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Segnaliamo una pubblicazione importante per comprendere le connessioni fra la dimensione artistica della donna e il suo ruolo all’interno delle società mediterranee. Il saggio “Mediterraneo e donna – Il femminile nelle tradizioni e nelle realtà musicali mediterranee”, edito da MMC Edizioni, della musicista e scrittrice Cinzia Merletti rappresenta un’immersione profonda nell’universo femminile. Il libro raccoglie una serie di testimonianze dirette di artisti e studiosi, relative a persone, vissuti e esperienze, filtrati dalla musica, alla ricerca dell’essenza femminile in diverse società e luoghi che si affacciano sul Mare Nostrum. Un bacino comune su cui si stagliano realtà eterogenee legate da trame culturali riannodate dal potere della musica. Memorie, suggestioni, tradizioni, repertori destinati a perdersi, se non fossero rigenerati e tramandati attraverso le suggestioni artistiche, che ne fanno risuonare gli echi lontani.

Mediterraneo e Donna

Il percorso ha inizio con una conversazione con Maryem Zayr, che apre una finestra sul Marocco e le sue tradizioni musicali al femminile, che passano dal rito della Hadra di Tetouan, una pratica per raggiungere la trance, che consiste nella recitazione di poesie accompagnata da strumenti a percussione, alle usanze legate alle nozze, allietate da canti popolari accompagnati dai tamburi e dal suono dell’arghul basso.

Cinzia Merletti

Segue la trattazione dell’essere donna nella società sicula che scaturisce dai ricordi d’infanzia della didatta Teresa Scaglione: da un canto di “baruffa amorosa” tra uomo e donna come Pri tia diliriu e spasimu alle canzoni popolari che fanno riferimento alla condizione dell’esser “zitella”, considerata per molto tempo disdicevole. Delle tradizioni popolari italiane testimonia anche Gabriella Aiello, cantante, didatta e ricercatrice. Curioso il richiamo alla sua Maestra Giovanna Marini, che provò a registrare il canto delle prèfiche calabresi che si rifiutavano di cantare senza che vi fosse il morto in casa. Un episodio che la dice lunga sul fatto che il canto femminile sia intrinsecamente legato alle occasioni sociali da cui scaturisce. L’artista fa anche un’importante riflessione sul senso della femminilità che accomunava in passato le donne nel Mediterraneo. Formare una famiglia, avere dei figli e badare alla casa erano i primi “doveri” di una donna, alla quale difficilmente veniva consentito di partire o lavorare al di fuori dell’ambiente domestico. Comuni erano anche i motivi per cui le donne cantavano. Si pensi al filone delle ninne nanne, diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, o a quello dei canti di lavoro, che servivano per lenire la fatica; o ai canti rituali legati alla sfera sacrale, per finire con le lamentazioni funerarie, così che la musica femminile accompagnava la vicenda umana dalla culla alla tomba.

Gabriella Aiello

Uno spaccato sulla tradizione greca è aperto dalla cantante Filiò Sotiraki, che racconta di quanto il ruolo della donna nella società greca sia legato al suo essere madre. Le donne che non potevano avere figli erano considerate inutili, fallite, e venivano discriminate. Da qui la grande quantità di ninne nanne presenti nel repertorio tradizionale. Interessante l’accenno alle artiste che, in particolare nel periodo relativo al Rebetiko, se lavoravano nei locali o nei teatri, erano considerate alla stregua di donne di malaffare. Donne che, d’altra parte, furono pioniere dei movimenti di emancipazione femminile.

Angelo Loia, nipote del cantante popolare Aniello de Vita riferisce invece delle tradizioni del Cilento e del Salento, comuni un po’ a tutto il Sud Italia. Si esamina il fenomeno sociale e musicale della Taranta, che ben esemplifica la condizione della donna all’interno di una società patriarcale. Una donna tuttavia attiva e operosa, nonostante la società la volesse sottomessa.

Fruttuoso poi il dialogo col musicantore calabrese Fulvio Cama, che ha musicato delle poesie inedite di Rosa Balistreri, con l’intento di trovare un punto di congiunzione fra la musica che nasce dal popolo, quella dei canti di rabbia e di passione, e la tradizione della musica colta, in un incontro fra la mente e il cuore del Mediterraneo.

Echi di Sicilia scaturiscono anche dalla conversazione con Marilia Vesco, architetta, cantautrice, polistrumentista e interprete jazz. Ne nasce un ritratto della donna sicula che si caratterizza per una straordinaria forza vitale che supera gli stereotipi di genere e appare come un’eroina, manager dell’azienda domestica, caratterizzando la società in senso matriarcale. Una donna che cova spesso in sé pene di un amore tradito, come nel caso della rielaborazione originale dell’artista del brano tradizionale Ciuri ciuri, o che troviamo immersa in un ambiente fiabesco, protagonista di storielle e filastrocche.

Rosa Balistreri

A offrire uno spaccato delle tradizioni abruzzesi è il musicista e etnomusicologo Carlo Di Silvestre che, insieme al gruppo musicale “Il Passagallo” affronta il repertorio femminile, dalle ninne nanne ai canti amorosi e alle ballate antiche, fino ai canti nati in seguito ai fenomeni migratori, come il notissimo Mamma mia dammi cento lire. Anche le donne della società contadina abruzzese, impegnate nel governare la casa e accudire la prole, oltre che in parte nelle attività agricole, esprimevano i repertori canori funzionali alle varie occasioni lavorative, ricreative e religiose, anche per dare libero sfogo, nel canto, alla loro condizione subalterna.

A seguire, una conversazione dell’autrice con Ziad Trabelsi, voce e ‘ud dell’“Orchestra di Piazza Vittorio” e la cantante e attrice italo-turca Yasemin Sannino, che ci parlano, insieme alla flautista di origine eritrea e italiana d’adozione Silvia La Rocca, di “Almar’à”, un’orchestra femminile del Mediterraneo, nata nel 2017 e voluta proprio da Trabelsi con la collaborazione tra la Fondazione Fabbrica Europa e il Centro socio-culturale tunisino Dar Tounsi. Almar’à significa in arabo “donna con dignità”, e vuol essere proprio, attraverso la coralità femminile multietnica, un inno di libertà contro la violenza, gli stereotipi e qualsiasi forma di estremismo, portando l’attenzione del pubblico sull’attuale condizione femminile nel mondo arabofono e mediterraneo. Dell’orchestra “Almar’à” fa parte anche Valentina Bellanova, suonatrice di nay. Partendo dalla scena musicale araba mediorientale, in cui le strumentiste professioniste affermate sono pochissime, la Bellanova approda a Berlino, dove ricostruisce, con il “Samar Ensemble” un’orchestra femminile multietnica con un sound di ispirazione araba.

Orchestra di Piazza Vittorio

Nella conversazione con Elena Guerriero, manager del gruppo “Le Malmaritate”, emerge il tema dei matrimoni infelici e imposti, e le tematiche legate alla violenza domestica ai danni delle donne. Le Malmaritate sono anche ambasciatrici di “Telefono Rosa” e sono molto impegnate sul fronte sociale contro la violenza di genere. Un’altra artista de “Le Malmaritate” è Gabriella Lucia Grasso, cantautrice, psicoterapeuta, che riferisce della tradizione femminile cantautorale sicula, in cui si narrano storie di donne, dei loro amori, dei loro sentimenti. Dalla tradizione dei cunti emerge una figura di donna che, apparentemente sottomessa ai dettami di una società che non riconosce i suoi diritti, in realtà è in lotta per affermare la sua autonomia e la sua libertà di pensiero. Segue il dialogo con la cantante marocchina Sakina al Azami, che ha dato vita all’associazione culturale “Al Andalus” a Ferrara, collaborando con grandi artisti fra cui Andrea Mingardi, Eugenio Bennato, Franco Battiato, Kronos e il violinista Jamal Ouassini. Colpisce il verso di una poesia riportato da Sakina: “La madre è una scuola; se la prepari bene, farai crescere un popolo di una buona razza”. La figura della madre, centrale nell’identità stessa di una civiltà, è dunque fondamentale per l’educazione di un intero popolo e per combattere il maschilismo imperante.

Le Malmaritate

Donne mediterranee anche nel cuore di New York nella testimonianza della musicologa Simona Frasca. Nel suo libro “Birds of Passage – I musicisti napoletani a New York” si parla delle correnti migratorie che interessarono le popolazioni rurali del Centro e Sud Italia dall’ultimo ventennio dell’Ottocento sino agli anni ’40 del Novecento. Fra gli emigrati c’erano anche artisti affermati della canzone napoletana che tentavano il lancio internazionale nel segno dell’“italianità”. La Frasca narra le sorti delle donne emigrate oltreoceano, in America ma anche a Istambul, alcune delle quali, come Gilda Mignonette, o Lydia Johnson, furono vere star della canzone napoletana.

Nella conversazione con Sabrin Hasbun si parla della coraggiosa arte delle donne palestinesi. Sabin ha condotto una ricerca sulle folk tales e la loro valenza storica e sociale, ma attraverso l’esperienza di suo padre, coreografo palestinese, ha assorbito la cultura palestinese anche attraverso le danze tipiche, le dabke. Donne perennemente in guerra, le palestinesi, minoranza nella minoranza, portatrici e trasmettrici del sapere performativo, della conoscenza incorporata.

Con la conversazione con Maurizio Di Veroli, musicista e ricercatore, si introduce chi legge nella dimensione femminile all’interno del mondo ebraico, che è il tema delle conversazioni anche con Cristina Miriam Chiaffoni, Gabriele Coen e Evelina Meghnagi. Nello sterminato repertorio di canti eseguiti da donne, composto prevalentemente da ninne nanne, canti d’amore e canti dedicati ai personaggi biblici femminili, emerge un ruolo femminile centrale nella realtà musicale ebraica mediterranea e nella tradizione sefardita. C’è poi l’intervista a Marcello Cirillo che riguarda presenza e valenza femminile nelle tradizioni musicali calabre e nella vita di un artista della Caulonia, mentre Anna Cirigliano introduce al mondo delle tarantelle, delle pizziche e dei loro significati e simbologie nel sud Italia. Grazie a lei scopriamo il ruolo della donna nella società salentina attraverso la danza, il suo posto nel cerchio, i movimenti leciti e non leciti, il poter invitare o meno un uomo a danzare, la gonna che non può svolazzare più di tanto e le mani che non possono alzarsi e muoversi in alto. Interessante il rapporto della taranta col percorso di liberazione della donna da una condizione di soggezione al maschile.

Ancora di donne che danzano si parla nell’intervista a Perla Elias Nemer, danzatrice del ventre. La dimensione psico-motoria ancora una volta permette di indagare la condizione primordiale dell’essere donna.

Perla Elias Nemer

Nella conversazione con la musicista e scrittrice Maggie S. Lorelli si parla della condizione delle donne in Sardegna, terra di matriarcato di fatto, che vede la donna svolgere un ruolo dominante non solo all’interno della famiglia, ma dell’intera comunità, tessitrice di relazioni sociali e custode di sapienza millenaria. Anche le donne sarde cantavano per profonde necessità culturali: cullare il sonno dei bambini con le anninnìas, celebrare i riti religiosi nei gòsos, accompagnare i morti nell’ultimo viaggio negli attitos, ma anche proteggere dalle malattie, conferire ritmo al lavoro quotidiano, divertire i bambini e scacciare la paura in una grande varietà di canti femminili.

Umm Khultum

Un caso a sé rappresenta Umm Khultum, la Stella d’Oriente, simbolo dell’unità dei popoli arabo-islamici, dal Maghreb al Medio Oriente. La storia di Uhm ci insegna che la musica può assurgere, da espressione più autentica di una comunità particolare, a linguaggio universale e farsi anche strumento di integrazione culturale fra i popoli.

Leggendo il libro di Cinzia Merletti ci si convince che perpetuare e celebrare le tradizioni, soprattutto quelle veicolate dalle donne, sia un modo per ritrovare se stessi e, attraverso la riscoperta delle proprie radici, fornisca la chiave per un futuro consapevole.

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