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Fiero che abbiano levato di mezzo Sigfrido Ranucci, difendo il libero pensiero

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo29 Agosto 2026Nessun commento16 Mins Read
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Sigfrido Ranucci
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L’allontanamento di Sigfrido Ranucci dalla Rai: un paradosso tutto italiano

Il pezzo, a partire dal titolo, ironizza sulla contraddizione di chi sostiene di difendere la libertà di pensiero, salvo poi invocare la fine di un programma scomodo come Report, guardando a Sigfrido Ranucci come all’erba cattiva da estirpare in questo Paese, malgrado i problemi reali dell’Italia e i veri attori della corruzione e della mala informazione. I grandi accusatori sostengono un presunto e alto principio solo come pretesto per attaccare il giornalismo d’inchiesta che lo esercita concretamente, svelando un’insofferenza verso il controllo democratico e l’imparzialità dell’informazione.

Ma attenzione alla democrazia alla quale tutti pigramente ci appelliamo e con cui l’italiano medio ama riempirsi la bocca.

Diceva Socrate che la democrazia diventa pericolosa quando la massa sceglie il comfort invece della verità. Poi la democrazia lo condannò a morte. Probabilmente, alla radice del peccato originale della democrazia c’è l’equità di peso che l’uomo ragionevole e l’ignorante hanno: ecco perché, specialmente in questo Paese, il cui attuale governo è fedele espressione del popolo che lo ha eletto, alla fine vince sempre chi piace e perde chi ha ragione.

L’umanità con la sua vergogna non ci ha mai fatto pace ed è incapace di ammettere la propria invidia per il prossimo. Sarà per questo che, poiché non esiteremmo a crocifiggerlo di nuovo, la venuta di Cristo è ben lungi dall’arrivare in un’epoca dove la menzogna incarna la fede e l’unico dio è il denaro.

Detto ciò, il titolo viene fuori da “proclamo ad alta voce la libertà di pensiero e muoia chi non la pensa come me“, attribuita a chissà chi, e basta e avanza per ironizzare sul paradosso della tolleranza bigotta, omertosa e, a tratti, mafiosa di questo Paese che, proprio per non averci mai fatto pace con la sua vergogna, poco ci mise a levarsi la camicia nera e, negando se stesso, preferì vigliaccamente usare quel vile buffone come penzolante capro espiatorio in quel piazzale che diede l’assoluzione a circa 40 milioni di italiani, tra fascisti militanti e campioni di conformismo e consenso passivo.

Ma forse questa è un’altra storia. «Chiaramente, se guardiamo a quella storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel bel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no?» ha commentato di recente Giorgia Meloni. Eppure, la storia torna, e ci presenta il conto proprio perché continuiamo a relativizzarla, buttando nel cesso i valori della Resistenza e la Costituzione, sulla quale non pochi sono gli infami che vi hanno giurato.

De facto c’è una strana, dolciastra ipocrisia che attraversa la storia civile d’Italia, un vezzo tutto nostrano che consiste nell’amare perdutamente la libertà di pensiero, a patto che nessuno la eserciti davvero. Tutti d’accordo, nei salotti buoni e nei corridoi dei ministeri, a celebrare il giornalismo con la schiena dritta; poi, però, quando quel giornalismo comincia a fare il suo mestiere che, per inciso, consiste nel guardare dentro i cassetti che il potere vorrebbe tenere chiusi, ecco che il coro unanime si incrina. E l’elegante ammiratore del libero arbitrio si trasforma, di colpo, nell’esecutore che sussurra: “Sia chiaro, io difendo la libertà, ma Report deve morire“.

È un controsenso logico e morale, ma soprattutto è una costante storica.

Lo Stato nato sul segreto e l’Editto Bulgaro

Se uno Stato nasce da un patto fondato sul compromesso e sul ricatto e non da una rivoluzione della vergogna, anche perché non abbiamo mai avuto il nostro processo di Norimberga, ecco il perché del suo bisogno viscerale di controllare la verità, poiché essa è una minaccia alla sua stessa sopravvivenza.

Uno Stato nato sul segreto che mai ha reso conto del sangue versato per costruirsi. Basti pensare al massacro del Sud, che è il suo crimine fondativo, pure perché dei patrioti vennero definiti briganti, alla questione di Ustica, alle stragi e alle deviazioni e depistaggi che si porta in groppa, al netto di essere un Paese ridotto in ginocchio da corruzione e mafie al servizio di apparati deviati e potentati stranieri.

Non occorre certo ribadire che l’influenza dei servizi segreti americani in Italia è attiva da circa 83 anni.

Per capire come si sia arrivati all’assedio odierno alla verità, a quel “fiero che abbiano levato di mezzo Ranucci” che è diventato programma politico, bisogna riavvolgere il nastro di un quarto di secolo. Era il 18 aprile 2002. L’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, da Sofia, in conferenza stampa, pronunciò dodici parole che avrebbero segnato il destino della televisione pubblica: «Biagi, Santoro e Luttazzi hanno fatto un uso criminoso della televisione pubblica».

Fu il cosiddetto Editto Bulgaro. Un paradosso magnifico: il capo del governo che, dall’estero, spiegava ai dirigenti della televisione di Stato, prontamente messi sull’attenti, chi avesse il diritto di parlare e chi no. La colpa dei tre? Aver fatto il proprio lavoro con un tempismo imperdonabile.

Enzo Biagi, con il suo stile asciutto, asciugato da ogni aggettivo superfluo, raccontava i fatti con la calma inflessibile del testimone scomodo. Il suo Il Fatto venne cancellato, eliminando l’idea stessa che il Servizio Pubblico dovesse dare conto ai cittadini e non ai partiti.

Daniele Luttazzi, con la satira affilata di Satyricon, aveva commesso il delitto di invitare in studio Marco Travaglio per sviscerare l’origine delle fortune finanziarie del Cavaliere, basandosi su carte, sentenze e fatti ostinati. Chiuso.

Michele Santoro, che con Sciuscià portava la realtà nuda e cruda nelle case degli italiani, venne allontanato dagli schermi.

Poco dopo, persino la satira teatrale dovette pagare il dazio: a Sabina Guzzanti bastò una sola puntata di RaiOt per vedersi sbarrare le porte di Viale Mazzini, rea di aver messo a nudo i conflitti d’interesse e l’evoluzione legislativa delle telecomunicazioni. Il messaggio era limpido: il potere non voleva essere contraddetto, e non voleva nemmeno che si ridesse delle sue debolezze.

Da allora il metodo è cambiato, non la finalità. Oggi non si pronuncia più un editto. Si sospende una replica. Si invoca un Comitato Etico.

Ieri la scia di sangue e oggi le manette finanziarie

Ma se la Rai è sempre stata il palcoscenico visibile di queste dinamiche, fuori dai palazzi romani la soppressione della verità ha camminato su binari ben più tragici. L’Italia è quel Paese in cui per raccontare le cose come stanno si rischia, letteralmente, la pelle.

La memoria non è un esercizio di stile, è un dovere civico.

C’è stato un tempo in cui i giornalisti venivano fermati con il piombo. Giancarlo Siani, un ragazzo che a ventisei anni, dalle colonne de Il Mattino, scriveva di camorra, di appalti e della ricostruzione post-terremoto con la spavalderia dell’innocenza; lo freddarono sotto casa nel 1985.

O Pippo Fava, che a Catania, fondando I Siciliani giusto, aveva capito prima di altri che i veri mafiosi non stavano solo nei vicoli con la lupara, ma sedevano nei consigli d’amministrazione insieme ai “Cavalieri del lavoro”; Cosa Nostra lo mise a tacere nel 1984.

E ancora: Mauro Rostagno, assassinato nel 1988 in Sicilia per le sue denunce televisive, e Peppino Impastato, dilaniato nel 1978 sui binari di Cinisi, le cui morti furono per anni oltraggiate da tentativi di insabbiamento istituzionale, frettolosamente catalogate come suicidi o piste terroristiche da pezzi deviati dello Stato.

Finita l’era delle epurazioni gridate ai quattro venti, la politica ha affinato le armi. Ha capito che cacciare un giornalista lo trasforma in un martire e ne moltiplica gli ascolti. Molto meglio asfissiarlo. Nacque così la stagione delle querele temerarie, le cosiddette Strategic Lawsuits Against Public Participation.

Il meccanismo è di un’efficacia diabolica: un grande gruppo industriale, un politico di grido o un ministro si sente offeso da un’inchiesta. Invece di smentire i fatti nel merito, esercizio quasi sempre impossibile, chiede risarcimenti milionari. Sa perfettamente che perderà in tribunale, ma sa anche che per i successivi dieci anni quel giornalista e quella redazione dovranno spendere cifre astronomiche in avvocati, vivendo con la spada di Damocle del fallimento finanziario. È la censura preventiva per via patrimoniale. Se non puoi zittirli, falli fallire.

Report è il caso scuola. Nella sua storia ha collezionato oltre 240 querele per diffamazione, con richieste miliardarie da parte di ministri, grandi industriali, faccendieri e colletti bianchi. Il risultato? Report ha vinto il 100% delle cause. Nessun risarcimento è mai stato pagato, nessuna condanna definitiva è mai arrivata. Ogni parola era blindata da prove. Le querele della politica non erano atti giuridici: erano molestie burocratiche finite nel cestino dei tribunali.

Ma quando le querele non bastano più, si passa al livello successivo: la macchina del fango.

Negli ultimi due mesi, lo stesso Ranucci ha contato 2.800 articoli finalizzati a delegittimarlo e a creare i presupposti per la sua rimozione dalla conduzione di Report. Articoli pubblicati, parole di Ranucci, dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche da parte del fuoco amico della Rai. 

Quali giornali? La galassia dell’editore Antonio Angelucci, indicata come proprietaria di testate come Libero, Il Tempo e, dal 2023, anche Il Giornale, accusate di aver alimentato il caso. A questi si sono aggiunti La Verità, Il Tempo, Secolo d’Italia e il circuito dei siti e dei talk di area che hanno rilanciato ogni veleno, dalle accuse archiviate alle intercettazioni strumentali. 

Non più piombo. Non più solo querele. Ma 2.800 colpi di inchiostro. Un record mondiale di delegittimazione che ha trasformato un conduttore sotto scorta per mafia in un imputato mediatico.

La trincea di Report e la bomba di Pomezia

In questo deserto editoriale, l’ultimo fortino rimasto in piedi era proprio Report e il suo conduttore, Sigfrido Ranucci, che ha raccolto la pesante eredità di Milena Gabanelli, è diventato fatalmente il bersaglio grosso. La colpa di Report è imperdonabile: fa inchieste multipartisan. Colpisce a destra, colpisce a sinistra, indaga sul Movimento 5 Stelle. Non guarda in faccia a nessuno, e questo, in un sistema abituato allo scambio di favori e alle spartizioni correntizie, è considerato un atto di terrorismo puro.

Contro Ranucci la pressione si è sviluppata su tre fronti concentrici, in un crescendo che mescola cronaca nera, legal thriller e farsa parlamentare.

Il primo livello è quello della sicurezza: per aver illuminato i canali del riciclaggio della criminalità organizzata, i traffici dei clan e i legami tra colletti bianchi e mafie, Ranucci è costretto a vivere sotto scorta. Un prezzo altissimo pagato per colmare i silenzi altrui.

Poi c’è il fronte giudiziario, esploso in tutta la sua torbida complessità nell’agosto del 2026. Bisogna fare un passo indietro: il 16 ottobre 2025, un ordigno rudimentale scoppiò a Pomezia davanti all’abitazione di un collaboratore e amico del giornalista, distruggendo la sua auto e danneggiando quella della figlia.

Ad agosto 2026, l’arresto formale da parte della Procura di Roma mise sotto accusa Valter Lavitola, vecchia conoscenza delle cronache giudiziarie ed ex sodale di Berlusconi, come presunto mandante dell’intimidazione con l’aggravante del metodo mafioso.

Lavitola, davanti al gip, tentò una difesa fumosa: sostenne di aver ordinato soltanto di sparare “quattro o cinque colpi di pistola contro il muro” a scopo dimostrativo e addusse motivazioni inverosimili, dicendo di aver agito per “proteggere” Ranucci da agenti segreti stranieri.

Contemporaneamente, i giornali d’area riversarono fango sul conduttore, pubblicando un sms inviato da Ranucci a Lavitola prima della bomba, quel “Trovi villetta bianca con auto posteggiata”, nel tentativo di accreditare una presunta e inquietante complicità tra i due. Una mossa bollata come “bufala” dai magistrati, per i quali Ranucci restò la parte lesa. Non paghi, i media di destra rilanciarono pubblicando vecchie accuse di presunte molestie, vicende già ampiamente archiviate internamente dalla stessa Rai, nel chiaro tentativo di “avvelenare i pozzi” e infangare l’uomo per distruggere la trasmissione.

L’assedio istituzionale in Vigilanza Rai

Mentre la magistratura scavava nei veleni di Pomezia, nelle stanze della politica si passò all’incasso. La maggioranza di governo sferrò l’attacco frontale utilizzando la Commissione di Vigilanza Rai. La strategia fu sottile: non si attaccò la libertà di stampa, ci mancherebbe, si fece “ispezione contabile”. Esponenti della destra scatenarono una dura polemica parlamentare chiedendo la diffusione dei documenti interni sui costi di produzione e sui compensi dei collaboratori di Report, sollevando eccezioni sul “metodo delle inchieste” e accusando il programma di faziosità.

Ed è qui che crollò il castello di carte contabile della politica. Perché se c’è un dato incontrovertibile, aritmetico, che smonta la tesi degli “sprechi” e dei “costi insostenibili”, è il bilancio aziendale. I numeri ufficiali inchiodarono i detrattori: Report è una delle trasmissioni più spaventosamente virtuose e profittevoli dell’intera storia di Viale Mazzini. Con una spesa complessiva che si aggira intorno ai 2,9 milioni di euro a stagione, il programma autofinanziò interamente le proprie trasferte, le indagini e i rimborsi legali, portando nelle casse della Rai milioni di euro di attivi grazie agli eccezionali introiti pubblicitari derivanti dai suoi altissimi indici di ascolto.

Il paradosso si fece siderale quando si mise a confronto la creatura di Ranucci con i veri “centri di costo” intoccabili dell’azienda. Bruno Vespa e altri conduttori blindati da contratti esterni multimilionari guadagnarono più dell’intera redazione di Report messa assieme.

Il culmine dello scontro arrivò a fine estate 2026. La Direzione Approfondimento della Rai decise di sospendere cautelativamente la messa in onda delle repliche estive del programma. La redazione insorse compattandosi in un durissimo comunicato contro quella che venne definita una «censura senza precedenti».

Gli ultimi retroscena svelarono che per i vertici di Viale Mazzini la partita sembrava chiusa: il Comitato Etico aveva consegnato una relazione riservata e l’amministratore delegato valutava la sospensione definitiva o la rimozione del conduttore. Ranucci apprese la notizia dall’ANSA: “Sono venuto a conoscenza dall’ANSA che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report. Il motivo è che avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2800 articoli“.

La destra di governo stava già muovendo le sue pedine, indicando persino il potenziale successore. Il nome più quotato ere, fino a qualche tempo fa, quello di Federico Ruffo, ex collaboratore storico di Report e oggi alla guida di Mi Manda Rai Tre. Ma l’annuncio ufficiale della Rai ha indicato poi una conduzione a due: Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi.

L’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, così si è fermamente espresso: qualunque iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento nei confronti di Sigfrido Ranucci sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità. E il conduttore, in un intervento pubblico, ha ribadito che “chi mi conosce sa che non mollo, la gente mi dà forza”.

Il modello italiano e la morale della favola

Questa spietata sottomissione della TV pubblica ai desiderata del governo di turno mette in luce il cronico isolamento del modello italiano se confrontato con il resto d’Europa.

Nel Regno Unito, la BBC è governata da un Trust indipendente regolato da una Carta Reale che blinda il budget e i finanziamenti del canone per periodi decennali, impedendo ai ministri in carica di tagliare i fondi o silenziare i programmi d’inchiesta, come accaduto, ad esempio, lo storico Panorama, solo perché sgraditi.

In Germania, i canali pubblici ARD e ZDF rispondono a consigli radiotelevisivi composti da un mix pluralista di società civile, sindacati, università e confessioni religiose, sterilizzando l’ingerenza diretta dell’esecutivo.

In Italia, invece, la Rai funziona al contrario: la Commissione di Vigilanza Parlamentare e la governance nominata dalla maggioranza politica trasformano il Servizio Pubblico in una dependance dei partiti, dove il successo editoriale viene punito se non si allinea al colore del governo vigente. Non si misura lo share, si misura la fedeltà.

Insomma, dal controllo brutale e diretto dell’Editto Bulgaro del 2002 siamo passati a una censura più fluida, a una morsa a tenaglia.

Da un lato c’è l’intimidazione fisica della criminalità, con le bombe di Pomezia commissionate a vecchi faccendieri riciclati. Dall’altro ci sono le campagne di dossieraggio finto-moralizzatrici sui media amici, quei 2.800 articoli in sessanta giorni, e il cinismo della politica che usa la burocrazia aziendale, la revoca delle repliche, la relazione riservata del Comitato Etico e le ispezioni parlamentari per togliere l’ossigeno a una trasmissione scomoda.

La salute di una democrazia si misura da un termometro molto semplice: il livello di tolleranza verso le notizie scomode o sgradite alle nostre vedute e ai nostri interessi.

Sigfrido Ranucci: da vittima a imputato

In un Paese civile, dove si presume viga lo Stato di Diritto, la vittima di un attentato non può diventare imputato. È il principio elementare che qui è stato rovesciato.

Dopo aver vinto tutte le querele inflittegli da esponenti di questa maggioranza, Sigfrido Ranucci è rimasto la spina nel fianco di una politica e di un’informazione corrotta a livelli tali da non ricevere le dovute tutele proprio dal servizio pubblico per cui lavora. Sotto scorta per i clan, sotto processo mediatico per i giornali amici, lasciato solo dalla sua stessa azienda.

Ranucci e la sua squadra sono l’esatto opposto di tutte le ragioni per cui l’Italia è precipitata al 56° posto per la libertà di stampa. Ed è facile prevedere che, con questi infami raggiri a suo danno, si scivoli al 65°.

Con un Capo dello Stato assenteista che, nella sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, non ha avuto nulla da obiettare sullo scudo alle chat di Delmastro, e con le carceri sotto il controllo della malavita, come asserito dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, si può amaramente concludere che l’accordo Stato-Mafia si è concluso anche televisivamente.

Non hanno levato di mezzo solo un conduttore. Hanno levato di mezzo l’idea stessa che una domanda possa sopravvivere a chi la pone.

Hanno vinto i 2.800 articoli. Hanno vinto le 240 querele perse. Ha vinto l’idea che difendere il libero pensiero significhi, in fondo, difendere solo il pensiero libero di applaudire e menomare il diritto al dissenso.

Ed è per questo che, alla fine, dire Fiero che abbiano levato di mezzo Sigfrido Ranucci, difendo il libero pensiero non è più una provocazione.

È la più onesta confessione di un Paese che ha smesso di vergognarsi, per quanto una sua parte abbia deciso di lanciare una petizione per Ranucci.

E saremo tutti più soli davanti al video. Con la libertà di pensiero intatta, certo, e bella che confezionata, ma senza più nessuno che abbia il coraggio di esercitarla.

Ora, se l’Italia è balzata al 56° posto nell’indice mondiale sulla libertà di stampa nel 2026, quante possibilità ci sono che Reporters Senza Frontiere la faccia scivolare al 65° l’anno prossimo a causa delle evidenti, consapevoli iniquità del governo contro la libera espressione e un corretto, etico servizio pubblico televisivo?

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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