Casa campidanese
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La casa del futuro assomiglia sempre di più all’antichissima tipica casa mediterranea.

Succede spesso che dal passato riemergano saperi ancestrali a delineare nuove prospettive per il futuro. È il caso della terra cruda, madre di mattoni plasmati dall’acqua, dal sole e da mani pregne di esperienza. Nelle crepe del fango incrostato sul corpo si leggono storie antiche, tutte legate a un’idea di sostenibilità ante litteram: i costruttori delle case in làdiri (dal latino “later”, che significa “mattone”) non avevano questo come obiettivo primario, ma sapevano unire acqua, argilla e paglia per erigere muri che isolavano naturalmente dal caldo e dal freddo, e realizzare tetti che adornavano le case con onde sinuose prive di qualsiasi sostanza nociva. È quello che si faceva in molte parti della Sardegna fino agli anni Cinquanta del Novecento, durante le lunghe estati roventi che la nostra terra conosce bene. Ogni gruppo di lavoranti aveva il suo ruolo: gli uomini preparavano con accortezza l’impasto di argilla e paglia all’interno di buche scavate nel terreno (is fogaias), vi si immergevano e lavoravano il fango fino all’ottenimento della giusta consistenza, aiutandosi con due bastoni di legno detti craccadoris. Questa fase durava alcune ore, dopodiché l’impasto veniva destinato alla produzione di mattoni in terra cruda, per i quali venivano usati degli stampi rettangolari, e a quella di tegole cotte successivamente in grandi forni a legna costruiti artigianalmente. A Segariu, piccolo comune del Medio Campidano, si producevano entrambi, ma la vera specialità del luogo erano le tegole, esportate in tutta l’Isola. Per queste ultime, la consistenza dell’impasto era fondamentale: una volta pronto, veniva compattato all’interno di cornici di legno lievemente trapezoidali che le donne afferravano e deponevano sulle sagome concave destinate a dare forma ai coppi. Ogni donna addetta a questo lavoro (chiamata sa ghettadrisci) imponeva il proprio marchio personale sulle tegole prima di porle ordinatamente a essiccare. Dopo l’asciugatura al sole, si procedeva alla cottura nei grandi forni che potevano contenere da dodici a quindicimila tegole ciascuno. Ciascuna ghettadrisci arrivava a produrre, nei mesi estivi, più di ventimila tegole.

I veri protagonisti di questo passato non troppo lontano erano il duro lavoro e la natura, le forze primordiali che, prima dell’industrializzazione, hanno costruito, plasmato, forgiato. Oggi non è più necessario seguire le procedure di un tempo: gli uomini non sono costretti a immergersi nelle fosse piene di fango e le donne non devono inginocchiarsi centinaia di volte al giorno per deporre la terra cruda sulle forme. Eppure, la filosofia che animava quell’impegno intriso di sudore e fatica può rappresentare il nostro futuro. In un momento storico in cui l’uomo comincia a comprendere l’importanza di salvaguardare l’ambiente, di risparmiare energia, di vivere maggiormente in sintonia con la natura, è proprio il passato a proiettarci nel futuro. La Sardegna, con i suoi innumerevoli esempi di costruzioni in làdiri, è il luogo in cui è nata l’Associazione Nazionale Città della Terra Cruda che dal 2001 promuove non solo un fenomeno culturale ma una vera e propria educazione all’edilizia bio-sostenibile. Grazie a questi esempi e all’impegno costante, la casa del futuro assume sempre più la fisionomia dell’antichissima casa mediterranea ed è proprio la ricerca dei materiali più ecologici per le abitazioni a riportarci indietro verso modelli architettonici del passato.

Dai Paesi nordici arrivano ogni anno novità importanti sulla costruzione della casa ecologica, una casa che preservi l’ambiente anziché consumarlo. Le abitazioni devono innanzitutto garantire il massimo isolamento dagli agenti atmosferici (caldo d’estate e freddo d’inverno), con l’obiettivo di limitare il consumo energetico della singola casa, della città e del Paese in cui si vive e, in generale, di contribuire al risparmio energetico mondiale evitando il petrolio e ciò che ne consegue: inquinamento, sfruttamento della Terra, guerre. Quando i nostri antenati costruivano le case in terra cruda (e in diversi Paesi dell’Africa si costruiscono tuttora), non lo facevano con questa consapevolezza, ma i loro ritmi erano comunque scanditi dalla natura stessa, che amavano e temevano. Oggi, nell’era della globalizzazione e del digitale, più che mai assistiamo a un ritorno al passato secondo un fil rouge che unisce l’agricoltura biologica e biodinamica, le energie rinnovabili, la bioedilizia, di cui si sono mantenuti intatti numerosissimi esempi che modellano il territorio della Sardegna. Proprio sulla casa tradizionale sarda si sono scritti molti saggi e volumi di architettura: uno dei più conosciuti (a cui hanno fatto seguito pubblicazioni più recenti) è Architettura domestica in Sardegna, contributi per una storia della casa mediterranea, scritto dall’architetto Vico Mossa. Pubblicato nel 1957 coi tipi della Gallizzi di Sassari, aveva l’intento di classificare, prima di perderli per sempre, i modelli di costruzione tradizionali di tutta l’Isola, e tra questi c’era anche la tipica casa campidanese. In questi anni non mancano nuove sperimentazioni, come l’isolamento termico e acustico delle abitazioni con la paglia e con la lana di pecora (di cui un magistrale esempio viene offerto dall’azienda Edilana). Prodotti totalmente naturali che non solo rispettano l’ambiente, ma presentano proprietà fisiche infinitamente superiori a qualsiasi materiale sintetico.

Il futuro è dunque nel passato? Sembra quasi che Giambattista Vico avesse ragione con la teoria dei “corsi e ricorsi storici”, secondo la quale a ogni cambio di secolo si ripetono inesorabilmente alcuni importanti tratti di quello precedente, anche se nella terra delle pietre e dell’argilla, del tempo che si muove lento, delle lunghe estati assolate e degli ampi spazi aperti, la teoria vichiana sembra aver bruciato le tappe riproponendo, in tempi brevi, modelli costruttivi che affondano le radici in un passato quanto mai remoto, ma che si sono protratti quasi fino a oggi senza sostanziali mutamenti. Le attuali conoscenze scientifiche, se utilizzate con lungimiranza, possono percorrere i sentieri già tracciati da tradizioni millenarie e condurci verso un futuro migliore.