C’è un’analogia sottile, quasi un’affinità segreta e ostinata, che lega il destino della vite al movimento perpetuo delle onde. A ben guardare la storia profonda del nostro bacino comune, il Mediterraneo, si scopre che la civiltà non ha camminato soltanto sulle gambe degli uomini o sul filo delle spade, ma ha navigato custodita nel ventre buio delle stive, dentro anfore di terracotta sigillate con cura.
C’è stato un tempo in cui i lirici greci, per definire l’orizzonte liquido nei loro simposi, usavano una metafora suggestiva: oínopi póntōi, il mare color del vino. Un’espressione che non era solo una suggestione cromatica al tramonto, ma il riconoscimento di una fratellanza arcaica. In quella visione, i convitati attorno al cratere diventavano un equipaggio e la bevanda stessa si faceva collante sociale, strumento di mediazione e veicolo di miti.
Questo legame indissolubile, questo concetto profondo di vino unito al mare che affonda le radici nella memoria collettiva dell’uomo, trova la sua spiegazione più intima nelle pieghe del tempo e nelle tesi che il navigante e sommelier Gaetano Cataldo ha scritto per Mediterranea Online nel 2011 e che poi ha saputo seminare nel corso degli anni tra le pagine della rivista Vitae dell’Associazione Italiana Sommelier, su Vinoway e tra le annotazioni del Taccuino del Cantiniere.

Una sinergia intellettuale che ha trovato la sua ideale celebrazione nella banchina di Santa Lucia, all’ombra di Castel dell’Ovo, in una serata di assoluta eccezione nata dall’intuizione del socio fondatore Mariano Barbi e fortemente voluta da Maria Ida Avallone. Davanti a una platea di cento selezionatissimi soci e illustri ospiti del Reale Yacht Club Canottieri Savoia, si è dipanato un arco narrativo capace di congiungere la terra vulcanica dell’Ager Falernus alla vastità degli oceani, dimostrando come il DNA della vite si sia mescolato a quello dei navigatori ancestrali, propagandosi lungo le sponde del Mare Nostrum.

Dalla divina Siduri alla domesticazione della vite: l’ingegno della navigazione e i Popoli del Mare
Per comprendere appieno la portata di questo legame, occorre risalire alle origini del mito, là dove la letteratura sumera, nell’Epopea di Gilgamesh di Uruk, introduce la figura di Siduri, la divina taverniera che dimora sui confini del mare e custodisce le vigne degli déi i segreti della fermentazione. Non è un caso che il primo grande viaggio della letteratura umana incroci il simbolo del vino proprio alle soglie del grande mare sconosciuto.
La domesticazione della vite, avvenuta in diverse fasi in tre centri millenari tra il Caucaso e la Mezzaluna Fertile, poi la Grecia e l’Enotria, ha letteralmente costretto l’uomo a farsi navigatore. Il vino, merce preziosa e deperibile, non poteva viaggiare agevolmente via terra attraverso deserti e montagne; esso esigeva le vie dell’acqua.

Fu questo bisogno commerciale a dare una spinta decisiva all’ingegno umano, accelerando la nascita dell’architettura navale. Le navi non venivano più costruite solo per la pesca o per la guerra, ma venivano modellate attorno al carico.
Le anfore di terracotta, con la loro caratteristica base appuntita, non erano un capriccio estetico, ma una straordinaria invenzione geometrica: permettevano di essere conficcate nella sabbia dei e, soprattutto, di essere stivate a incastro nei doppi e tripli fondi dei ponti di legno, riducendo al minimo il pericoloso rollio causato dalle onde.

Per orientare queste rotte enoiche, i marinai pelasgici e i misteriosi Popoli del Mare perfezionarono il pinace, una primordiale tavoletta cartografica che fungeva da vera e propria bussola prima che i magneti arrivassero dall’Oriente. La navigazione, nata fluviale lungo il Tigri e l’Eufrate, si faceva così marittima, condizionando la civiltà e mettendo l’uomo nelle condizioni di industriarsi per il trasporto via mare attraverso precise strategie di maneggio e stivaggio del carico.


Le vie d’acqua della Campania Felix e il porto scomparso di Sinuessa
Il viaggio della vite ha trovato nella Campania antica il suo approdo più fertile, l’Enotria per eccellenza, la terra del vino. Prima che la storiografia moderna o il marketing enologico coniassero termini suggestivi come underwater wine o cantinamento subacqueo, gli antichi avevano già compreso che l’elemento salmastro e la vicinanza dell’acqua erano fattori determinanti.

Gaetano Cataldo ne parlava già nel 2011 e ha lungamente dibattuto sulla nascita della viticoltura in questa macro-area, rintracciando le origini nell’antica Ischia, nei Campi Flegrei e persino nell’area di Longola, oggi parco archeologico fluviale situato nel territorio di Striano. Si tratta di un sito protostorico di fondamentale importanza, una sorta di Venezia dell’età del bronzo, dove le popolazioni indigene gestivano la coltivazione della vite e i commerci lungo una fitta rete di canali navigabili.

Da questo retroterra, i fiumi Garigliano, Volturno e Cavone non operavano come barriere geografiche, ma come autostrade liquide d’acqua dolce, vie d’acqua indispensabili per l’economia dell’epoca. Lungo i loro corsi viaggiavano le chiatte cariche del nettare dell’entroterra, dirette verso lo snodo strategico del porto di Sinuessa.
Questa fiorente città romana, il cui distretto coincide oggi con l’area di Mondragone e parte del territorio di Sessa Aurunca, era il cuore pulsante del commercio marittimo del Falerno. Dal suo porto salpavano le navi che avrebbero rifornito i palazzi imperiali di Roma e le province più remote dell’Impero.
Sinuessa era il punto di sutura in cui il lavoro della terra si trasformava in avventura transoceanica, il luogo in cui il vino riceveva il definitivo battesimo delle onde.
L’archeologia enologica di Villa Matilde Avallone e la rinascita del Falerno
In questo stesso perimetro di suoli vulcanici e memorie sopite si compie, negli anni ’60 del ‘900, un’operazione di assoluta filologia biologica. Villa Matilde Avallone rappresenta, in buona sostanza, un fulgido esempio di archeologia enologica mirata al recupero di un territorio, affiancata da una profonda lungimiranza agronomica.
Si tratta di un’istituzione nata dal connubio inscindibile tra erudizione storica e valorizzazione del terroir campano. Fondata dal giurista, avvocato e umanista Francesco Paolo Avallone, la maison ha saputo ridefinire la geografia vitivinicola di un distretto emblematico del Mezzogiorno attraverso la resurrezione del leggendario Falerno del Massico, il nettare più celebrato dell’antichità romana.
Mosso da una profonda cultura umanistica, Francesco Paolo Avallone individuò nel Falerno l’archetipo della prima vera Denominazione d’Origine ante litteram della storia. Già duemila anni fa, questo vino cantato da Plinio il Vecchio, Virgilio, Marziale e Orazio rispondeva a un rituale codificato di pigiatura e all’apposizione del pittacium, una primordiale etichetta in argilla o pergamena che ne certificava con esattezza l’annata e l’esatto luogo di provenienza nell’Ager Falernus.
L’azienda, oggi sapientemente guidata dai figli Maria Ida e Salvatore Avallone insieme alla terza generazione della famiglia, non si limita a produrre vino, ma traduce in forma liquida il genius loci della Campania Felix. Questo rigore si esprime anche attraverso la ripresa della produzione in anfore di terracotta presso la storica cantina di Cellole, recuperando quei contenitori che nell’antichità avevano reso possibile il viaggio del vino attraverso i mari.
La cornice reale della banchina di Santa Lucia: la grande storia del Savoia
Tutti questi fili della memoria storica hanno trovato un punto di approdo naturale in una serata d’eccellenza, dove Maria Ida Avallone è stata la protagonista assoluta. Vista la storicità di Villa Matilde Avallone, l’evento non poteva non accadere in una location di assoluta eccellenza: il Reale Yacht Club Canottieri Savoia a Napoli.

La serata, avente come tema conduttore “Il Vino e il Mare”, ha trovato nello Yacht Club più esclusivo di Partenope una tela e una cornice niente affatto casuali. Il circolo affonda infatti le sue radici nella banchina di Santa Lucia all’ombra di Castel dell’Ovo, ed è da sempre un concentrato di cultura, passione marittima e tradizioni indissolubili.
Il club nacque ufficialmente il 15 luglio 1893, quando undici appassionati gentiluomini decisero di staccarsi dal preesistente Circolo Italia. Inizialmente battezzato come Club “Canottieri Sebetia“, muoveva i suoi primi passi in un contesto decisamente umile: la metà di un locale in affitto appartenente a un fabbro che produceva letti in ferro battuto.
La loro prima imbarcazione, il Nautilus, fu un dono degli ex compagni dell’Italia. La svolta storica arrivò nel 1895. Durante una violenta burrasca nel Golfo di Napoli, i canottieri del club trassero in salvo l’imbarcazione reale su cui viaggiava il Principe di Napoli, ossia il futuro Re Vittorio Emanuele III. Come segno di gratitudine e riconoscimento per il coraggio dimostrato, l’anno successivo la Casa Reale concesse al circolo il titolo di “Reale” e il diritto di fregiarsi dello stemma della corona, mutando definitivamente il nome in Reale Yacht Club Canottieri Savoia, con lo stesso Vittorio Emanuele III che ne assunse la Presidenza Onoraria.
Da quel momento, il RYCC Savoia è diventato un pilastro dello sport nautico italiano, eccellendo sia nel canottaggio che nella vela e collezionando trofei in tutto il mondo.
Il palmarès del club vanta momenti epici, tra cui il bronzo olimpico ai Giochi di Roma 1960, conquistato dall’imbarcazione Venilia con Nino Cosentino nella classe Dragone; i successi internazionali legati a figure illustri del club, come Vincenzo Onorato con le imprese di Mascalzone Latino, e il campione del canottaggio Matteo Castaldo.

A questi si aggiungono le massime benemerenze del CONI: la Stella d’Oro al Merito Sportivo nel 1969 e il prestigioso Collare d’Oro al Merito Sportivo nel 2002. Nel presente, sotto la presidenza di Fabrizio Cattaneo della Volta, il RYCC Savoia custodisce la propria memoria storica senza smettere di guardare al futuro, confermando la sua vocazione internazionale attraverso collaborazioni di altissimo profilo, come quella che lo ha visto nominato Host Venue Yacht Club Partner del Defender Emirates Team New Zealand nell’ambito delle attività legate all’America’s Cup.
Il sestante, il cavatappi e il simposio romano
Ad affiancare Maria Ida Avallone nella sua disamina e nella narrazione storica del Falerno è stato Gaetano Cataldo, quasi ad intrecciare i due elementi fluidi con un nodo piano, tra i più semplici modi marinareschi per effettuare una giuntura.
Grazie alla sua esperienza di navigante e sommelier, Gaetano Cataldo incarna da sempre lo straordinario e inscindibile legame tra il vino e il mare, avendo condotto per anni una straordinaria doppia esistenza professionale che unisce la fluttuante avventura della navigazione oceanica all’arte sinestetica della degustazione. Da ex ufficiale di navigazione su navi di stazza pari o superiore a 500 tonnellate di stazza lorda ed in possesso dell’abilitazione al comando per le navi da diporto, nel suo bagaglio non sono mai mancati due strumenti fondamentali: il sestante e il cavatappi.

Questa incredibile traiettoria di vita lo ha portato a compiele ben 13 giri del mondo, accumulando un bagaglio di esperienze umane, marittime ed enogastronomiche unico nel suo genere. Proprio per un navigante come lui, non ci poteva essere luogo più emblematico della prestigiosa sede di uno dei circoli nautici più antichi.
La serata è stata fortemente voluta da Maria Ida Avallone, la quale ha dedicato il meglio della produzione di Villa Matilde Avallone per un appuntamento di tale importanza. I vini, caratterizzati da un profondo legame con il territorio e da un grande rigore enologico, sono stati scissi in due blocchi intervallati da una pausa gastronomica di rilievo. Questa sosta culinaria è stata curata da Caupona, ristorante pompeiano strutturato interamente sul format dell’Antica Roma, e dalle celebri prelibatezze dolciarie del Gran Caffè Gambrinus.
Il colto e attento pubblico, favorevolmente soddisfatto dalle pietanze e dai vini opulenti della cantina casertana, ha potuto degustare lo Spumante Metodo Classico Brut Mata, il Falerno del Massico Bianco Doc, il Falerno del Massico Rosso Doc e la Falanghina di Roccamonfina Passito Igt Eleusi.

Nella seconda parte della serata, l’ascolto è ripreso con la disamina portata avanti da Maria Ida Avallone sulle peculiarità pedoclimatiche e geomorfologiche di uno dei distretti vitivinicoli più antichi al mondo, mentre Gaetano Cataldo, oggi giornalista enogastronomico premiato come miglior sommelier dell’anno al Merano Wine Festival dopo il successo di Mosaico per Procida, ha consacrato la sua penna portando all’attenzione del pubblico l’estratto di uno dei suoi articoli più fortunati su Mediterranea Online, poi ripubblicato nel 2014 sulla rivista Vitae n.3 dell’Associazione Italiana Sommelier, come anzidetto.
Le conclusioni e il conferimento delle Challenge Coins
La relazione sul vino e il mare è arrivata quindi agli ultimi giri di boa, allargando lo sguardo verso l’orizzonte oceanico e le dinamiche storiche ed evolutive del mercato vinicolo globale.
Gaetano Cataldo ha guidato l’auditorio attraverso l’epopea della vela, illustrando la nascita del liquoroso Marsala e lo sviluppo del Madera, vini la cui stessa struttura e fortificazione nacquero per rispondere alle dure sollecitazioni e alle alte temperature subite nelle stive delle navi durante le lunghe rotte commerciali. La disamina si è poi spinta a esaminare la globalizzazione del vino e i complessi macro-climi mondiali, spiegando come il mare sia in grado di proteggere il vino da sé stesso quando l’alta pressione atlantica viene fugata in Rioja grazie all’influenza benefica del Mediterraneo.

L’analisì ha toccato gli effetti marittimi diretti in vigna, citando il lungo respiro dell’Oceano Pacifico che accarezza e rinfresca le aree più vocate alla viticoltura in California, per poi concludersi con una profonda riflessione sul cantinamento subacqueo moderno e sui miracolosi ritrovamenti dell’archeologia marina, i quali continuano a restituire bottiglie e anfore intatte dal fondo dei mari.
Al termine della serata, che ha visto la presenza di circa un centinaio tra i soci più illustri del sodalizio e altri esimi ospiti, il pubblico ha salutato l’eccellente fattura dell’evento, organizzato grazie alla precisione metodica di Mariano Barbi e di Maria Ida Avallone. A suggello di questo importante arco narrativo, il presidente Fabrizio Cattaneo della Volta ha voluto conferire a Gaetano Cataldo la medaglia commemorativa del circolo, nota come “Challenge Coin“. Si tratta di un tipo di monete di scambio di altissimo valore simbolico, di cui il Reale Yacht Club Canottieri Savoia vanta pezzi storici decisamente molto ambiti, destinate a celebrare le personalità capaci di lasciare un segno indelebile nella gloriosa storia della banchina di Santa Lucia.
