza la musica: è come una luce nel buio che non si spegne mai”. In effetti, se si dovesse chiedere a una persona qualsiasi quale forma d’arte le risulti più familiare, la maggior parte risponderebbero proprio la musica.

La musica “pop”, poi, quella che finisce più spesso in classifica e nelle radio, non ha davvero confini di età e ceto sociale. La forma musicale più orecchiabile è la canzone, la canzone è per definizione un modo di esprimersi popolare, da qui la definizione di pop, intesa per l’appunto destinata alle “masse”, in contrapposizione con la musica alta, la musica “classica”, quella destinata agli intenditori, ai palati fini.

Ma è davvero ancora così? Nell’accezione tradizionalmente accettata, pare di sì, per non parlare degli accademici (anzi, degli Accademici), per la quale è una (maiuscola) Verità. In realtà, è almeno una trentina d’anni (forse molto di più) che questa suddivisione ha perso di senso. Alcuni studiosi della musica propongono una separazione meno netta, una sfumatura dei confini fra musica “alta” e musica “bassa”: alcuni grandi cantautori italiani – fra i quali il mai abbastanza compianto Fabrizio De Andrè, Franco Battiato, Ivano Fossati e più di recente artisti come Vinicio Capossela, Morgan o Samuele Bersani – ne hanno dato spesso prova, splendidamente.

Ci sono casi poi in cui sono nate commistioni fra canzone d’autore e musica “etnica”(o World Music, come si usa definire da qualche tempo a questa parte): prendiamo proprio il caso di un bellissimo album di Fabrizio De Andrè, Crêuza de mâ, uscito nel 1984, disco interamente in lingua genovese (scelta perché lingua ricca di parole derivanti da idiomi di tutto il Mediterraneo), suonato con strumenti tipici della cultura mediterranea e arricchito da registrazioni audio in presa diretta avvenute in luoghi come porti e mercati, luoghi simbolo dell’incontro fra popoli e culture, fra idiomi e accenti diversi.

Crêuza de mâ è considerato uno dei dischi italiani più importanti degli anni ottanta, e ha conquistato estimatori anche all’estero, fra cui l’eclettico David Byrne, leader fondatore dei Talking Heads e artista a 360 gradi. Franco Battiato, nei suoi album più ricercati (eppure di grande successo commerciale), ha operato delle commistioni fra linguaggi musicali provenienti da tutto il Mediterraneo, utilizzando perfino una lingua complessa come l’arabo, oppure più semplicemente la lingua della sua Sicilia. Oltretutto nel 1989 ha fondato un’etichetta discografica e pubblicato sei album di musica etnica e sei di musica colta: questo denota l’attenzione e la disinvoltura con cui Battiato si muove negli immensi territori della musica tutta. Una sua nota conterranea, Carmen Consoli, con l’album Eva contro Eva, ha ricevuto il premio Carosone per il suo lavoro capace di coniugare “tradizione e modernità”.

Un cantautore che ha dedicato ai canti popolari un attenzione tanto forte da farci un album è Francesco De Gregori, il quale, con la collaborazione di Giovanna Marini, nel 2002 pubblica “Il fischio del vapore”, in cui si ritrovano canti delle mondine, canti dedicanti ai migranti, fatti storici e tragici, canti contro le ingiustizie e le oppressioni.

Anche un esimio innovatore della musica pop (con i Genesis prima, da solista poi) come Peter Gabriel si è accorto del valore della musica popolare, fondando un’etichetta dedicata espressamente alla raccolta delle musiche provenienti da tutte i mondi (microcosmi) del Mondo (macrocosmo): la Real Worl Records. Inutile aggiungere che la sua propensione alla ricerca lo ha portato anche nel mondo mediterraneo, ed è approdato anche in Sardegna dove ha scoperto e apprezzato (e messo sotto contratto) i Tenores di Bitti.

Cos’hanno in comune questi artisti fuori dal comune (e dalle logiche più strettamente commerciali del mondo musicale )? Hanno in comune una caratteristica non da poco: che sono considerati autori “colti”, ma sono anche autori “popolari”, nel senso più genuino e positivo del termine. Che sono estremamente comunicativi, ma senza scegliere la scorciatoia della canzonetta facile, del ritornello tormentone, del testo e della musica dozzinale (quella che un tempo veniva definita “bubble gum music”). Che hanno saputo guardare con la stessa attenzione e passione alla musica colta e alla musica popolare, che hanno riconosciuto pari valore e dignità a entrambe.

Perché in fondo, come diceva Alessandro Baricco per la letteratura, la musica non è Storia, è Geografia: è uno stare accanto di paesi diversi, non una guerra fra eserciti contrapposti.

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