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Non muori perché sei malato, muori perché sei vivo”. Così scrive il filosofo Michel de Montaigne nei Saggi.

Buona parte della filosofia è una riflessione, che attinge dalla vita pratica e ad essa rimanda, sul senso della vita, a partire dalla consapevolezza della morte. Ma le parole di Montaigne, apparentemente contraddittorie, nascondono una sorprendente attualità, perché colgono il significato di un intreccio tanto enigmatico come quello tra vita e morte, togliendo alla malattia (e quindi alla guarigione) il ruolo che da sempre le riserviamo.

Nel XVI secolo, epoca in cui è vissuto il filosofo francese, la medicina non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella di oggi. Da molte delle malattie, sconosciute o per le quali non esisteva una cura al tempo di Montaigne, oggi invece si può guarire. E va da sé che migliorando le cure aumentano le possibilità di guarigione, che vuol dire migliorare la qualità della propria vita, ma anche prolungarla, a differenza di quanto accadeva in passato. Sembrerebbe quasi che quelle parole Montaigne le avesse scritte non per il suo tempo ma per il nostro, un tempo in cui, grazie al progresso di scienza e medicina, molte malattie non rappresentano più una minaccia per la vita. E allora sì, avrebbe senso affermare che non sempre, per fortuna, si muore perché ci si ammala. Eppure Montaigne scrive in un’epoca in cui anche una banale febbre poteva essere causa di morte. Il fatto è che per questo filosofo non esiste un confine tra salute e malattia, perché quest’ultima è parte integrante della natura umana: ci si può ammalare a qualsiasi età e in qualsiasi momento della vita. Pensare che sia la malattia a portare alla morte e non il corso stesso della vita, che può certo comprendere anche la malattia, è per lui un errore che non dobbiamo commettere. È nella natura stessa della vita il suo essere destinata inesorabilmente a finire.

Ciò che sta a cuore a Montaigne allora è preparare l’uomo (e se stesso) alla morte, ma in modo tale che questa non rappresenti più una preoccupazione che possa inficiare la qualità della vita. Un progetto ambizioso a sua insaputa. Montaigne infatti sostiene di non avere la pretesa di insegnare, bensì quella di limitarsi a raccontare l’uomo, il suo passaggio, giorno dopo giorno, nella vita. Ed è questa la forza del suo pensiero. Il ritratto che ne viene fuori è quello di un essere mutevole che abita un mondo altrettanto cangiante. Tutto intorno a noi cambia di continuo, compresi noi stessi. Cambia il nostro corpo, cambiano i nostri pensieri e i sentimenti.

Insomma Montaigne ci dice che niente che riguardi noi e il mondo in cui viviamo è certo, e che dal momento in cui nasciamo siamo condannati a morire, evento tra l’altro della cui esperienza non possiamo servirci, perché la prima è anche l’ultima. Non esistono perciò consigli da parte di chi ci è già passato, né ricette per guarire da questa “singolare malattia”. Su cosa possiamo fondare i nostri progetti, le nostre speranze, le nostre certezze, se non c’è nulla che resti uguale a com’era, compresi noi stessi?

Può esistere una cura laddove “la morte si mescola e si confonde dappertutto con la nostra vita”?

Ci prendiamo cura del nostro corpo, della nostra salute e di quella di chi ci sta a cuore. Ci sottoponiamo alle terapie necessarie a farci stare meglio. Oscilliamo tra vizi e stili di vita sani. Cerchiamo di mantenerci in forma con l’attività fisica e con una sana alimentazione, ma poi ci concediamo qualche strappo alla regola perché in fondo si vive una volta sola. È l’eterno dilemma tra qualità e quantità: meglio vivere con qualche rinuncia che possa mantenerci in vita il più a lungo possibile o cogliere l’attimo, concedendoci tutto e subito, perché la vita è una sola? Ed ecco affacciarsi la domanda sul senso della vita. Non a caso è sempre più frequente vedere come le sane abitudini si trasformino in ossessioni: l’ortoressia, ovvero quella patologia nervosa che consiste nell’eccessiva attenzione al mangiar sano, e  la dipendenza da fitness sono solo due esempi di quanto la cura possa essere non solo inefficace ma addirittura deleteria se il senso del vivere ci resta oscuro. Questi fenomeni nascondono un bisogno di controllo che è una reazione all’incertezza esistenziale in cui ci sentiamo imprigionati.

Senza rendercene conto la paura di morire si trasforma in paura di vivere. Paura di ammalarsi, di non essere all’altezza delle aspettative degli altri, di soffrire, di essere delusi, di perdere qualsiasi cosa: il lavoro, un amore, un’occasione importante. Ad ammalarsi è la vita, e noi con lei. Anche dopo essere guariti da una malattia, precarietà e incertezza creano un vuoto di senso che ci ostiniamo a curare con terapie inappropriate.

La questione diventa allora come vivere quel pezzo di vita che ci separa dalla morte. Ed è qui che Montaigne ci propone la sua particolare cura, una cura per il tempo del vivere cui siamo destinati, una cura che affida ad una immagine tanto semplice quanto significativa: l’equitazione.

Nei Saggi, che sono quasi un diario a cui il filosofo affida le sue riflessioni con costanza e dedizione, troviamo diversi riferimenti sull’andare a cavallo. È a cavallo che Montaigne si sposta tra i suoi possedimenti a Bordeaux e durante i lunghi viaggi che compie, spinto dall’inquietudine e dal desiderio di assaporare la diversità di tante altre vite. E proprio in sella al suo cavallo i pensieri prendono forma, perché è lì che trova il suo equilibrio.

Equilibrio. È questa la chiave per imparare a vivere sapendo di dover morire. Andare a cavallo richiede insieme stabilità e movimento: non sono le tue gambe a muoversi e nonostante questo non resti passivo, perché devi continuamente cercare l’assetto per non cadere. È un equilibrio sempre precario, come lo è quello in un mondo che continuamente si muove e in cui continuamente ci muoviamo. Ma cercarlo significa lasciarsi condurre dalla vita abbandonando l’illusione di poterne controllare ogni aspetto, senza però mai farsi trascinare da essa. Significa cogliere le opportunità accettando anche l’imprevisto. Fidarsi, ma senza delegare all’altro la responsabilità del “noi”. Vivere giorno per giorno? Sì, purché quel giorno, ogni giorno, trovi un senso in quello che decidiamo di farne. Un senso che può nascere solo dalla consapevolezza che il nostro io, ciò che siamo, esiste e resiste a ciò che di continuo cambia, perché ci permette di percepire quel cambiamento. Il movimento incessante di tutto, la trasformazione sempre in atto, diventa la nostra storia, se quello che siamo si è nutrito e ha compreso (nel suo duplice significato) quello che eravamo. E la nostra storia sopravvive a noi.

La cura di Montaigne è diversa dagli altri tipi di cura: la guarigione dipende totalmente da noi, e non è un tipo di guarigione che ci mette al riparo dalla morte. È una sfida che lanciamo a noi stessi, in cui non ci sono vincitori né perdenti, e che ha inizio con una scelta, quella di fare del nostro meglio con ciò che siamo, in un mondo che ci chiederà ad ogni momento di trovare il nostro assetto, oscillando tra malinconia e gioia di vivere. Aver cura della vita non è forse, in fondo, arrivare a desiderare, come Montaigne, di essere sorpresi dalla morte mentre siamo nel nostro orto a piantare cavoli?

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