Esistono luoghi in cui la geografia non è un semplice dato cartografico, ma un ricamo di storie, miti e leggende, che si intrecciano con la bellezza paesaggistica più variegata, il patrimonio archeologico, il Mar Tirreno e l’autenticità della Dieta Mediterranea: il Cilento è tutto ciò e molto altro!
Il Cilento e il contesto paesaggistico e culturale
Questa propaggine meridionale della Campania, stretta tra il Golfo di Salerno e i confini della Basilicata, si presenta agli occhi del viaggiatore come un bastione di colline aspre che digradano improvvisamente verso un mare di un blu accecante. È la terra delle mitiche sirene e di Palinuro, il nocchiere di Enea che qui perse la vita lasciando il suo nome al promontorio mitologico, ed è il luogo in cui i filosofi dell’antica Elea, Parmenide e Zenone, fondarono il pensiero occidentale camminando tra gli ulivi secolari.

Un isolamento geografico, durato secoli, si è rivelato la sua più grande fortuna: ha infatti preservato una biodiversità straordinaria, oggi tutelata dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Ma soprattutto, ha custodito uno stile di vita basato sulla simbiosi perfetta tra uomo e natura.
Non è un caso che proprio a Pioppi, a pochi chilometri da qui, lo scienziato americano Ancel Keys abbia codificato i segreti della longevità, dando vita al concetto di Dieta Mediterranea, oggi patrimonio immateriale dell’umanità Unesco.
Il Cilento non è solo un territorio: è uno stato d’animo, un ritmo lento dettato dalle stagioni.
Cilento: un mosaico di sapori antichi
La cultura cilentana si esprime, prima di ogni altra cosa, a tavola. La cucina di questa terra è una celebrazione dell’essenzialità e della terra, dove la povertà storica degli ingredienti è stata trasformata dall’ingegno contadino in un’eccellenza gastronomica assoluta.
Camminando tra i borghi e le marine, si incontrano tesori unici:
Il Maracuoccio di Lentiscosa: Un piccolo legume autoctono, simile a un pisello selvatico ma dal gusto antico e amarognolo, presidio Slow Food, utilizzato per dare vita alla maracuocciata, una polenta densa, aromatica e corroborante.

Le Alici di Menaica: pescate nel mare di Pisciotta con una tecnica che risale ai tempi dell’antica Grecia, utilizzando una rete a maglie fitte, la Menaica appunto, che seleziona solo gli esemplari più grandi, lavorate e tese sotto sale nei tipici vasetti di terracotta.
Il Fico Bianco del Cilento: Dolce, polposo, essiccato al sole sui graticci di ginestra e spesso farcito con mandorle, noci e scorze d’agrumi.
I Formaggi: dalla celebre Mozzarella nella mortella, avvolta nelle foglie di mirto che le donano un profumo balsamico, fino al Cacioricotta del Cilento, ottenuto dal latte delle capre autoctone che pascolano libere tra la macchia mediterranea.

Nel cuore di questo scenario si inserisce Camerota.
Divisa tra la sua “marina”, porto sicuro e meta turistica di rara bellezza per le sue falesie e le grotti marine, e il suo borgo collinare, Camerota è una sentinella di roccia che domina il paesaggio. Qui il terreno si fa impervio, terrazzato con fatica generazionale, dominato dall’ulivi e da viti che affondano le radici in suoli calcarei e argillosi, costantemente accarezzati dalle brezze saline che risalgono dal Tirreno.
È in questo preciso contesto rurale, nella frazione collinare e lungo l’antica via poderale di Via Buico, che la storia antica del territorio incrocia il cammino di una nuova generazione.
L’inizio di una nuova storia: la Società Agricola Taranto
Ogni angolo del Cilento ha bisogno di custodi. Alla fine del 2022, la famiglia Taranto decide di raccogliere il testimone della tradizione agricola locale fondando la Società Agricola Taranto S.R.L. Ma lo fa con una visione profondamente contemporanea, scegliendo la forma giuridica di Società Benefit. Questo significa che l’azienda non persegue solo il profitto, ma mette nero su bianco, nel proprio statuto, l’obiettivo di generare un impatto positivo sul tessuto sociale e ambientale del territorio, tutelando il paesaggio di Camerota e promuovendo pratiche agricole sostenibili.
Nasce così il progetto Torrebuico, un brand che prende il nome proprio da quella contrada collinare dove le vigne e gli ulivi guardano il mare. La storia dell’azienda è quella di una scommessa artigianale: recuperare la terra, assecondare la pendenza delle colline e produrre seguendo una filosofia a chilometro zero. Dalla terra alla bottiglia, senza intermediari.
Accanto a un olio extravergine d’oliva estratto rigorosamente a freddo e agli ortaggi di stagione, il fulcro del racconto della Società Agricola Taranto diventa il vino. Nei filari di Torrebuico trova la sua massima espressione l’Aglianico, il vitigno principe del Sud Italia, che in questa terra si spoglia della sua spigolosità montana per arricchirsi di note mediterranee, sapide e marine.
Oggi, quella storia iniziata tra i muretti a secco di Via Buico si apre al mondo attraverso la Torrebuico Experience: serate a numero chiuso dove, durante i mesi estivi, i visitatori possono camminare tra le vigne, toccare la terra e assaggiare i vini nel luogo esatto in cui nascono. È il cerchio che si chiude: il mito, la storia e il sapore del Cilento, custoditi e raccontati da chi ha scelto di non far morire la propria terra.

Le note di assaggio del Torrebuico
Il rosso rubino vivido e profondo, danzando nel calice, lascia tracce di buona consistenza. Note salmastre cedono spazio a riconoscimenti da macchia mediterranea come il timo e la foglia di mirto con uno scampolo floreale di viola, poi il fruttato della mora di rovo, la confettura di ciliegia e la marasca sotto spirito, a sospingere una nota piperita e di eucalipto, con una lieve idea di caffè.
Al palato non tradisce l’aspettativa: sorso verticale e sapido, con tannino presente ma levigato e con piacevole, succulenta freschezza finale. In bocca torna il fruttato a cui va ad aggiungersi il citrico della scorza di arancia e il cacao amaro. Sentori calibrati e intriganti, abbastanza equilibrato e con una buona persistenza aromatica intensa, sono i segni distintivi del Torrebuico Aglianico Paestum Igt del 2022, che sarà interessante riassaggiare tra almeno sei anni, e che oggi è perfetto con il cous cous di montone.
