Rorandelli
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Dove ci stanno portando i passi compiuti finora? Quale futuro si sta affacciando all’orizzonte? E quali azioni possiamo compiere per garantircene uno migliore? Queste sono le domande su cui il Festival della Scienza di Verona invita a riflettere dal 12 al 21 marzo 2021, attraverso un programma di iniziative basate sull’Agenda 2030, il documento adottato dalle Nazioni Unite con lo scopo di “trasformare il mondo”. Messa in questi termini, la questione sembra un’utopia e una sfida allo stesso tempo, in ogni caso riguarda ciascuno di noi.

In pratica cos’è l’Agenda 2030? E’ il programma d’azione con cui gli Stati membri dell’ONU, Italia compresa, si impegnano a realizzare, entro il 2030, lo sviluppo sostenibile in ambito economico, sociale ed ambientale. L’Agenda entra in vigore il 1° gennaio 2016 ed è strutturata in 17 Obiettivi e 169 traguardi interconnessi e indivisibili. Mancano solo 10 anni per centrarli tutti.

Essi abbracciano ambiti diversi ma collegati tra loro, che vanno dalla sconfitta della povertà, della fame e delle disuguaglianze alla lotta al cambiamento climatico, a un lavoro dignitoso per tutti, alla salute e al benessere psico-fisico a ogni età fino alla gestione virtuosa delle risorse naturali e idriche.

Il Festival della Scienza di Verona accende i riflettori sugli Obiettivi dell’Agenda e su come raggiungerli grazie ai progressi della Scienza e della Tecnologia. Sono state annunciate iniziative che mirano alla partecipazione attiva del pubblico, ma soprattutto a promuovere le azioni sostenibili da parte di ciascuno di noi.

Tra gli eventi è prevista la mostra fotografica. A questo potente mezzo di comunicazione dedichiamo un approfondimento assieme al fotografo documentarista Rocco Rorandelli, 47 anni e di origini fiorentine. Il nostro esperto è in prima linea nella comunicazione dei temi dell’Agenda 2030, complice un dottorato in Scienze Naturali.

La sua attività divulgativa si esprime anche attraverso il collettivo TerraProject che Rorandelli fonda nel 2006 con altri tre fotografi documentaristi. Insieme e individualmente realizzano lavori sulle tematiche sociali e ambientali, esposti in tutto il mondo e pubblicati sulle principali riviste nazionali e internazionali. Nel corso degli anni Rorandelli e colleghi ricevono diversi riconoscimenti tra cui il prestigioso premio internazionale World Press Photo (2010-2012).

Ecco la nostra chiacchierata.

Dr. Rorandelli iniziamo con le parole di William Eugene Smith, considerato uno tra i più grandi fotografi documentaristi, scomparso nel 1978: “La fotografia è un mezzo di espressione potente. Usata adeguatamente è di grande utilità per il miglioramento e la comprensione. Usata male ha causato e causerà molti guai… Il fotografo ha la responsabilità del suo lavoro e degli effetti che ne derivano… La fotografia per me non è semplicemente un’occupazione. Portando la macchina fotografica io porto una fiaccola…”.

Le riflessioni di Smith sono ancora attuali? E per lei cos’è la fotografia?

Sono passati più di 40 anni dalla morte di W. Eugene Smith, ma il suo contributo alla fotografia documentaria è ancora tangibile, così come attuali sono le sue riflessioni sul ruolo della fotografia nella società contemporanea. Personalmente ritengo che la fotografia sia uno strumento molto utile per riflettere sulle questioni del mondo. In primis per il fotografo. Nel collocarsi tra il soggetto ed il fruitore dell’immagine, l’autore dello scatto deve porsi delle domande: cosa sto vedendo? Perché lo voglio fotografare? Chi vedrà questa immagine? Cosa voglio trasmettere?

Questo processo di introspezione, che dovrebbe anticipare la realizzazione dello scatto, è un’occasione per capire chi siamo come cittadini e cosa vogliamo raccontare. Per il fotografo significa quindi individuare una sua collocazione nel mondo e nella società, di fatto una posizione privilegiata, perché privilegiati sono coloro che possono instaurare un contatto profondo con altre persone e con il mondo circostante. Il fotografo fornisce una voce a chi ne è privo.

Poi, c’è la fotografia. Il destino di un’immagine, una volta realizzata, è molteplice. Nella maggior parte dei casi, la fotografia rimane esclusa dalla visione, diventando un documento soltanto in potenza. Per quelle che vengono invece condivise con il resto del mondo, inizia un percorso dai molteplici destini. Ad esempio, un reportage su di una rivista è una finestra su altre vite e altri luoghi. Un post su un canale sociale è uno statement.

I grandi eventi rivolti al pubblico sono un’occasione per riflettere sulle questioni del mondo, che ci riguardano a livello di singoli e di collettività. La prossima edizione del Festival della Scienza di Verona punta i riflettori sullo sviluppo sostenibile. L’evento contribuisce a divulgare l’esistenza dell’Agenda 2030, di cui si parla poco nei media tradizionali. In tv il termine “sostenibilità” è molto diffuso. Secondo alcuni, però, la mancanza di una comunicazione esaustiva e strutturata dell’Agenda, rende il termine poco chiaro. C’è il rischio che il concetto venga percepito solo come una strategia di marketing delle aziende.

In questo scenario, la divulgazione dell’Agenda 2030 appare non solo come un privilegio ma anche una sfida. Lei come lo vede?

Siamo in una fase cruciale per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, mancando soltanto 10 anni dalla scadenza del 2030. Le Nazioni Unite la definiscono la “Decade of action”, necessaria per tentare di accelerare i tempi sui traguardi non ancora raggiunti. Al 2020 siamo arrivati con ritardi che l’attuale pandemia ha acuito. Quindi quello che si chiede è uno sforzo congiunto per raggiungere i traguardi prefissati, dalla povertà alle questioni di genere, al cambiamento climatico e alle disuguaglianze.

I mezzi di comunicazione, e tra questi la fotografia, possono giocare un ruolo centrale nel favorire la comprensione dell’importanza degli obiettivi di sviluppo sostenibile, e di come raggiungerli. E’ anche vero che alcuni termini, tra i quali “sostenibilità”, sono divenuti quasi ubiquitari sulle pagine dei giornali e sul web, e così facendo perdono significato. E’ essenziale sapere distinguere tra una pubblicità ed un approfondimento giornalistico. Da qui il valore della lettura critica che ognuno di noi deve poter fare della realtà.

Torneremo sulla lettura critica della realtà attraverso le immagini. Prima ci racconta la sua esperienza con i temi dell’Agenda 2030. Finora quali ha trattato nella sua carriera di fotogiornalista?

Ho incrociato molti temi. Dal diritto dei lavoratori alla tutela della biodiversità, dalla lotta alla povertà e alla fame, fino all’educazione inclusiva. E con la consapevolezza dei legami diretti o indiretti che sussistono tra tutti i nodi di questa rete. Questo significa che ogni conquista in un campo deve necessariamente essere accompagnata da altrettanti miglioramenti nelle condizioni nelle altre aree.

Il giornalismo, e la fotografia documentaria, hanno la possibilità di raccontare questa complessità approfondendo tematiche diverse e raccontando le relazioni che le legano.

Ci può fare un esempio attraverso un lavoro che ha svolto con i colleghi del collettivo TerraProject?

Dopo la crisi alimentare del 2008, io ed i miei colleghi decidemmo di documentare il fenomeno dell’accaparramento delle terre. All’epoca era una tematica di cui si discuteva molto, con un ventaglio di definizioni che andavano da “neocolonialismo” a “occasione di sviluppo”, ma che nessun fotografo aveva deciso di affrontare perché il fenomeno era poco “visibile”, come se si potesse raccontare soltanto a parole ma non attraverso le immagini.

Per più di un anno viaggiammo in Brasile, Filippine, Indonesia, Ucraina, Dubai, Madagascar, Etiopia e più approfondivamo il tema più la visione si allargava su realtà che andavano dalla perdita di biodiversità per le monoculture, alle ingiustizie verso contadini e indigeni, sfruttamento delle risorse idriche, etc.

Fu così che nacque Land Inc., un’indagine visiva delle conseguenze dell’epocale passaggio da agricoltura familiare ad agricoltura industriale, e uno dei nostri progetti di fotogiornalismo più complessi, pubblicato sulle principali testate internazionali, e trasformato poi in una mostra itinerante ed un libro. I temi dell’Agenda 2030 sono quindi cruciali, alcuni di essi poco rappresentati proprio perché forse meno “d’impatto” di altri. Riuscire ad approfondire una tematica con un progetto a lungo termine è la soluzione per raccontarli.

Come lei chiarisce, l’Agenda 2030 richiede un approccio integrato, poiché i 17 Obiettivi sono collegati tra loro. Tra le tematiche del documento, Lei ritiene che ce ne sia una che possa beneficiare, in particolar modo, di una mostra fotografica?

Gli obiettivi dell’Agenda 2030 si rifanno a questioni urgenti e concrete che riguardano tutti noi. Alcune tematiche sono storicamente state al centro di reportage fotografici, altre invece hanno ricevuto attenzione mediatica soltanto negli ultimi anni, sto pensando alle questioni legate al cambiamento climatico. Questo per dire che c’è necessità di continuare a informare, e di farlo con attenzione. Io negli ultimi anni mi sono dedicato alle questioni legate all’educazione e sto continuando a farlo. Nel 2019 ho pubblicato “Bitter Leaves”, un libro sugli impatti dell’industria del tabacco su salute, sicurezza alimentare, sviluppo sostenibile, equità, cambiamento climatico e questioni di genere. Quasi 10 anni di lavoro fotogiornalistico in 9 Paesi che mi ha permesso di individuare la struttura globale tentacolare delle grandi multinazionali delle sigarette.

Soffermiamoci sul tema dell’educazione. L’Agenda 2030 le dedica l’obiettivo 4 ossia entro 10 anni bisogna garantire un’istruzione di qualità, equa e inclusiva. Questo obiettivo è perseguibile attraverso più traguardi. Tra questi l’ONU individua l’educazione a una cultura pacifica e non violenta. Rimanendo nell’ambito della fotografia, non posso fare a meno di rilevare il comportamento dei giovani sui social. Essi contribuiscono alla diffusione massiva di immagini, non di rado con effetti deleteri sulla vita di altre persone.

Lei come vede l’introduzione nelle scuole dello studio della comunicazione attraverso la fotografia, con l’obiettivo di impartire fin da giovani l’uso etico delle immagini?

Proprio la presenza pervasiva della fotografia in molti aspetti della nostra vita è indice dell’importanza di un’educazione di base all’uso dell’immagine. E’ essenziale discutere con i più giovani del valore di un’immagine, soprattutto se include persone. Del rispetto della volontà degli individui, della perdita di controllo di un’immagine una volta immessa in rete. L’assenza di riflessione su questi temi può portare, come si vede in molti casi, ad una scissione tra realtà e rappresentazione, e un’immagine su un dispositivo elettronico è percepita più come un videogioco (finzione) che un documento (realtà).

Con lei voglio affrontare un’altra questione spinosa sulla fotografia, che giunge alla mia attenzione attraverso i gruppi Facebook, che riuniscono professionisti e appassionati. Spesso dalle discussioni emerge una critica verso gli scatti che documentano i temi dell’Agenda 2030. Alcuni utenti del social sostengono che le immagini sono semplicemente un pretesto per dare sfogo alla creatività del fotografo. Certo la fotografia è anche un’espressione artistica, precisano gli stessi partecipanti al forum. Ma quando l’immagine è un documento delle tematiche sociali e ambientali, il fotografo dovrebbe prendere le distanze da una narrazione troppo suggestiva. La sensazione è quella che l’autore punti all’impatto emotivo sul pubblico, ma fine a sé stesso.

Qual è la sua opinione sulla questione?

La questione dell’estetica nella fotografia di documentazione è sempre stata dibattuta. Facciamo un’analogia. Un articolo di giornale che tratta di una tematica importante ma scritto senza seguire le regole della sintassi verrà pubblicato? Probabilmente no, a meno che non si tratti di un materiale esclusivo, unico. La stessa cosa vale presumibilmente per le immagini.

Una fotografia “impegnata” resta nella mente di chi la guarda se costruita in maniera tale da rispettare alcuni canoni di forma. L’estetica è quindi funzionale all’uso che vogliamo fare della fotografia, e cioè raccontare ad altri il nostro punto di vista. Quello che ritengo sia il limite di questa bilancia è quando la forma prende il sopravvento sul contenuto, quando cioè quello che colpisce lo sguardo del fruitore non è tanto il soggetto quanto la costruzione dell’immagine, o la post-produzione. A tal riguardo, i più importanti concorsi di fotogiornalismo hanno delle politiche ben strutturate su quanta e quale post-produzione è tollerata.

Anche io credo che sia importante mantenere un controllo sugli interventi esterni sulle immagini, e questo è anche per formare ad una cultura dell’immagine documentaria.

L’immagine documentaria richiede un osservatore critico, che si prende il tempo per riflettere sui contenuti. Secondo qualcuno non ce ne prendiamo abbastanza, perché siamo bombardati dal flusso continuo di immagini attraverso i canali tradizionali e innovativi. Il largo accesso ai dispositivi digitali permette a chiunque di contribuire a questo fenomeno.  Le dinamiche dei social hanno generato “la società dello scatto compulsivo”: documentiamo ogni istante delle nostre vite.

Tra i commenti nei gruppi social dedicati alla fotografia, si legge che il poco tempo dedicato all’osservazione delle immagini, per certi versi inibisce il pensiero critico.

Cosa pensa al riguardo?

E’ certamente importante conoscere la piattaforma utilizzata per mostrare le proprie immagini. Ognuna ha caratteristiche uniche. La mostra, il libro, i social. Quest’ultimi sono la new entry nel panorama degli strumenti di condivisione delle immagini, e probabilmente se ne devono ancor comprendere portata e potenzialità.

I social, ed in generale computer e tablet, portano ad un diverso utilizzo dei contenuti. Il tempo che dedichiamo alla visione di ogni immagine di uno slideshow è una frazione di quello per le immagini fisiche, una mostra, o un libro. Ma anche il volume di utenza potenzialmente raggiungibile non ha eguali. Questo per dire che i dispositivi elettronici hanno caratteristiche intrinseche che vanno comprese e sfruttate.

E’ vero però che la fotografia è diventata una delle attività principali degli utenti globali. Al 2020, si calcola che siano 3.5 miliardi le persone che utilizzano lo smartphone. Significa che quasi metà della popolazione globale può scattare foto e condividerle.

Dr. Rorandelli, siamo giunti al termine della nostra chiacchierata. Congediamoci con le sue riflessioni sulla seguente frase: “un’immagine vale più di mille parole”. 

E’ utilizzata per sottolineare la forza comunicativa delle immagini. Ma è anche vero che l’assenza di un testo favorisce più chiavi di lettura, anche lontane dalle intenzioni dell’autore o dai fatti.

Rimanendo in tema di Agenda 2030, a suo avviso la frase è calzante con la fotografia documentaria, la quale mira a sensibilizzare e a promuovere buone pratiche?

La fotografia documentaria include infinite varianti ed ha innumerevoli definizioni. A mio avviso l’immagine che rappresenta il reale, al fine di condividerlo con altri, deve rispondere ad alcuni requisiti, i principali riguardano la sua attendibilità. E non parlo di oggettività, che è tutt’altra cosa e che probabilmente non esiste nelle cose umane. Questo significa che l’immagine deve essere corredata da una didascalia, una solida base di informazioni che seguano le famose “5 W” del giornalismo. L’immagine ha infatti il potere di evocare, di suscitare, di andare oltre ciò che è ritratto, ma la didascalia è necessaria per fornire lo spessore che la renda una testimonianza.

Nel far tesoro delle riflessioni di Rocco Rorandelli, ci piace immaginare la mostra fotografica come una finestra sul mondo. Ma anche come un percorso tra le testimonianze dell’attuale situazione in Italia: a che punto siamo con il raggiungimento dei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030? Secondo il monitoraggio di “Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile” (ASviS) il nostro Paese è in forte ritardo, acuito dalla pandemia. Tuttavia non eravamo sul sentiero dello sviluppo sostenibile già da prima dell’emergenza Covid-19. Il Rapporto ASviS 2020 sostiene che stiamo seminando un futuro poco allettante, a meno che non vengano attuate innovazioni organizzative e normative in linea con l’Agenda dell’ONU.

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