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Xi’an, dove arte, architettura e convivenza ci potrebbero condurre alla comprensione del Mediterraneo allargato

Maria Laura PetrilliBy Maria Laura Petrilli19 Ottobre 2026Nessun commento7 Mins Read
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mediterraneo allargato 2026
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Mediterraneo allargato. Mi trovavo in un luogo dove il profumo dello zenzero e del cumino si fondeva, dove la musica araba e quella cinese entravano in una perfetta armonia, dove ti sentivi libero tra due culture diverse, che non ti chiedevano di scegliere con quale preferissi stare e dove il dialogo, anche quello più complesso, si scioglieva in qualcosa di molto semplice.

Alzavi gli occhi e le lanterne rosse ti invadevano lo sguardo di colore: il rosso cinese, inconfondibile, come quel rosso Made in Italy di Valentino, diventato un simbolo globale, quasi istituzionale, con risvolti geopolitici nel mondo della moda.

Uscivi dal mercato e, percorrendo un piccolo vicolo, ti trovavi davanti la Grande Moschea.

Siamo a Xi’an, in quella parte della Cina dove la convivenza tra culture cinesi e islamiche ha dato vita a un’esperienza storica di straordinario interesse.

Xi’an, però, va ben oltre il suo celebre Esercito di terracotta, quello straordinario esercito di guerrieri che custodisce la memoria dell’impero di Qin Shi Huang, il primo imperatore della Cina unificata. La città non è soltanto un luogo della storia imperiale cinese, né una tappa fondamentale lungo l’antica Via della Seta. È anche uno spazio in cui la storia continua a vivere nel presente, attraverso le contaminazioni culturali, gli scambi commerciali e la convivenza tra comunità diverse.

È proprio questa dimensione, meno conosciuta rispetto alla sua eredità archeologica, a renderla interessante per una riflessione geopolitica: Xi’an non racconta soltanto ciò che la Cina è stata, ma anche come culture differenti possano incontrarsi e trasformarsi nel tempo.

Siamo nel quartiere musulmano di Huimin Jie, chiamato anche Hui Fang. È qui che, nel corso dei secoli, si è insediata la comunità cinese musulmana Hui, la cui storia è legata agli scambi e alle migrazioni provenienti dal mondo arabo-persiano.

È proprio qui che passa la Via della Seta, dove l’architettura imperiale ha lasciato spazio a una cultura religiosa diversa e dove, possiamo trovare alcuni strumenti per interpretare quello spazio frammentato e inquieto che è il Mediterraneo allargato.

Anche questa volta è la cultura a indicarci una possibilità, un’apertura.

La Grande Moschea è composta da padiglioni che si susseguono seguendo non i canoni architettonici delle moschee tradizionali, caratterizzate da cupole arrotondate e minareti, come nel caso di Istanbul, ma le linee dello stile imperiale cinese. Si tratta di un complesso architettonico caratterizzato da padiglioni, cortili e strutture con tetti sovrapposti, punte rivolte verso l’alto, ceramiche smaltate e cornicioni decorati con i classici motivi floreali cinesi.

Eppure, tra questi elementi, compaiono anche iscrizioni in calligrafia araba e versi del Corano. Qui, in questo angolo di mondo, la dimensione del commercio quotidiano, rappresentata dal mercato, e quella della sintesi spirituale e culturale, incarnata dalla Moschea, convivono da più di un millennio.

Tutto questo può aiutarci a leggere anche le possibilità che potrebbe avere il Mediterraneo allargato, guardando a questa esperienza, pur sviluppatasi in un’area geografica, quella dell’Asia orientale, che non rientra nei confini geopolitici del Mediterraneo allargato, ma che forse può offrire spunti importanti sul piano strategico. Dal punto di vista strategico, il Mediterraneo allargato è uno spazio fluido, nel quale le migrazioni si intrecciano con le frizioni tra la sponda europea, quella africana e il Medio Oriente. Quello che troviamo qui è ciò che Xi’an ha rappresentato per l’Asia più profonda.

La comunità Hui ci offre una risposta a quel perenne pessimismo che spesso accompagna il dibattito sulla convivenza tra culture diverse: qui la differenza ha potuto trasformarsi, almeno in parte, in una forma di sincretismo.

I musulmani Hui hanno mantenuto la propria identità, adattandola ai codici culturali del luogo in cui vivono. Mentre la Cina cerca di rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo allargato, forse anche noi dovremmo guardare ai nostri confini con un approccio più pragmatico. Ma c’è una questione ancora più profonda che riguarda il nostro modo di leggere la geopolitica. Per troppo tempo abbiamo guardato soprattutto all’asse Europa-mondo arabo, concentrando la nostra attenzione sulle relazioni di prossimità, sulle migrazioni, sulla sicurezza e sugli interessi economici immediati.

Nel frattempo, la Cina costruiva una propria presenza globale, sviluppava relazioni sempre più articolate con l’Africa e, al proprio interno, custodiva esperienze storiche di convivenza tra culture diverse, come quella della comunità Hui di Xi’an. Forse, in questa lettura parziale del mondo, ci siamo persi dei pezzi importanti di geopolitica. Abbiamo osservato ciò che accadeva vicino a noi senza cogliere fino in fondo le connessioni tra aree geografiche apparentemente lontane, ma sempre più interdipendenti.

La Cina ha sviluppato una visione strategica globale, nella quale Africa, Asia ed Europa non sono spazi separati, ma parti di una rete di relazioni economiche, infrastrutturali, politiche e culturali. La sua presenza in Africa, attraverso investimenti, infrastrutture, commercio e cooperazione diplomatica, dimostra quanto una potenza possa costruire la propria influenza guardando oltre il proprio immediato spazio geografico.

Naturalmente, questa strategia risponde agli interessi nazionali cinesi e non è priva di contraddizioni. Ma è proprio la sua dimensione globale che dovremmo imparare a comprendere. Mentre noi concentravamo lo sguardo sull’asse euro-arabo, la Cina consolidava relazioni in Africa e rafforzava la propria proiezione internazionale. E mentre discutevamo di integrazione e di conflitti nel Mediterraneo, a Xi’an una comunità musulmana continuava a testimoniare la possibilità storica di un incontro tra identità differenti.

La differenza è anche nel metodo: noi troppo spesso ragioniamo in termini di prossimità e di emergenze, mentre la Cina cerca di inserire i propri interessi in una strategia di connessioni globali, nella quale i rapporti costruiti oggi possono diventare strumenti di influenza domani.

Non significa che la Cina abbia sempre ragione o che il suo modello sia trasferibile in Europa. Significa che dobbiamo imparare a leggere il mondo nella sua interezza, senza limitarci a ciò che accade immediatamente intorno a noi.

Che cosa ha permesso tutto questo a Xi’an? Perché qui una convivenza, che avrà sicuramente conosciuto anche momenti problematici, è comunque riuscita a consolidarsi nel corso dei secoli?

In geopolitica si parla di resilienza adattiva, una capacità che possiamo riconoscere, seppure in forme differenti, tanto nelle esperienze storiche cinesi quanto in quelle delle società arabe.

Forse è proprio qui che l’approccio contemporaneo trova il suo limite. Il progresso, il capitalismo, la globalizzazione occidentale e la progressiva secolarizzazione delle società europee sembrano averci allontanato da una concezione della resilienza intesa come resistenza, sacrificio e capacità di adattamento. Eppure, queste qualità possono rappresentare anche strumenti fondamentali per costruire relazioni diplomatiche durature.

Per questo facciamo fatica nel processo di integrazione con il Mediterraneo allargato.

Il soft power non basta. Non bastano gli scambi di mostre, le sfilate e gli eventi. Dobbiamo metterci in gioco, integrarci. E questo non significa scimmiottare relazioni culturali che nascono e poi finiscono, lasciando intatta la paura di annullarsi nell’altro e impedendo, di fatto, qualsiasi autentica fusione.

Ammettiamo, ad esempio, di avere un debito culturale nei confronti del Maghreb. Riconoscerlo è fondamentale, perché la resilienza delle sue società, maturata attraverso un secolo di trasformazioni e di profonde fratture storiche, non può essere compresa né affrontata attraverso pochi scambi culturali. È proprio questo che sostenevo nel mio libro sul Maghreb: dobbiamo imparare a riconoscere quel debito ed essere anche grati per ciò che quelle culture ci hanno trasmesso. Da questa consapevolezza può nascere qualcosa di importante, qualcosa di nuovo. Xi’an ci dice questo: due resilienze che si sono incontrate, trasformandosi senza necessariamente cancellarsi a vicenda.

La diplomazia è un’arte politica e culturale. Prima si lavora sui popoli, sulle culture e sulla costruzione di relazioni di fiducia; poi si consolida la dimensione economica.

Il rischio è commettere l’errore che Altiero Spinelli aveva contribuito a mettere in luce nel percorso di costruzione europea: pensare che l’integrazione economica possa bastare a creare una vera comunità politica.

Prima dei mercati vengono le persone. E senza una relazione autentica tra i popoli, anche l’economia rischia di restare priva di fondamenta solide.

Come diceva Platone: siamo rane nello stesso stagno ..non dimentichiamocelo ..che i filosofi difficilmente si sono sbagliati.

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Maria Laura Petrilli

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