Marco Di Battista
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Un uomo con un mestiere precario che vive viaggiando perchè ama il rischio sul serio.

L’immagine, ripresa da L’equilibrista degli Uscitanord, disegna in modo efficace la vita dell’artista. Il musicista vive da sempre la parte professionale del proprio mestiere con la spada di Damocle del riscontro presso il pubblico, la committenza, i critici e gli organizzatori: anche nelle direzioni meno commerciali e maggiormente artistiche, le creazioni sono sempre sottoposte alla risposta di altri soggetti e da questa deriva il “compenso” per il lavoro compiuto. E non sempre c’è corrispondenza tra riscontro e impegno, validità o forza espressiva.

La precarietà è quindi una condizione connaturata nel lavoro del musicista. Va da sé che in un momento di crisi generalizzata e con la ridefinizione del welfare – per usare un eufemismo – vivere di musica diventa un’impresa ancor più difficile. Con Marco Di Battista – pianista, didatta e direttore di Jazz Convention – abbiamo ragionato sulle varie situazioni con cui il musicista affronta il suo mestiere. “Tutto dipende dal contesto in cui ci si muove: si passa da casi in cui sono garantiti i diritti ad altri in cui non è garantito un bel nulla. In molti casi la didattica diventa il paracadute per il musicista e, spesso, proprio perché costituisce un ripiego, la didattica viene fatta male e senza la coscienza necessaria a salvaguardare i talenti del futuro.”

Dopo il primo spunto, il quadro disegnato da Di Battista si delinea in maniera più precisa. “L’indigenza porta ad accettare moltissimi compromessi e questo comporta, nella maggior parte dei casi, un decadimento della qualità.” Se un musicista non suona con continuità i propri progetti rischia di farli arenare, rischia di inficiarne lo sviluppo. “La progettualità è uno degli aspetti più belli di questo lavoro: in realtà si lavora sulle proprie idee perché, così, c’è la possibilità di migliorare, di confrontarsi su qualcosa di nuovo, ma muoiono in brevissimo tempo, soprattutto in Italia, dove la possibilità di portarle in concerto e di farli conoscere è limitata. Si fanno degli ottimi dischi ma restano spesso fermi. La rete, i nuovi mezzi di comunicazione potrebbero permettere l’apertura di nuove porte: oggi però c’è un inflazione anche in questa direzione. Facciamo l’esempio di un video pubblicato su youtube: se alcuni anni fa avrebbe avuto un riscontro notevole per contatti, oggi la quantità di materiale è tale che nessuno si accorge di cosa venga proposto.”

Gli aspetti positivi di una tale precarietà sulla produzione artistica sono molto ridotti: non si tratta in pratica delle rivendicazioni razziali dei musicisti neri o dei movimenti di emancipazione che hanno caratterizzato il novecento e hanno prodotto capolavori e generi artistici imprescindibili nella storia del secolo appena passato. “La precarietà di oggi è diversa, e molto, da quella di ieri. Se uno è impegnato nel trovare di che vivere, la musica resta sempre una sovrastruttura e il suo significato intimo passa in secondo piano. I musicisti di jazz nel 1948 si sono potuti permettere di fare uno sciopero: questi musicisti, cioé, suonavano tutti i giorni, sia pure in contesti diversi, avevano la carta verde e, di conseguenza, tutti i benefici e i diritti di uno status sociale. Lo scenario economico e sociale e le prospettive a livello globale non mi portano a ritenere la situazione odierna come un punto di partenza per la creatività.”

Sono moltissimi i musicisti, anche giovani, che si affacciano alla ribalta. “In effetti è un paradosso, la concorrenza migliora la qualità, ma rende peggiori le condizioni. Il semplice fatto che i musicisti giovani – alle prime esperienze ma con un bagaglio tecnico sullo strumento assolutamente di grande livello – vogliano subito assurgere a palcoscenici importanti comporta una grande concorrenza e una difficoltà maggiore per tutti, visto che gli spazi poi sono limitati. Questo lo vedo anche come direttore di Jazz Convention. Arrivano molti dischi di giovani musicisti – in molti casi si tratta di lavori di ottima caratura, in altri meno: il fatto di avere un prodotto confezionato e supportato, com’è giusto, da grande entusiasmo, obnubila la percezione della condizione attuale. Certo per i musicisti di una volta il disco, magari in vinile, era un punto di arrivo, oggi, ed è naturale che sia così, è punto di partenza.”

Dalla prospettiva del didatta, il rapporto con gli allievi che si presentano ricchi di speranze e baldanza propone ulteriori sfaccettature del problema. “Purtroppo il successo è legato alle contingenze. Tra i miei ex-allievi, ci sono stati talenti giovani, pianisti con qualità indiscutibili e comparabili tra loro: la differenza nelle rispettive carriere non deriva dalle qualità, ma dipende da altri fattori.” In questo subentra la coscienza dell’insegnante nel fare passare, oltre alle informazioni tecniche, anche quelle sul panorama in cui poi si muoveranno. “Quando capisco che un ragazzo ha talento, comincio a fargli comprendere la realtà del panorama musicale. Cerco di non farlo, però, in maniera disincantata, cerco di non essere spietato: l’arte merita una certa cura, un massaggio dell’ego e delle potenzialità da esprimere: è importante non soffocare le aspirazioni, incentivare, senza illudere, il musicista giovane. Gli aspetti negativi, poi, vengono immediatamente alla luce, nel momento in cui si intraprende la professione.”

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