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Talvolta mi viene da pensare, senza timor di smentita a dire il vero, che l’Italia, più della mala politica, abbia un problema di educazione scolastica e di infelicità, un’infelicità legata al fatto che la maggior parte delle persone svolga un lavoro che non ama affatto o per il quale sa benissimo di non essere portata.

Eh, che gran croce! Ci riflettano gli aspiranti raccomandabili prima di ambire ad entrare nelle folte schiere delle genti così per bene da meritocrazia aborrire, libertà rinnegare e fuggire dal raggiungere il solingo ed adombrato scoglio dell’autoaffermazione, per detenere il posto sulle più assolate piagge, assolate si far per dire, da un bigio sole che non brilla e tantomeno scalda.

Ma che bello sarebbe se, in Patria sua, il metodo educativo di Maria Tecla Artemisia Montessori attecchisse finalmente, a beneficio di tutti i fanciulli di ogni strato sociale e sin dalla scuola materna. Test psicoattitudinali e terapia occupazionale, in interazione tra loro, non mirati soltanto a quelle forme di riabilitazione in certi ambiti in cui s’ha la pretesa di indicare chi sia normale, sbagliato tanto spesso quanto volentieri; il metodo Montessori, assieme a codesti strumenti e alla ricerca della felicità sarebbero la ricetta salvifica per questo Paese, a patto che una buona opera di educativa persuasione venga rivolta pure nei confronti di certi genitori,  per  scongiurare la cagione che procurano, seppur inconsapevolmente, alla loro prole: che la smettano di vedere una buona volta i figlioli come estensione di loro stessi, come strumento per risanare i propri fallimenti e mediante cui realizzare le loro aspirazioni, per tradite, frustrate o dimenticate che siano.

Oh, ecco perché adesso ne citerò ben tre di sommi statisti nell’umile tentativo d’un qualche timido appiglio a fortificare questa tesi, forse stramba, forse nemmanco.

Che ne sarebbe stato di Adolfo Hitler se l’Accademia delle Belle Arti di Vienna non avesse rifiutato la sua iscrizione?

Che la buonanima di Massimo Troisi, in riferimento al caro Benito Mussolini, non avea forse ragione nella famosa frase tratta dal film “Le vie del Signore sono finite”? “Mica c’era bisogno di farlo capo del governo, bastava farlo capostazione e i treni arrivavano uguale“.

Sulla sporta di questo ragionamento, che manco una grinza dovrebbe fare, e stando ai summenzionati esempi, mi sento in dovere di proseguire col terzo personaggio, non di minor spessore, financo ai probabili danni collaterali: il ministro Francesco Lollobrigida.

Ammetto di essermi quasi risentito nel leggere di offese al dotto, seppur tristo, ministro, solo per essersi fatto sfuggire una sua molto intima confessione. Codesto grand’uomo d’italico vanto, che maitre de restaurant, ma che dico, che gran valletto, anzi no, che commis de conference sarebbe potuto diventare, a patto che qualcuno lo avesse lasciato seguire la propria vocazione?

Organizzare cene –embè- manco fosse facile come presidiare il dicastero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, è un’attività nobile e complessa: bisogna essere degli inguaribili umanisti, gastrosofi, capitani coraggiosi delle brigate di sala, raffinati psicologi, banqueting manager e grandi oratori, mica portapiatti da due soldi che cadono in brodo di giuggiole, caricati a molla dalle recensioni più improbabili di critici improvvisati, piuttosto che adulati da qualche corrotta organizzazione agricola!

Ma tu metti un Lollobrigida che, immerso in un ambiente a lui più confacente e senza incasinarsi in certi discorsi, ti narra e difende il territorio in prima linea, decantando i segreti dell’Enogastronomia, che immagine portentosa!

Curare la mise en place nel dettaglio, prevenire con cura ogni esigenza e pianificare cene sublimi, ma che bello! Fare accomodare i più grandi capi di stato, sistemargli la seggiola e poi metterli a loro agio con la fatidica domanda – prosecchino? -. Ma certo! Si può fare! Si sa che alle belle cene si siglano i migliori contratti, pure quelli per chiudere le guerre e organizzare la gara d’appalto per la costruzione delle villette a schiera fronte mare a Gaza! E che mancette pioverebbero per símil servigi con una bottiglia di limoncello lasciata lì a centro tavola, quasi casualmente, con nonchalance, e tanto di bicchieri da vodka russa ghiacciati, capisc’a ‘mme, e un occhiolino che, ‘a Zelensky mo’ scansate proprio, mentre Biden e Putin si fanno lo shottino con il liquore della Costiera Amalfitana con correzione di Blu Curaçao in cima.

Mea culpa: se solo fossi stato più convinto ad andare al Liceo Artistico, anziché scrivere così male, avrei ben saputo rendere tutto ciò, e restituire le sue braccia all’agricoltura, a mezzo di una vignetta ben fatta.

Ebbene, che spreco signori! Vedere tra il bestiame degli irrealizzati e scontenti un brillante Lollobrigida, che però merita un plauso per il non temere di fare outing pubblicamente, lui se ne frega!  Farebbe di tutto, esternando il suo sogno, pur di far riuscire le cene per una pace più duratura nel mondo, ammettendo di anelare in cuor suo, che intrepido, al ruolo di cameriere dei potenti di ben più alto rango che quello di ministro!

Adesso però, si dico a voi, piantatela di sfotterlo una buona volta: e se foste voi come lui?

Tornando alle cose serie: con il suo lavoro Montessori ci aiuta a comprendere che le guerre dipendono solo in ultima istanza dall’effetto degli squilibri economici, mentre le cause più profonde sono da ricercarsi già negli errori provocati da interventi educativi inadeguati durante l’infanzia. La pace è anzitutto un problema pedagogico e la responsabilità ultima della sua realizzazione è insita nell’educazione stessa.

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