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Sembra proprio che casa Deledda profumasse di Letteratura e Cucina Mediterranea già al tempo in cui la famosa scrittrice, destinata a diventare la prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura, era ancora una giovane fanciulla.

Grazia Maria Cosima Damiana Deledda nacque nel cuore dell’isola di Sardegna il 28 settembre del 1871, precisamente a Nuoro, in una famiglia agiata economicamente e con numerosa prole: era infatti la quinta ad essere venuta alla luce, tra fratelli e sorelle. Sua madre, Francesca Cambosu, donna di casa metodica, si occuperà con intransigenza della sua educazione, mentre il padre, Giovanni Antonio Deledda, conseguito il diploma in procura legale e possidente terriero, era dedito al commercio di carbone e beni agricoli, diventando sindaco di Nuoro nel 1863. Il padre sarà per Grazia Deledda di grandissima ispirazione poiché molto appassionato di Poesia: fondò una tipografia mediante cui stampava una rivista ed era fervido nella composizione di versi in Lingua Sarda.

Grazia Deledda frequentò la scuola dell’obbligo fino alla quarta elementare, per poi essere affidata al professor Pietro Ganga, poliglotta e docente di Letteratura Italiana, Greco e Latino, in un percorso di studi privati, fino a proseguire la sua formazione da autodidatta….. questo anche perché al tempo non era consentito l’accesso delle ragazze alle scuole superiori.

Cominciò a scrivere precocissima, guardando con incanto alla letteratura come ad una finestra aperta sul mondo, un mondo ben più ampio di quello cui sarebbe stata destinata se fosse restata in una terra che null’altro prometteva se non imporle l’equazione “figli-casa-casa-figli”; scrisse e pubblicò su un giornale nuorese la sua prima novella nel 1886, quando di anni ne aveva quindici, per poi proporre i suoi racconti alla redazione della rivista “L’Ultima Moda” di Roma, diretta da Epaminonda Provaglio ed edita da Edoardo Perino, che acconsentì alla pubblicazione di “Sangue Sardo” e di “Remigia Helder” nel 1888.

Idealismo, vivida immaginazione e percezione spirituale sono i cardini su cui l’opera letteraria di Grazia Deledda è incentrata, narrando con coraggio e determinazione, malgrado le vicende che funestarono la sua famiglia, la condizione della donna, generalizzata a tutta l’Italia postunitaria, banditismo, episodi storici, storie amorose e, soprattutto, le vicende del Popolo Sardo, attraverso costumanze e tradizioni.

La complessità di un personaggio della letteratura di quel tempo quale è stata Grazia Deledda, che tutt’oggi costituisce un riferimento di rilevanza mondiale, merita certo una trattativa da parte di autorevoli studiosi ed esperti della materia, che certo sapranno dare indicazioni più approfondite e rinnovare l’interesse del lettore moderno su tematiche tuttavia attuali, tanto più che l’intento di questo scritto, assolutamente inidoneo e niente affatto spendibile per una disamina di spessore, è ben altro: il Senso del Cibo.

Grazia Deledda, da donna del suo tempo, sapeva cucinare benissimo e, come anzidetto, la casa dove è nata e cresciuta non poteva che profumare di pietanze ed essenze mediterranee, con le quali andava a condire le sue opere, disquisendo in luogo di prodotti della terra, di allevamento di bestiame e dell’economia agronomica, aspetti che d’altronde il padre stesso conosceva benissimo. La sua opera pertanto, un’opera reazionaria in forma scritta se vogliamo, non è stata incentrata soltanto sulle tematiche già accennate e da una voglia di riscattare chiunque dalle insidie del mondo patriarcale, ormai avviato al crepuscolo: trapela la quintessenza del mondo contadino, della vita pastorale e del senso compiuto e misurato di uomini e donne di un altro secolo e che hanno dato vita alla tempra del ‘900. C’è il senso della misura, c’è il verso antropologico e rispettoso per il cibo, la sua vera funzione, soprattutto un’altra forma implicita di riscatto narrato: l’anarchia produttiva, ormai dimenticata e la cui scomparsa è causa di molte piaghe sociali, tra cui la perdita di valori significativi, fino alla degenerazione qualitativa di ciò mangiamo oggigiorno e che sovverte terribilmente il quadro geopolitico e le economie delle Nazioni.

La figura di Grazia Deledda, da questo punto di vista, riconduce direttamente alla Dieta Mediterranea prima che essa venisse enunciata da Ancel Keys, dimostrando, precursore come pochi, di avere non soltanto consapevolezza di ciò che il Popolo Mediterraneo, attraverso la Cucina Sarda, avesse sotto i denti ma quella capacità narrativa da spontanea ed antesignana ambasciatrice gastronomica, non del superfluo e dell’edonismo come capita oggi con i critici, bensì con la naturalezza e la misura di chi sa che ammettere il senso del cibo, quello vero, è intimamente legato al senso della vita.

 Cucinava davvero bene Grazia Deledda ed amava prendere contatto con gli ingredienti, come giusto che fosse: lei stessa amava ricordare, non senza un pizzico di ironia, che nel novembre del ’27, quando il messaggero dell’ambasciata svedese le comunicò il conferimento del Premio Nobel, baciandole le mani in segno di ossequio, che le stesse sapevano di cipolla poiché aveva appena finito di preparare il soffritto di base per il sugo. Il pane carasau, il maialino, i formaggi, le pietanze a base di carne ovina, le provviste di frutta per l’inverno, i dolci alle mandorle, il liquore al mirto e le seadas sono soltanto alcuni tra gli elementi gastronomici, in parte menzionati nei suoi libri ed in altri attribuiti nella preparazione alla sua personale bravura in cucina. Cibo ed anche vino: con la vendemmia di quest’anno andrà in produzione “Grazia 150-Bevi con Grazia”, la bottiglia celebrativa dedicata alla scrittrice sarda dalla Coldiretti Nuoro Ogliastra, frutto dell’unione di 50 cantine dell’isola per omaggiarla nell’anno del 150° anniversario della sua nascita.

Il gusto, la tradizione gastronomica e la ritualità nelle cucine di altri tempi assolvevano a soddisfare esigenze corporali, cerebrali ed affettive, hanno da sempre costituito una sorta di programma di integrazione culturale in quanto la Dieta Mediterranea è inclusione, ospitalità e convivio, soprattutto la cucina di questo angolo del mondo è uno stato d’animo. Questo è quello che affiorava già dagli scritti di Grazia Deledda e dalla sua bravura nel cucinare anche le parole.

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