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Cultura

Se il cervello cercasse lo status nel calice e l’intelligenza si riflettesse nel vino…

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo23 Agosto 2026Nessun commento11 Mins Read
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Cervello
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Più che essere stato scritto per comprendere il cervello e fornire appunti di neuroscienze e costumi sociali, intorno a un recente studio su intelligenza e cultura del vino, il seguente pezzo nasce da una domanda semplice: davvero il quoziente intellettivo è maggiore in quelli che ne sanno di vino?

Il cervello, il vino e la vanità…

Immaginiamo una tavola imbandita, lo scintillio dei cristalli e il sommesso brusio di una cena tra vecchi amici. A un tratto, il cavaliere di fronte a noi fa ruotare il calice con studiata lentezza, accosta il naso all’orlo e, sollevando lo sguardo verso il soffitto, sentenzia: «Un Margaux formidabile, si percepisce chiaramente l’ardesia del suolo». In quel preciso istante, intorno al tavolo si propaga un’onda invisibile: un misto di deferenza, ammirazione e, ammettiamolo, una sottile invidia per quella che ci appare come una palese manifestazione di superiore acutezza mentale.

L’essere umano ha da sempre avuto un disperato, quasi terapeutico bisogno di nobilitare i propri piccoli piaceri e i propri rituali esclusivi, rivestendoli con la tunica della virtù biologica abbinata all’esclusività. Vogliamo convincerci che le cose che amiamo e che costano fatica, oltre che denaro, siano il riflesso di una scintilla innata.

L’ultimo e più affascinante capitolo di questa secolare tendenza all’autoassoluzione intellettuale ci viene offerto da una ricerca pubblicata dai professori Maximilian Krolo e Timothy C. Bates sulla rivista accademica Intelligence & Cognitive Abilities, intitolata significativamente “Bright People Know More About Wine”. La stampa di settore e i quotidiani generalisti hanno accolto la notizia con un brivido di compiacimento, riassumendola in un verdetto tanto lusinghiero quanto sbrigativo: «Chi è più intelligente ne sa di più sul vino».

Bella pe’ voi…

Per la classe colta e per l’ordinata macchina della formazione vitivinicola, si è trattato di una vera e propria incoronazione. Eppure, se accostassimo la lente d’ingrandimento del metodo scientifico a questo panorama così rassicurante, ci accorgeremmo che i dati ci raccontano una storia del tutto diversa. Dietro la rassicurante architettura dei numeri si nasconde un controsenso tanto antico quanto umano, capace di confondere la genetica con il portafoglio, e di scambiare un passatismo costoso per un passaporto di superiorità cognitiva. Per comprendere come si sia giunti a questa affascinante illusione, dobbiamo metterci nei panni di un neurologo che osserva i sentieri della memoria e, contemporaneamente, di un antropologo che studia i balli di corteggiamento delle nostre tribù metropolitane.

Ci tocca purtroppo, pure perché in vino veritas è più ripetuto dai pappagalli dell’informazione enologica, spesso esente da coerenza ed onestà intellettuale, piuttosto che persone sinceramente innamorate del vino e della verità che in quest’epoca, purtroppo, poco vanno a braccetto.

la memoria non è la logica

Se ci degnassimo di osservare la mente umana con gli occhi di Oliver Sacks, non potremmo che stupirci della sua straordinaria, plastica fame di catalogazione. Il cervello ama dare un nome alle cose del mondo per sottrarle al caos. Tuttavia, le neuroscienze moderne ci insegnano che questa capacità non è un blocco monolitico.

Da quando il fido Raymond Cattell propose la sua celebre tassonomia, distinguiamo nettamente due anime del pensiero: l’Intelligenza Fluida (Gf) e l’Intelligenza Cristallizzata (Gc). La prima è l’energia logica allo stato puro, la capacità biologica e innata di risolvere un enigma mai visto prima, indipendentemente da quanti libri abbiamo letto; la seconda è invece il magazzino dei ricordi, il vocabolario, l’accumulo di nozioni e competenze culturali che abbiamo faticosamente raccolto attraverso l’educazione, i viaggi e l’esperienza vissuta.

Insomma, quelle cose che potrebbero ritenere che un laureato non sia necessariamente intelligente, ma probabilmente colto nell’ambito del suo percorso di studi e del suo percorso esistenziale.

Ed è proprio qui che si consuma il primo, involontario gioco di prestigio dello studio di Krolo e Bates. Per misurare la “conoscenza del vino“, i due ricercatori hanno sottoposto un campione di 525 anime a un severo questionario di 68 domande a risposta multipla, interamente basato sul programma d’esame del WSET di Livello 2. Si tratta di un test indubbiamente serio, in cui si chiede al candidato di ricordare se lo Chablis nasca dall’uva Chardonnay o in quale esatto angolo di Francia si trovi il comune di Margaux. Ma questa, a ben vedere, è conoscenza enciclopedica e dichiarativa nella sua forma più pura.

È, insomma, Intelligenza Cristallizzata. È cultura, non logica nativa

Gli autori del paper invocano la celebre ipotesi del g-factor di Arthur Jensen, l’idea secondo cui un’intelligenza generale più robusta funzioni come un motore più efficiente, capace di aspirare e trattenere informazioni con maggiore facilità. Certamente: un cervello biologicamente ben allenato manderà a memoria il complicato labirinto delle denominazioni d’origine più in fretta di un cervello pigro. Ma dimostrare che chi ha un QI più alto ricorda meglio i disciplinari del vino non equivale a dimostrare che il vino sia il nettare degli intelligenti. Significa solo che chi possiede una memoria semantica efficiente immagazzina dati sul vino con la stessa facilità con cui memorizzerebbe le capitali asiatiche o le medie battuta del baseball.

Gli stessi Krolo e Bates, con un’onestà intellettuale che fa loro onore, hanno dovuto ammettere questo limite invalicabile in un’intervista successiva: «Abbiamo misurato la conoscenza, non il palato. Nulla in questo studio dice che le persone più intelligenti sappiano degustare meglio o giudichino più accuratamente cosa c’è nel bicchiere».

Ma l’aspetto più poetico e impietoso ci viene offerto dalla matematica. In psicometria, il legame tra due fattori si esprime con un coefficiente di correlazione, indicato con la lettera r. Nello studio in questione, questo valore si ferma a un modesto r = 0.31. Se applichiamo il coefficiente di determinazione per capire quanto una variabile influenzi l’altra, otteniamo un misurabile \ (R^2 = 0.096\).

Questo numero, nudo e privo di retorica, ci dice che il QI spiega appena il 9,6% della varianza dei risultati nel test del vino. Il restante 90,4% appartiene a un immenso mare di variabili esterne, ambientali e sociali che i ricercatori non sono riusciti a intrappolare nelle loro provette statistico-comportamentali.

Anche concedendo agli autori il loro postulato principale,  e cioè che l’intelligenza “interagisca positivamente con l’esposizione professionale”, ci accorgiamo che questa interazione non è una misteriosa affinità elettiva tra i neuroni e l’alcol, bensì il banale riflesso di un vantaggio cognitivo e educativo pregresso, che accelera l’assimilazione di concetti complessi quando ci si trova immersi in un ambiente stimolante.

Il grande fattore confondente: lo Status Socioeconomico

È a questo punto che lo scienziato deve cedere il passo all’antropologo e al sociologo dei consumi per guardare l’elefante che si aggira indisturbato nella stanza della ricerca: lo Status Socioeconomico (SES). Con una certa ironia , gli autori dello studio dichiarano fieri di aver isolato l’esposizione professionale, dimostrando che il legame tra QI e conoscenza del vino resiste anche tra coloro che non lavorano nelle vigne o nelle cantine. Per compiere questo miracolo statistico, si sono affidati a una semplice scala di autovalutazione del background lavorativo. Peccato che questo strumento si riveli drammaticamente sordo di fronte a quello che Pierre Bourdieu chiamava il Capitale Culturale.

Le traiettorie della vita ci mostrano che le persone con un QI stimato più elevato hanno spesso alle spalle percorsi di studio più lunghi, carriere più remunerative e, di conseguenza, redditi mediamente più alti. Inoltre, dal punto di vista metodologico, il campione di 525 anime reclutato per lo studio soffre del classico e sistematico WEIRD Bias (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic). È la bizzarra abitudine della psicologia moderna di estrarre leggi universali sulla natura umana studiando quasi esclusivamente soggetti che appartengono ai segmenti più privilegiati, scolarizzati e benestanti della società occidentale.

Un avvocato, un medico di grido o un docente universitario non lavorano nell’industria del vino. Eppure, per via della loro posizione, frequentano ristoranti stellati, partecipano a cene di rappresentanza e si muovono in circoli sociali esclusivi dove la presenza di una bottiglia d’alta gamma non è un’eccezione, ma un costante elemento di socializzazione e di mutuo riconoscimento.

Chi ha più disponibilità economica e frequenta certi ambienti ha infinite occasioni in più di esporsi, sia passivamente che attivamente, alla cultura del vino. Il test dei ricercatori, dunque, non ha isolato una curiosità intellettuale pura, innata e disinteressata per la fermentazione alcolica; ha semplicemente fotografato il privilegio sociale, l’istruzione formale e i passatemi costosi della classe agiata. Sotto lo sguardo della sociologia, la conoscenza enciclopedica del vino smette di essere un indicatore biologico di intelligenza e si rivela per ciò che è sempre stata: un raffinato marcatore di status.

Dal “French Paradox” al falso terroir: la scienza come esca commerciale

Questo bisogno di ammantare di oggettività scientifica le nostre preferenze sociali e commerciali ha radici profonde. La storia del mondo del vino è costellata da operazioni di scientific washing, affascinanti favole moderne in cui la ricerca medica o geologica viene piegata a esigenze di posizionamento d’élite.

Il parallelo storico più celebre e clamoroso ci riporta agli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, con il mito del French Paradox. Alcuni studi osservazionali di allora notarono, con sincero stupore, che i cittadini francesi soffrivano di malattie cardiovascolari in misura nettamente inferiore rispetto ai cugini anglosassoni, nonostante una dieta notoriamente ricca di grassi saturi, burro e formaggi. L’industria del vino non perse un secondo e cavalcò immediatamente la tesi scientifica più lusinghiera: il merito di quel miracolo biologico era del resveratrolo, un antiossidante contenuto nel vino rosso. Fu uno dei più grandi casi di health washing del secolo, capace di far impennare i consumi globali.

Solo decenni più tardi la comunità scientifica internazionale, con ammirevole pazienza, riuscì a smontare quel bias metodologico.

Si scoprì che i medici francesi praticavano un sistematico under-reporting burocratico, registrando i decessi cardiaci sotto voci diverse rispetto ai colleghi britannici. Inoltre, i modelli statistici di quelle ricerche soffrivano del famigerato sick quitter bias, poiché inserivano nella categoria degli astemi persone che avevano smesso di bere proprio perché già gravemente malate, facendo apparire i moderati bevitori artificialmente più sani.

Veniva poi deliberatamente ignorato l’impatto della dieta mediterranea complessiva, ricca di frutta, verdura e folati. Nessuno, nei comunicati stampa del marketing, ricordava che per assumere la dose giornaliera raccomandata di resveratrolo un essere umano avrebbe dovuto bere circa quattro litri di vino al giorno, con esiti per il fegato facilmente immaginabili.

In tempi più recenti, lo stesso meccanismo narrativo è stato applicato con successo al mito della mineralità e al suggestivo racconto del falso terroir, un perfetto esempio di “sordità del suolo” rispetto alle velleità poetiche dei depliant commerciali. Il marketing ci racconta che se un Riesling o uno Chablis evocano sentori di pietra focaia, idrocarburo o grafite, è perché le radici profonde della vite hanno “assorbito i minerali dal suolo roccioso, trasferendoli direttamente nel grappolo e poi nel nostro calice”.

È un’immagine bellissima, quasi mistica, utilizzata per giustificare i prezzi astronomici dei vini nati su terreni vulcanici o scistosi. Peccato che la fisiologia vegetale e l’agronomia scientifica confermino la totale impermeabilità della pianta a questa dinamica.

La vite assorbe dal terreno esclusivamente acqua e sali minerali inorganici idrosolubili, come azoto, fosforo o potassio, che sono strutturalmente inodori. Quei sentori complessi che tanto ci affascinano non arrivano dalle pietre, ma sono macromolecole volatili, ossia composti solforati o terpeni, prodotte dai laboriosi metaboliti dei lieviti durante la fermentazione o dai lenti processi di affinamento in bottiglia. Ma una narrazione pseudoscientifica che parla di “anima della roccia” vende molto meglio della biochimica elementare.

Una singola pubblicazione su un campione ristretto di 525 persone, in definitiva, non stabilisce una verità assoluta. Finché questi risultati non verranno replicati da laboratori indipendenti e su campioni multiculturali che azzerino le differenze di reddito e scolarizzazione, l’associazione tra QI e vino rimane un’ipotesi isolata, metodologicamente fallace e sociologicamente ingenua.

In conclusione, proprio come il French Paradox è servito all’industria per vendere vino, millantando benefici cardiaci, questo studio si presta perfettamente a un’operazione di marketing psicologico ed elitarismo culturale, utilissimi per brandire solennemente un calice di vino dopo essersi regalato un corso da sommelier.

Bibliografia:

Krolo, M., & Bates, T. C. (2026). Bright People Know More About Wine.

Cattell, R. B. (1963). Theory of fluid and crystallized intelligence: A critical experiment.

Jensen, A. R. (1998). The g Factor: The Science of Mental Ability. Praeger.

Bourdieu, P. (1979). La Distinction. Critique sociale du jugement. Éditions de Minuit.

Henrich, J., Heine, S. J., & Norenzayan, A. (2010). The weirdest people in the world?

Renaud, S., & de Lorgeril, M. (1992). Wine, alcohol, platelets, and the French paradox for coronary heart disease.

Shaper, A. G., Wannamethee, G., & Walker, M. (1988). Alcohol and mortality in British men: explaining the U-shaped curve.

Maltais-Giguère, J., & Maltman, A. (2018). The “Minerality” of Wine: A Geological and Sensory Review.

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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