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Non era passato moltissimo tempo dal mio rientro in Italia, verso la fine del 2010, dalla Repubblica Dominicana quando conobbi Giuseppe Pastore, attirato ad incontrarlo per il suo liquore al fico bianco del Cilento e ben intenzionato a squadrarmi per bene il personaggio, tanto che qualche anno dopo, vista la sua genuinità e maestria, mi decisi a fargli un’intervista che legasse la sua singolare persona al Cilento, di cui era e continua ad essere fiero rappresentante ed ambasciatore.

In quel periodo m’ero preso un anno sabbatico dalla navigazione, per riprendere i contatti con mondo della ristorazione e della gastronomia, e, per quanto di giri dell’orbe terracqueo ne avessi già fatti abbastanza, ero quasi deciso a riprendere le vie del mare, esattamente come feci nel 2012, non prima però di andare di nuovo a Casal Velino e portare all’officinale alchimista un saggio dei miei viaggi e delle esperienze di vita vissuta all’estero. Prima di ripartire da Santo Domingo, poiché mi piaceva assai, imparai ad autoprodurmi la mamajuana, il liquore per infusione che più tipicamente esprime l’anima creola ed indigena assieme di questo Paese, facendomi provenire dal villaggio di Enriquillo, che prende il nome dell’ultimo dei Cacique oppostosi alla dominazione spagnola, tutte le essenze, le erbe, le spezie necessarie ed i segreti necessari a realizzarne la versione più autentica possibile.

Prima di salutare Giuseppe decisi di fargliene assaggiare un po’ del risultato ottenuto e, vedendolo compiaciuto e incuriosito, mi decisi a raccontargli l’origine della caraibica bevanda ambrata, gli aneddoti sul come ero riuscito ad imbarcarla in aereo assieme ad un carico di altre cose, le leggende che vi aleggiavano attorno e la credenza popolare dominicana circa il suo presunto effetto afrodisiaco. Quando cominciarono a brillargli gli occhi fu allora che gli lanciai volutamente una sfida, tanto più che ero certo di trovare terreno fertile nel suo genio creativo, proponendogli di farne una simile ma con ingredienti mediterranei. Sapevo che avrebbe accettato e così gli lasciai una bottiglina che m’ero portato già appresso, chiedendogli di assaggiarla con calma e cominciare a fare le debite comparazione con i prototipi che avrebbe creato di lì a breve, promettendogli che al rientro gli avrei raccontato per filo e per segno cosa contenesse e come avevo ridotto a tocchetti tutti gli ingredienti con machete.

Tentativi e relativi assaggi si sono avvicendati nel corso del tempo, intrecciandosi a pensieri, idee, ricordi e cene tra amici, discutendo sulle cose care, sul territorio, sull’enogastronomia e sull’Identità Mediterranea, che poi è diventata la nostra associazione.

E finalmente, dopo 10 anni, arriva il Vrora, più che un liquore un vero e proprio elisir mediterraneo.

Il Vrora è un arazzo liquido in cui si incontrano viaggi ed avventure caraibiche che approdano nella cultura mediterranea e nel genius loci squisitamente cilentano, frutto dell’erudita artigianalità e della passionale testardaggine di Giuseppe Pastore.

È composto da una base vinosa con macerazione di erbe aromatiche, spezie e bacche, parte delle quali hanno dato vita a tutta una tipologia di liquori che costituiscono da anni l’impronta produttiva di Giuseppe. Rientrano in questa sinfonia l’alloro, il rosmarino, la lavanda ed il finocchietto selvatico, il sambuco, la verbena odorosa ed il cardo mariano, la rucola selvatica, la liquirizia, l’artemisia, la melissa e la canapa sativa, assieme alla noce, alla cannella e al mirto col fico, il melograno e le scorze di limone e mela annurca; ne deriva un liquore compatto e dalla straordinaria personalità, ove nessuno degli elementi prevarica sull’altro ma, fusi in una grande coralità, sprigionano complessità olfattiva, corposità ed effluvi balsamici che incantano, relegando piacere al sorso ed effetti officinali che assicurano in primis una buona digestione dopo un lauto pasto.

Alla vista il Vrora sfoggia una veste d’ambra e d’oro, si presenta consistente grazie agli olii essenziali e decisamente luminoso. L’effluvio alcolico è molto ben detenuto ed è bene presagire di sorseggiarlo umanizzandolo a poco a poco, meglio se servito in un calice ghiacciato come il napoleon da 15 cl. Il naso è quasi di quelli da far perdere la bussola ai migliori intenditori e, specialmente dopo aver enumerato tutte le essenze, forse è il caso che lo assaggiate e mi fate sapere. Cosa molto importante attiene invece alla parte gustativa: un lieve ingresso astringente stuzzica il palato e scompare non appena percepita l’acidità briosa ed una calibratissima dolcezza. In retro olfattiva le note balsamiche veicolano sottilmente odori di radice di liquirizia, foglie di mirto essiccate ed alloro, sapa, un quasi impercettibile tocco mielato e tostature, giusto per citarne alcune. In bocca è piuttosto equilibrato e dalla persistenza aromatica intensa.

Col Vrora potrei sfumarci un agnello al forno con patate, proporlo assieme a del chinotto artigianale, una foglia di basilico e tanto ghiaccio battezzandolo Cilento Libre®, ma preferisco non sciuparne neanche una goccia ed abbinarlo al Clandestino, sigaro dei Tabacchi Nostrano del Brenta stagionato oltre 5 anni e poi rifermentato in cella, ascoltando Amália da Piedade Rebordão Rodrigues mentre canta Barco Negro.

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