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A 15 km da Nuoro, nel cuore della Barbagia di Ollolai, si trova Mamoiada. Questo piccolo borgo è abitato da circa 2600 anime, si trova a 644 metri dal livello del mare e non è molto distante dal massiccio del Gennargentu, costituito da granito, rocce calcaree e scisti, e dagli altipiani del Supramonte, ricchi di carbonato di calcio e di magnesio di origine mesozoica.

La cittadina di Mamoiada per quanto piccola è ricca di storia e grazie agli innumerevoli corsi di acqua ha attratto la presenza dell’uomo sin dal Neolitico, come testimoniano il menhir, il dolmen, la pietra votiva, Sa Perda Pintà, nota anche come stele di Boeli, ed il nuraghe. Il carnevale mamoiadino ha origini ancestrali ed è caratterizzato dalle danze propiziatorie dei Mamuthones e degli Issohadores, maschere misteriose ed affascinanti che compaiono a partire dal 17 gennaio di ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio del Fuoco. Lo slang mamoiadino rientra appieno nel dialetto barbaricino, caratteristica è la danza detta Sa Mamojadina e tra le attività economiche primeggiano il turismo, la pastorizia, la viticultura, la produzione del buon pane, rigorosamente cotto nel forno a legna, e dei tipici dolci, legata a particolari ricorrenze.

È in questo territorio, compreso tra i 390 m e i 1.048 m sul livello del mare, dal clima caldo e temperato e dagli inverni più piovosi delle estati, che Giuseppe Sedilesu ha eletto dimora per il suo sogno di viticultore. L’azienda vitivinicola nacque 35 anni fa con l’acquisto del primo ettaro di vigneto ed oggi, grazie agli sforzi congiunti di Giuseppe e sua moglie Grazia, adesso ultrasettantenni, ne conta oltre 15, a prevalenza di Cannonau, condotti egregiamente con un modello di impresa familiare che coinvolge figli e nipoti.

Il Mamuthone è vinificato con uve Cannonau di Mamoiada in purezza, raccolte da viti allevate ad alberello su terreni sciolti di origine granitica, parzialmente sabbiosi e con una piccola percentuale di argille, ricchi di potassio e fosforo. La vendemmia principia in Ottobre, la fermentazione è spontanea ed i lieviti impiegati autoctoni, con una macerazione che si protrae anche per 15 giorni, maturazione in botti di rovere da 40 ettolitri per un anno ed ulteriore affinamento in bottiglia per altri tre mesi senza filtraggio.

Rosso rubino di spessore e impenetrabile profondità. Limpido e consistente. La fragranza della rosa canina e la nota essiccata della viola affiorano delicatamente dai sentori più marcati di mora selvatica, prugna disidratata e marasca sotto spirito, con sferzate erbacee di macchia mediterranea da cui affiora il ginepro; il chiodo di garofano ed il cuoio si disperdono leggeri nell’effluvio alcolico che volge nel balsamico della sapa. Potente, caldo e dal tannino vivace senza irruenze, subito ingentilito dalla succosa freschezza e da un accenno appena di sapidità, ruota al palato con percezioni agrumate. Abbastanza equilibrato e di grande persistenza riesce ad essere tanto piacevole adesso quanto foriero di grandissime aspettative una volta giunto a maturità. Una volta prosciugato il calice da degustazione non manca di ammaliare ancora con il profumo vivido del raspo e del mosto cotto. Cinghiale in Dolceforte.

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