I Lacrime di Cera
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“A rock and a hard place awaits for for me / Between the devil and the deep blue sea”.

Così’ cantavano i The Sisters of Mercy ai loro esordi, circa ventotto anni fa, nel pieno dell’esplosione del movimento gothic rock.

Nato dalla scia del punk proprio in quella grossa isola posta tra il Diavolo e il mare azzurro e profondo che è l’Inghilterra, il genere per così dire “gotico” si è subito contestualizzato nel periodo a cavallo tra i Seventies e gli Eighties come emblema concreto e, se si vuole, anche spettacolare di una buona fetta dei giovani alternativi di quegli anni. Quei giovani senza più “belle speranze”, ostili al fenomeno della musica commerciale degli anni Settanta, che della violenza del punk hanno fatto tesoro e l’hanno trasformata in rassegnata, isterica, ferale rigurgito di rassegnazione.

Abbandonate (ma non del tutto) creste e borchie, il dopo punk ha abbracciato look vistosi, capelli laccati e cotonati, simbologie apocalittiche e religiose, mescolando l’approccio minimale e nichilista del punk con l’eredità musicale di autori all’epoca idolatrati dalle masse di giovani alternativi, come il grande David Bowie, strizzando talvolta l’occhio alla nascente musica elettronica e aggiungendo un tocco di colto misticismo alla propria musica e alla propria estetica.

E naturalmente non manca l’ossessione per il lato oscuro, per la morte, per l’ineluttabilità delle cose. Del resto gli anni sono quelli della minaccia dell’atomica, del Muro di Berlino, cicatrice dell’Europa, dei movimenti studenteschi massacrati dalla polizia, del capitalismo sferzante e patinato degli spot compulsivi in televisione e dei “sei per tre” in ogni angolo di strada.

La dark wave (un altro dei modi di classificare questa novità della musica alternativa) fa sua l’alienazione dei giovani, e la mescola con l’atmosfera nebbiosa e umida delle brughiere dell’Inghilterra, assorbendone anche il gusto, tutto anglosassone, per la tragedia e l’ossessione della salvezza e della dannazione. E grazie a band di grande successo si diffonde in tutto il mondo, con formazioni come i precursori Joy Division, e poi Bauhaus, Killing Joke, Cult, The Mission, Fields of Nephilim,The Sisters of Mercy, i famosissimi Cure, Siouxie che, assieme alle sue banshees, ha contribuito a determinare il look etereo e aggressivo della “femme fatale” gotica, e altri ancora.

Un genere musicale che del tema della morte fa uno dei suoi blasoni, non solo nell’estetica o nelle liriche, ma persino, molto più crudamente, nella realtà. Ian Curtis, il giovanissimo frontman dei Joy Division, si suicida infatti a soli ventiquattro anni. Era appena il 1980, quando ancora di rock gotico non si parlava minimamente.

In Italia il genere non tardò a diffondersi. Vuoi per la rinomata sensibilità artistica del Belpaese, vuoi per la sua tradizione spirituale fatta di ossessione per l’aldilà e di religiosità talvolta venata di superstizione, vuoi ancora per l’approccio romantico, oscuro e malinconico al “nero” nell’arte (in primis nella ben rinomata cinematografia italiana, dai capolavori di Mario Bava a sceneggiati di culto come “Il segno del comando”), fatto sta che l’Italia generò presto una scena pregevole nell’universo new wave, con la bella Firenze come uno dei suoi epicentri, grazie a formazioni come Neon, Diaframma e persino i primissimi Litfiba, oggi ben noti a tutti. Ma l’underground italiano è fervido, e le band wave di culto sono diverse, dai malinconici Carillon del dolore, che col loro 12” “Trasfigurazione” hanno posto una pietra miliare del genere, ai Symbiosi di “Profumo di morte”, vera gemma datata 1987.

Il mediterraneo è stato un buon bacino di diffusione anche per un genere di musica che, per quanto tipicamente nordico nel “mood”, ben si sposava a contesti come quello italiano e persino sardo. Un’isola di tombe, megaliti e figure tradizionali come l’accabadora o Su Erkittu non poteva rimanere sterile di fronte a un genere come la dark wave. Alla fine degli anni Ottanta calcano le scene i Dorian Gray, formazione guidata da Davide Catinari, la cui musica degli esordi era ancorata al lato più oscuro del rock, ma non ha esitato a digredire, durante tutti gli anni Novanta, attraverso lidi a volte più rilassati, altre volte più sperimentali, fino allo scioglimento e, infine, il recente ritorno sulle scene.

Un’altra formazione che ha popolato il panorama underground sardo degli anni Novanta sono stati i Lacrime di Cera, autori nei primi anni Novanta di un solo nastro, “La vanità del sangue”, che subito conobbe una grande diffusione nei circuiti nazionali e non. Look “that kills”, tanto nero, liriche che non esitavano a esprimere il disagio più profondo e un sound low-fi che sembrava provenire direttamente dai maestri del genere furono gli ingredienti del successo del combo di Ghilarza.
Il soffio velenoso della dark wave spira attraverso il Mare Nostrum e arriva in Spagna, coinvolgendo presto anche in terra iberica, notoriamente solare e festosa, diversi sinistri individui e favorendo la nascita di alcune band di grande rilevanza a livello internazionale fin dai primi Ottanta. E’ il caso dei Paralisis Permanente, combo attivo dall’80 all’83, dal sound estremamente derivativo dal punk a cui i due mastermind Eduardo Benavente e Nacho Canut aggiungono, oltre a un look “noir” che neanche i migliori Cure adottarono, anche un sound più sinistro e scuro, senza tuttavia abbandonare mai totalmente l’attitudine punk. O anche dei Los Desechaables, altra formazione di metà anni Ottanta che, come i loro connazionali, continuano a lasciarsi guidare da un sound aggressivo e debitore al punk 77 anche per ciò che riguarda le liriche, poco “dark” e molto rabbiose e schiettamente aggressive.

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