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L’intervista ad una centenaria dell’entroterra ogliastrino ci permette di viaggiare tra i paesaggi, i cibi e la storia che l’hanno accompagnata fin oltre quota 100. Dalla più semplice e sicuramente banale domanda “Come si arriva alla sua età?” sgorga il suo lucido racconto, una sorta di acuta analisi del passato che sfocia nel presente.

Il racconto avviene per lo più in italiano, per passare alla sua lingua natia, il sardo, nei punti più significativi ed emozionati del suo discorso.

Taglia corto e ci offre subito la sua ricetta.

Tutti mi chiedono quali siano i segreti per superare i cento anni, credo non ci siano segreti ma semplicemente ingredienti. Del cibo e dei luoghi parliamo dopo, ma le cose importanti sono altre.

La fede è il primo di questi ingredienti. Delle volte nella vita intelligenza e capacità non bastano. Ora si parla di fortuna o di destino, ma quello di cui è fatta la fede, la speranza e la carità, ti aiutano a vivere o sopravvivere, altre volte invece ti aiutano perché ti ritornano indietro quando hai bisogno… Dare per ricevere! Sperare che la fame passi, malla cudda de su qorantunu!!, (letteralmente: cattiva quella del ‘41. In riferimento al picco degli effetti del razionamento in periodo fascista che rendeva difficile la sopravvivenza) o che le difficoltà si risolvano da sole, non significa aspettare la manna dal cielo con le braccia incrociate, significa “incrubai sa schina” (letteralmente: piegare la schiena. In riferimento al duro lavoro nei campi.) lavorare faticare e sacrificarsi, perché a dispetto del momento difficile, con il nostro impegno e un po’ di fantasia, siamo certi che il Signore ci accompagnerà e non farà morire di stenti il suo popolo: aiutati che Dio ti aiuta!

L’amore delle persone care, che con l’ironia rendono più gioiosa la vita e meno gravose le difficoltà è un ingrediente necessario. I pesi portati in due sono sempre più leggeri.

Altro ingrediente importante è la pace, con i vicini di casa e anche con quelli lontani. Dalla pace nasce la solidarietà. E’ passato tanto tempo e le due guerre sono lontane, ma il ricordo deve essere mantenuto vivo! Per starne lontani, figli miei! E’ stato terribile subire quello che abbiamo vissuto: perdite di genitori, figli e fratelli, e ancora fame, mancanza di cure sanitarie, vedere le campagne impoverite dei loro padroni e cadute in desolante abbandono. Ne abbiamo affrontate tante e il solo pensiero mi turba l’esistenza.

La solidarietà con parenti e amici, dopo la prima guerra è stato “il” motivo di nutrimento, cosa che mi ha fatto sopravvivere, “soi una fiscia de anima” (letteralmente: figlia dell’anima. Istituto similare all’adozione, ben raccontato in “Accabadora” di Michela Murgia). Durante la seconda guerra e fino ai primi anni 50 con la mia famiglia ho potuto ricambiare ad altri, non senza fatica, la grande generosità che ho ricevuto da chi mi ha accolto da bambina, il che ci ha reso molto più di quanto siamo riusciti a dare, nulla in concreto sia chiaro!

Paese dell'entroterra ogliastrino
Paese dell’entroterra ogliastrino

Tutti parlano del cibo per il corpo, certo senza quello non si va da nessuna parte, né tantomeno sarei qui oggi, ma se ci fosse mancato un altro ingrediente avremo avuto valori diversi, una diversa dignità. La povertà, che va a braccetto con la fatica e la creatività per inventarsi il domani. Se avessimo avuto molto più cibo forse l’avremo sprecato, come si vede oggi nella televisione. Ti faccio un esempio: il maialetto allo spiedo si mangiava due volte all’anno, da settembre si aspettava il Natale gustando prima con la mente profumo e sapore della carne cotta con rami di lentischio e fatta riposare in un letto di mirto. La settimana scorsa il mio diciassettesimo bisnipote ha detto alla mamma, “uffa anche oggi maialetto?… Non ne voglio!” Ho voluto pensare che il motivo fosse perché cotto in un forno elettrico! Ma la verità è che quando abbiamo troppo non siamo più capaci di godere delle cose semplici o semplicemente buone.

“Pani e casu, e binu a rasu!” (letteralmente: pane e formaggio e vino fino al bordo). Nella mia vita il cibo non si è mai buttato. E’ sempre stato poco, semplice e coltivato in questa zona dove l’aria è buona e non ci sono industrie che fanno ammalare la terra e morire chi da quella terra mangia.

La salute, che ingrediente la salute?! Cosa ti devo dire figlio mio della salute… Chi ce l’ha, non si accorge di averla, mentre invece, chi ne perde anche solo un po’, ne comprende l’importanza. Quella che non deve mancare è almeno quanto basta per portare a casa il pane.

Poi c’è il cibo, buono e sano.

La nostra centenaria parla di “prodotti nostri”, ripetendo come un mantra le parole: prodotti e nostri. Il chilometro zero per lei è quello reale non quello d’etichetta, perché più è trasportato e più si pesta, e se non si pesta ci mettono qualcosa che allunga la vita di quello che ti vendono ma che accorcia la tua!

I prodotti che fanno vivere a lungo, sono quelli prodotti nelle nostre campagne, quelle dello stesso paese o in quello confinante, nella nostra terra e non chissà dove e portati sulle nostre tavole. Mio nipote ha imparato da subito che doveva scegliere i pomodori belli per il mercato di Cagliari e quelli buoni erano per noi.

I miei cibi preferiti sono i culurgiones di patate, menta e pecorino, il maialetto e il formaggio di capra del pastore che abita più giù di casa, anche se il dottore mi ha detto di mangiarne poco.

Parlare solo e semplicemente del nostro formaggio, del nostro olio di oliva o del nostro cannonau non fa vivere a lungo; berne, “poco s’intende”, si.

Poi aria pulita! Vivere vicino ad un bosco senza ciminiere che anneriscono i polmoni, mi fa stare bene! Quando andavo in città sentivo sempre un odore che mi bloccava il respiro. Vedevo i palazzi grigi e da quando ho visto il documentario sui fumatori che mostrava il colore nero dei polmoni di un fumatore e quello rosso di un non fumatore, come quello delle branchie dei pesci appena pescati, penso ancora che i polmoni dei cittadini siano più grigi dei miei, e che quello non gli abbia certo fatto bene.

Mi fa stare bene soprattutto vedere il mio paesaggio, tra il verde intenso del lentischio e giallo tenue delle ginestre che in primavera ricoprono le montagne, il blu intenso del mare profondo che fa capolino tra le montagne rocciose del nostro granito grigio e rosso. Vedere gli uliveti curati e carichi di olive, le campagne coltivate, i filari di cannonau ordinati mi rallegrano il cuore perché mi ricordano di quando potevo ancora giocare tra i verdi filari mentre il mio secondo papà legava le viti con i grappoli ancora verdi.

Usando la parola prodotti, non contempla l’aspetto industriale della produzione.

Per prodotti intendiamo prodotti fatti con mani e sudore non con macchine “che magari perdono olio, non certo d’oliva, che finisce nella terra e quindi nel nostro piatto”. Ne parla come dei “nostri figli…, cioè fatti da noi e qui. Di loro conosciamo e abbiamo sperimentato ogni passo, ogni momento: dalla conoscenza del padre al concepimento al lavargli il sederino, alle sue delusioni d’amore, fatiche, gioie e sofferenze… tutto finisce nella terra e la terra produce con il nostro sudore… se la nostra terra fosse bagnata da un altro sudore il nostro olio, i nostri carciofi e il nostro cannonau… avrebbero un altro sapore”.

Il segreto della longevità? Lo potete trovare nel poco e lontano dagli eccessi… e quanto lo trovate, tornate a dirmelo.

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