C’è un legame ancestrale, quasi magico, che unisce la terra dell’Alto Casertano al soffio del vento che scende dai monti e accarezza le anse del Volturno. In questo scenario, che sembra rimasto sospeso in un’epoca di rurale eleganza, si colloca il lavoro monumentale di Manuela Piancastelli: “Pallagrello. Il vino del vento, del fiume e del re“.

Piancastelli, giornalista di altissimo profilo e produttrice di vino, assieme a Peppe Mancini, è entrata in pieno contatto simbiotico con la stessa terra che racconta, compiendo così un atto di recupero dell’identità, del genius loci e della resistenza culturale condensatasi attorno al vitigno Pallagrello.
L’introduzione del libro funge da portale temporale e il lettore viene immediatamente proiettato in una narrazione dove il Pallagrello non è solo un vitigno, nella variante bianca e nera, ma un testimone silenzioso della storia d’Italia. La forza dell’incipit risiede pertanto nella capacità dell’autrice di trasformare la ricerca accademica in un racconto epico, a tratti fiabesco, dove il vino del re emerge dall’oblio post-fillosserico per riprendersi il ruolo che gli spetta di diritto.
Pallagrello: dai Romani alla Corte dei Borbone
Il primo grande pilastro del libro, analizzato con calorosa ammirazione dalla critica specializzata, è la profondità della ricerca storica: Piancastelli non si accontenta delle leggende popolari, pur certo importanti per incamminarsi a ritroso lungo il sentiero della verità, ma scava nelle fonti classiche e nei documenti d’archivio, ricostruendo il pedigree del Pallagrello partendo dalle citazioni di Plinio il Vecchio.

Il cuore pulsante di questa sezione, però, è l’epoca borbonica: qui il libro diventa un vero e proprio romanzo storico-documentario e Piancastelli restituisce la dignità di un’epoca in cui il Pallagrello, allora conosciuto come Piedimonte, sedeva alla tavola dei sovrani, competendo alla pari con i più blasonati Claret di Bordeaux o i prestigiosi Champagne. Non è un’esaltazione nostalgica, ma una ricostruzione filologica basata su registri di corte che testimoniano quanto Ferdinando IV di Borbone considerasse questo vino un’eccellenza assoluta, tanto da volerlo proteggere e promuovere come simbolo enologico del Regno delle Due Sicilie.
Insomma, un fil rouge che collega l’antichità romana alla fastosa Napoli del Settecento, spiegando come il Pallagrello sia sopravvissuto a guerre e pestilenze viticole grazie alla sua natura rustica e, paradossalmente, al suo isolamento nelle valli caiatine. È in questa sezione che il libro stabilisce la sua autorità: ogni affermazione è supportata da un dato, ogni aneddoto è ancorato a una fonte, rendendo la lettura un viaggio intellettuale solido e affascinante.

La Vigna del Ventaglio: l’architettura che si fa vino
Uno degli aspetti più celebrati dagli esperti della stampa enogastronomica specializzata è la minuziosa ricostruzione della Vigna del Ventaglio. Manuela Piancastelli dedica pagine magistrali a questo esperimento agronomico e simbolico voluto dai Borbone sulla collina di San Leucio, nei pressi della Reggia di Caserta.

Qui il Pallagrello, certo non un semplice ospite, era il protagonista di un disegno geometrico dove i filari si aprivano, appunto, a ventaglio, per catturare ogni raggio di sole e ogni alito di vento; infatti, il libro descrive questa vigna non solo come un giardino di delizie, ma come un centro di ricerca ampelografica d’avanguardia ante litteram: il Pallagrello, dopo essere stato quasi cancellato dalla memoria collettiva nel XX secolo, ritrova in queste pagine la sua legittimazione architettonica e regale. La narrazione della Piancastelli trasforma i resti archeologici e i documenti d’archivio in una visione vivida, celebrando il ritorno a casa del vitigno, consentendo al lettore di vedere quasi quei filari che un tempo simboleggiavano l’eccellenza botanica del Regno.
Piancastelli mappa oltretutto il territorio tra Caiazzo, Castel Campagnano e le colline caiatine, definendolo una “geografia del sentimento” e trasformando il libro in una bussola emozionale, un avviso ai naviganti delle vigne e per novelli camminatori della terra. Pertanto, il Pallagrello non viene trattato come un elemento isolato, bensì come il fulcro di un ecosistema fatto di contadini resilienti, castelli normanni e un paesaggio agricolo che ha conservato la sua integrità. L’autrice ci insegna che assaggiare un Pallagrello significa bere il paesaggio stesso: il vino del vento diventa il veicolo per comprendere un’intera cultura rurale che ha rischiato di scomparire e che oggi, grazie anche a questa opera, trova una nuova narrazione internazionale.
Il Pallagrello come catalizzatore di comunità
Al di là della filologia storica e della scrittura avvincente e vivida, il cuore pulsante del libro, e della vita stessa dell’autrice che ha vissuto intensamente il Pallagrello per oltre vent’anni, risiede in quella che potremmo definire una “restanza attiva”, come direbbe Vito Teti: Il recupero del Pallagrello operato da Terre del Principe non è stato un semplice esperimento agronomico, ma un potente innesto antropologico entro un tessuto sociale che rischiava la rassegnazione.
Sotto il profilo sociologico, il lavoro di Manuela Piancastelli e Peppe Mancini, archeo-viticoltore, ha agito infatti da catalizzatore: la loro cantina è stata inequivocabilmente incubatrice di una nuova consapevolezza territoriale. Grazie all’esempio di Peppe e Manuela l’Alto Casertano ha smesso di essere una terra di transito per diventare un distretto d’eccellenza vitivinicolo.

La fioritura di nuove cantine nella zona, realtà che oggi guardano a Terre del Principe come a un faro, è la prova tangibile di un mutamento antropologico profondo: il passaggio dal “contadino per necessità”, legato a una terra povera e faticosa, al “vignaiolo per scelta“, custode di un tesoro identitario. Il Pallagrello ha saputo generare indotto, ha riportato i giovani tra i filari e ha trasformato il paesaggio agrario in un bene culturale collettivo. In questo senso, il libro non celebra solo un vino, ma la vittoria di una comunità che ha deciso di non fuggire, ritrovando nel calice la propria dignità e il proprio futuro.
L’opera di Manuela Piancastelli non è un monologo sul Pallagrello, ma un dialogo aperto con la biodiversità campana. Pur restando il vino del re il protagonista assoluto, l’autrice non manca di contestualizzarlo in un panorama che vede nel Casavecchia il suo compagno di rinascita e in altri vitigni minori le tessere di un mosaico che fanno di Caserta una vera cassaforte genetica della viticoltura mediterranea attraverso i vitigni reliquia. Insomma, se la storia antica affascina, la cronaca recente commuove.
Pallagrello: dall’oblio al calice d’eccellenza
L’ultima parte del volume di Manuela Piancastelli affronta la seconda vita del Pallagrello, un omaggio collettivo, che da pochi ceppi sopravvissuti in un vecchio giardino di Monticello nel comune di Piedimonte Matese, vanta una produzione d’eccellenza che oggi conquista tanto il palato dell’enonauta italiano che i mercati internazionali.
Il libro analizza la sfida tecnica di domare un vitigno che non accetta compromessi, descrivendone comunque la versatilità: dalla freschezza minerale del Pallagrello Bianco alla potenza austera e longeva del Nero. Questa sezione è fondamentale perché trasforma il libro da saggio storico a strumento di consultazione moderna per chi vuole comprendere l’enologia campana di oggi.

Manuela Piancastelli, il suo libro e l’invito al viaggio
Il libro chiude con un’immagine potente: il Pallagrello come ponte tra passato e futuro; l’autrice non si limita ad archiviare dati, ma lancia una sfida al lettore. La conclusione del testo è un invito al viaggio, non solo fisico tra le vigne dell’Alto Casertano, ma spirituale verso la consapevolezza che le radici, se nutrite con amore, perseveranza e studio, possono produrre frutti straordinari.

Se la ricerca storica costituisce l’ossatura del volume, lo stile di scrittura è ciò che lo rende un caso letterario nel mondo della saggistica dedicata al vino, in quanto la prosa di Manuela Piancastelli è vivace quanto evocativa e coinvolgente: tra giornalismo e poesia, leggerlo equivale a sorseggiare l’ultimo sorso di una riserva d’annata. Quel che resta di questa sorsata di vino letterario è il retrogusto persistente di una fierezza territoriale e la certezza che, finché ci saranno narratori così accorati, nessun re di questa italica ampelografia, tutta ancora da riscoprire, rischierà più di essere dimenticato.

