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Vivere non è precisamente la stessa cosa che vivere sapendosi vivere, potendone parlare e potendo fissare fuori di sé discorsi e costrutti interiori

Giulio Angioni

Non è facile, né immediato scrivere e raccontare degli intellettuali a tutto tondo, dalla personalità complessa, eclettica e ricca di sfumature come è stato Giulio Angioni. Il professore, l’antropologo e documentatore, ma anche lo scrittore e il poeta, come è stato definito da tanti nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa.

Sperimentatore in molti campi, caratterizzato da una curiosità intellettuale estesa a trecentosessanta gradi e dotato di un profondo e forte spirito di osservazione, lo studioso è stato esponente di quella Scuola Antropologica Sarda, nata alla fine degli anni Cinquanta del Novecento da un nucleo di studiosi “giunti dal continente”, Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese, chiamati ad insegnare a Cagliari dall’archeologo Giovanni Lilliu nell’ambito di un progetto di apertura della cultura sarda.

Giulio Angioni ragazzo

A Giulio Angioni va riconosciuto il grande merito di essere riuscito ad interpretare e raccontare la Sardegna con grande franchezza e profonda onestà intellettuale, in modo chiaro e schietto, senza mai cedere a gratuite adulazioni.
Era nato nel 1939 a Guasila, paese agricolo della Trexenta e da Guasila la famiglia lo aveva ben presto allontanato per mandarlo a studiare in Piemonte, “dai preti”, come lui stesso non tralasciava di precisare, nella speranza di garantirgli anche in questo modo, un futuro migliore, forse più agevole se lontano da una terra considerata dai più “maledetta”.
In Sardegna, tuttavia egli aveva dovuto far ritorno, poco prima di terminare il liceo, che concluderà a Cagliari, superando in maniera brillante l’esame di maturità, cui si presenterà da “privatista”.
A quel mondo contadino da cui proveniva Angioni, farà presto ritorno anche nelle vesti di studioso e osservatore attento e scrupoloso. Proprio partendo dalle sue origini egli saprà, infatti, conciliare la cultura locale con quella di più ampio respiro.
Sarà, infatti, in seguito al fortunoso incontro con Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese, durante gli anni della sua formazione universitaria, che egli comprenderà meglio che la Sardegna non era quella terra da cui dover fuggire, come aveva sentito ripetersi tante volte in famiglia e nel suo paese, ma una realtà che al pari di tante altre, merita di essere conosciuta, studiata e le cui dinamiche culturali sono degne di essere approfondite e valorizzate attraverso la visione distaccata e lo sguardo “da lontano” proprio del ricercatore e dello studioso, che insegna come qualsiasi cultura, qualsiasi vissuto non vada esaltato come unico e irripetibile e neppure demonizzato come il peggiore dei mali, ma piuttosto valutato e compreso per ciò che è e per quanto è in grado di offrire.
Verosimilmente è proprio per via di questa visione “rovesciata” propostagli da Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese, che Giulio Angioni , al momento di presentare il suo corso, immancabilmente era solito esordire con i suoi studenti affermando: “tutto il mondo è paese” e “paese che vai, usanza che trovi”. Gli uomini, diceva, fanno le medesime cose ad ogni latitudine, solamente le fanno in modi diversi. Riuscire ad andare oltre la diversità del loro “saper fare”, ci consente di ritrovare lo stesso uomo. L’uniformità della mente umana e non la diversità del “fare” sono l’oggetto dell’antropologia e il principio guida del suo metodo di indagine. Attraverso questi insegnamenti, spiegava che a mutare non sono, dunque, gli uomini, le cui capacità psichiche si ripetono uguali in ciascuno di essi. A cambiare, precisava, sono le culture e non i risultati di quanto gli uomini, riuniti in gruppo, producono.
Dotato di un’ironia a volte spiazzante, solo apparentemente distaccato, forse per un eccesso di riservatezza, e mai realmente freddo, in alcun modo avresti potuto definirlo un cattedratico di vecchia scuola, quella che per lungo tempo si era fondata e legittimata attraverso il ruolo autoritario del docente e di cui, in alcuni casi, ancora non ci si è affrancati completamente. Sebbene non si possa affermare familiarizzasse di sovente con gli allievi, capitava che con alcuni di essi, tuttavia, simpatizzasse, in particolare con coloro che aveva visto frequentare assiduamente le sue lezioni. Si ricordava di tutti i suoi studenti Giulio Angioni, li osservava e studiava con grande attenzione, durante le lezioni e mentalmente registrava volti, espressioni, movenze. Se capitava di incontrarlo nei lunghi corridoi della facoltà di Lettere e Filosofia o per le scale, sebbene la maggior parte delle volte non ti salutasse, si capiva, però, che ti aveva riconosciuto. Potevi, forse provare inizialmente la sensazione che nemmeno si fosse accorto di te, una sensazione che durava lo spazio di pochi istanti perché non era difficile rendersi conto come, in realtà, per qualche secondo si fosse soffermato ad osservarti con sguardo prolungato e indagatore e lunghissime erano anche le sue pause di riflessione a lezione. Parlava in modo convincente, ricercato, ma sempre accessibile a tutti, Giulio Angioni; nulla era mai lasciato al caso, sembrava scegliere con estrema cura ogni parola, proferita sempre con garbo, tono lento e voce cupa, così come lentamente era solito sollevare il mento, durante gli esami, e noi studenti capivamo, che pure in assenza di una domanda specifica, quel suo gesto stava a significare che potevamo cominciare a parlare.
Attraverso i suoi studi e i suoi romanzi egli si è fatto via via custode dei valori più autentici della nostra identità di sardi; identità che ha saputo approfondire e divulgare con saggezza e raffinato rigore, scevro da preconcetti o facili sentimentalismi.
Come ha voluto sottolineare nel ricordarlo, anche l’antropologo Pietro Clemente, suo amico e collega, “nel suo essere e sentirsi sardo e sardofono di radice contadina, Giulio Angioni, ha rappresentato anche la nostra linea difensiva contro gli eccessi dei sardismi”.
L’identità, ripeteva, infatti, lo studioso, ha due facce, e se per taluni aspetti essa può essere salvifica, per altri può rivelarsi micidiale: “l’identità positiva, buona, è l’identità che gode del felice oblio dell’ovvio”, a significare, parafrasando Antonio Gramsci, che è soprattutto ciò di cui non si parla a contare davvero, ad avere valore e meritare dignità.
Anche alla luce di queste considerazioni, rimproverava ai sardi di parlare troppo, e il più delle volte perfino a sproposito, di identità.
Era fortemente convinto che la Sardegna avrebbe potuto aprirsi al resto del mondo solo se avesse scelto e si fosse dimostrata capace di approfondire la conoscenza di sé. Era questo, dunque, il motivo per cui considerava fondamentale e imprescindibile studiare e conoscere l’identità e le radici del popolo sardo e, in conseguenza di questo assunto, necessario valorizzarne la storia e le tradizioni.
La capacità di penetrare il significato più profondo della realtà e degli avvenimenti gli hanno consentito di farsi custode appassionato dei valori più autentici della nostra identità, punto di riferimento indiscusso per chiunque oggi apprezzi e desideri conoscere e approfondire la storia e la cultura del popolo sardo.
Giulio Angioni non ha mai rinnegato le sue origini, la sua Sardegna, che ha riportato e raccontato nei suoi romanzi, attraverso la scrittura che egli considerava una sorta di panacea di tutti i mali, capace di acquietarne l’animo ed esaltarlo insieme, e che lo ha accompagnato fino alla fine del suo percorso terreno.
I suoi racconti, illuminati da una profonda e lucida riflessione morale e civile, mai moralistici e ideologici, nascondono messaggi attuali e richiami a nefandezze e debolezze proprie di un passato che, forse, non è ancora trascorso del tutto o di cui la Sardegna fatica a liberarsi. Descrive un’umanità dolente e smarrita, ma non perduta definitivamente, animata piuttosto, a dispetto di tutto e tutti, da un desiderio di rivalsa, mitezza e solidarietà e, soprattutto, da un’inguaribile e indomita speranza.
E’ stato un raffinato narratore, o meglio, un antropologo con l’animo dello scrittore e che antropologo non ha mai smesso di essere, nemmeno quando scriveva i suoi racconti di “fantasia”. Del resto, in tutti i suoi romanzi la protagonista di fondo è sempre l’Antropologia, poco importa se vissuta, presentata, offerta ai lettori come memoria, emigrazione e distanza, o sotto le vesti dell’identità. Verosimilmente, la scrittura gli consentiva quella libertà che il rigore scientifico della disciplina spesso precludono o non sempre consentono.
Come altri prima di me e con parole migliori delle mie, hanno avuto modo di ricordare, Giulio Angioni ci lascia un patrimonio immenso di cui, forse, ancora non siamo in grado di misurarne e comprenderne l’entità e lo spessore reale. Certamente non sarà semplice gestirne adeguatamente il valore e il ricordo; ma, forse, la verità è che non eravamo ancora preparati a gestirne la scomparsa improvvisa. La sua è una di quelle scomparse che non possono passare in silenzio. La mancanza, talvolta, come ben sappiamo, riesce ad essere la più forte delle presenze.
La verità è che Giulio Angioni continuerà a mancare a tanti e ancora a lungo, per quel suo essere capace di raccontare un paese, la Sardegna, con parole semplici, certo, ma pur sempre con fare colto e paziente e anche per quel messaggio con cui era solito rivolgersi agli studenti all’inizio di ogni nuovo anno accademico e di cui abbiamo già accennato all’inizio del nostro discorso: “tutto il mondo è paese” e “paese che vai, usanza che trovi”.
Questo insegnava Giulio Angioni: che l’antropologia è tutto ciò che sta in mezzo a questi due proverbi; che vale, dunque, sempre la pena amare la propria gente per poterla ritrovare altrove. E, allora, dovremo continuare a leggere Giulio Angioni, così da poter mantenere aperto lo sguardo sul mondo, conservando, difendendo e proteggendo contestualmente la volontà di mantenere saldo il contatto con il posto da dove veniamo e le nostre radici come lui stesso ci ha insegnato e mostrato.

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