Il simbolo non libera necessariamente il pensiero dell’individuo semmai, attraverso la sua piena comprensione, il simbolo libera la verità dalla parola, a patto che sia buono e funzionale alla verità in sé. Per questa ragione, il simbolo efficacemente evocato dal logos non resta un semplice segno, ma l’organo necessario attraverso cui l’uomo costruisce il suo mondo accedendo alla verità, attraverso i pensieri e le parole più opportune. Infatti, Il simbolo non deve essere per forza di cose il fine, ma il medium funzionale e cosi dovrebbe essere per il termine Piede Franco.
Se il simbolo fosse corrotto, accettato per convenzione oppure autoreferenziale, fallirebbe nel suo compito di liberare la verità, diventando esso stesso una nuova gabbia concettuale, una comfort zone che metterebbe al riparo da ogni sforzo nell’elaborazione di un pensiero più complesso e concreto, oltre che nell’attribuzione di un significato più profondo.

Sosteneva Ludwig Wittgenstein che Il senso di una parola, in una particolare occasione d’uso, viene calcolato dal parlante sulla base della relazione di somiglianza che sussiste tra l’uso attuale e tutti gli usi passati di quella stessa parola, senza la mediazione di una rappresentazione astratta del suo significato convenzionale. Un uso semantico scorretto potrebbe minimizzare un significato ove le parole venissero scelte o usate in modo da non riflettere accuratamente la loro funzione e intenzione, decontestualizzandole e riducendo così la portata e la profondità del messaggio che si vuole comunicare. Questo avviene soprattutto attraverso l’uso di eufemismi non appropriati, generalizzazioni eccessive, termini impropri e talvolta tecnicismi, che tendono ad attenuare l’intensità di un concetto o lo svuotano del suo valore e vigore originale.
L’efficacia della parola evocante il simbolo, come anzidetto, è inequivocabilmente subordinata alla sua bontà e funzionalità: ciò significa che il simbolo deve possedere una coerenza interna e un saldo legame di necessità con l’oggetto che rappresenta. Non di meno sussiste l’atto di caricare troppo una data parola di una funzione, di un significato e di una rilevanza che, oggettivamente, non possiede.
Il Piede Franco, meglio sarebbe vite franca di piede, costituisce l’elemento unico ed irrinunciabile per poter pensare alla Viticoltura e al Vino Antico in maniera attuale: nell’indiscussa autenticità genetica della Vitis Vinifera, esso rappresenta la mediazione più efficace tra passato e futuro, collegando l’odierno Popolo Mediterraneo alla sua genesi, quando l’uomo, assieme alla Madre dell’Uva, compiva i primi passi verso la Civilizzazione.

E se Piede Franco fosse un termine depotenziato nella parola e nel significato rispetto a ciò che dovrebbe esprimere?
Quel che è certo è che il Piede Franco è stato visto come un relitto del passato, instabile e rischioso, menomato del suo significato e della sua importanza anche attraverso la scarna comunicazione che se ne è fatta: diversamente che agli inizi del ‘900, quando l’uso del termine, soprattutto per la cronaca dell’epidemia e delle zone di resistenza, era piuttosto alto, tra il 1980 e il 1995, “Piede Franco” scompare quasi totalmente nel giornalismo di settore, eccezion fatta per libri di testo accademici e per gli studi di Agronomia.

La damnatio memoriae si compiva così, mettendo in dismissione il termine e considerando la vite millenaria non fosse più ormai un individuo botanico con una radice propria, ma una fotocopia produttiva su un supporto standard, replicabile, brevettabile e controllabile.
Soltanto a partire dagli anni duemila c’è stata una lenta ripresa nell’uso di questa parola, recuperandola per dare più appeal all’artigianalità del vino, piuttosto che per l’esigenza di comunicare la biodiversità e il marketing territoriale.
Il termine, per quanto tecnico, viene investito dalla spinta per il riconoscimento Unesco ad opera dell’Associazione Francs de Pied, la prima a lanciare ufficialmente la proposta nel 2021; costituita da un gruppo di viticoltori europei guidati da Loïc Pasquet, l’associazione include figure di spicco come il Principe Alberto II di Monaco ed ha presentato la domanda per proteggere i vitigni non innestati coltivati nei loro luoghi di origine cinque anni orsono, con lo scopo di renderli patrimonio dell’umanità.

L’importanza del Piede Franco nel termine e nel significato
Sergio Vitolo, architetto, enologo e studioso di Antropologia dell’Alimentazione, oltre che professore di Antropologia dei Processi Simbolici e di Antropologia del Gusto, ci aiuta comprendere la crisi della fillossera non sia stata solo una perdita ingente per l’ampelografia europea, ma una vera e propria frattura antropologica: sembra che la popolazione euromediterranea in primis abbia accettato l’innesto perché la società, anche grazie alla Rivoluzione Industriale, stava passando dal “culto dell’origine” al “mito del progresso e della tecnica“, come sostenuto nel suo libro “Antropologia del gusto. Il cibo come sistema simbolico”.

Semantica della verità e misurabilità della parola Piede Franco
La semantica è la scienza dei significati destinati a essere definiti e cristallizzati da parole significanti quando si tratti di nozioni o azioni, piuttosto che di segnali morfologici quando si tratti di rapporti sintattici. In breve, la semantica è la scienza della verità, in quanto a precisione nell’uso della parola e ne aiuta quindi la misurabilità.
Tale affermazione trova fondamento nella “Teoria della Corrispondenza” di Alfred Tarski del ‘44, secondo cui una proposizione è vera solo se riflette lo stato di fatto: insomma, non si può misurare correttamente ciò che viene definito in modo improprio o, peggio, depotenziato dal linguaggio. La funzione etica del lessico è la precondizione necessaria per restituire al Piede Franco, come pure al Vino, la sua dignità materiale e storica.

I nomi certo rappresentano convenzioni, regole di un accordo formale e informale tra le comunità. E le comunità possono cambiare. Wittgenstein cercava la radice prima del linguaggio, individuando all’inizio una serie di preposizioni da cui partiva la costruzione di una lingua; cambiò idea proprio dopo una lunga prigionia nel basso Lazio, ai confini con la Campania: s’avvide che le persone si capivano senza pronunciare una sola sillaba, una serie di gesti erano sufficienti per organizzare un discorso. Forse è stato per questa ragione che l’umanità non ha mai avuto la necessità di dare un nome alla Pianta Madre dell’Uva, ma dall’esperienza del logico e filosofo austriaco, che aveva seguito a Cambridge i corsi di Bertrand Russell, non è sbagliato dedurre che la radice dà vita al linguaggio così come il linguaggio sostiene la radice.

Esplicito, implicito, simbolico: le tre dimensioni del peso della parola
Ragionando in quest’ottica, la parola stessa, invero Piede Franco, diventa misurabile grazie al calcolo del suo peso specifico, se così si può dire, in tre dimensioni:
Il peso esplicito entro la denotazione e la quantità di informazioni che il termine veicola: attraverso ciò si dovrebbe riuscire a misurare l’accuratezza del referente biologico chiamato in causa; secondo la “Teoria dell’Informazione” di Claude Shannon, la densità informativa di un termine è inversamente proporzionale alla sua ambiguità.
Il termine Piede Franco, che tutti amiamo e che è buono in sé, riesce forse ad evocare da solo significati intrinseci ad esso come Albero del Vino, Vite Naturale, Vite Ancestrale, Vite Autentica, Vite Pura o Vite Integrale?
Perché mai prendere a modello quest’ultimo ad esempio?
Semplicemente perché una “Vite Integrale” non è recisa delle sue parti vitali, non è supportata da protesi e non vede interrotta la sua relazione tra la terra e il cielo, possiede un peso esplicito massimo poiché descrive una fisiologia vegetale integra, laddove “Piede Franco” resta un termine bellissimo ma parziale, nato per sottrazione tecnica.
In ambito botanico e viticolo, persino il termine inglese “own-rooted“, letteralmente “su proprie radici”, ha una precisione descrittiva e una forza evocativa maggiore.
Di queste tre dimensioni dell’uso più appropriato della parola e delle terminologie, il peso implicito, entro la comprensione di ciò che è la connotazione, tenuto conto dei bias, misura il carico ideologico sotteso. Ci viene incontro Roland Barthes, influente saggista, semiologo, critico letterario e filosofo francese, oltre che figura chiave dello strutturalismo e della “nouvelle critique“: egli dimostra che il linguaggio crea “miti” che naturalizzano concetti storici. Da questa prospettiva il termine Piede Franco ha un peso implicito di eccezione, normalizzando l’innesto come standard. Valutare e commensurare il peso implicito del termine più diffuso significa smascherare questo bias, inteso anche come distorsione linguistica, mentre Vite Integrale sposta il peso della norma, di ciò che accettiamo nel parlar comune, sull’integrità originaria, resa invisibile dall’accettazione acritica di un termine coniato nel XIX secolo.

Infine resta l’archetipo e la verità invisibile che il peso simbolico porta in sé e che misura la capacità della parola di evocare l’unità di senso. Si potrebbe attribuire a Jean Cocteau, soprattutto in riferimento al suo ruolo di drammaturgo, che la verità sia una sorta di difficoltà che il reale nasconde e che la parola rappresenti il veicolo per rivelarla: insomma, il linguaggio non dovrebbe essere il belletto del pensiero e delle intenzioni degli individui, come spesso accade, ma la sua rivelazione più cristallina e autentica.

Non di meno, il peso simbolico rientra appieno nei concetti estrinsecati dalla “Ragione Poetica” di María Zambrano, allieva di Ortega y Gasset, tra le più importanti filosofe e saggiste spagnole del XX secolo, oltre che prima donna a ricevere il prestigioso Premio Cervantes nel 1989. Nel superamento del razionalismo puro, l’aggettivo qualificativo “integrale” non è più un segno fisso, bensì una metafora viva, moderna e antica al contempo, capace di sintetizzare ottomila anni di simbiosi tra vite e uomo, caricandosi di una forza gravitazionale che il termine tecnico “piede franco” non riesce a sostenere. Il dire metaforico si configura dunque come la modalità privilegiata della ragione poetica, dal momento che ammette e dà voce alla presenza di un referente intraducibile letteralmente, che per essere rivelato deve essere al tempo stesso parzialmente occultato all’interno di un contesto polisemantico, ricco di significato, inesauribile di senso.
Diversamente da Jung, María Zambrano scrive che il simbolo ha la caratteristica specifica di creare, di dare origine ad una dimensione spazio-temporale distinta da quella comune, generica o tecnicistica, e nella quale viene abolita la fondamentale opposizione tra soggetto ed oggetto: l’azione dei simboli “tende a trascendere questa separazione che l’uomo vive continuamente, tra il fuori […] e il dentro”, annichilendo un dualismo deleterio per favorire dunque l’elaborazione di un pensiero più complesso che il semplice “con o senza portinnesto”.
Fino a qui la semantica deve poter trovare nuovamente impiego: nella sua accezione filosofica, essa diventa parte di quella logica diretta a determinare i limiti di un linguaggio corretto e rigoroso mediante l’analisi dei simboli linguistici d’uso comune o, in senso più ristretto, lo studio delle relazioni fra espressioni linguistiche e l’oggetto cui si riferiscono o che dovrebbero descrivere.
L’etimo del nome è una strada maestra per arrivare alla radice prima del significato della parola, fondamentale per ricostruire la storia con le varie modifiche che l’uso del termine ha subito nei secoli.
Se volessimo restituire la vite franca di piede alla sua dimensione antropologico-sociale, attribuendole un percorso congiunto assieme all’uomo verso il cammino per la civiltà, ci viene incontro la Niche Construction Theory,concetto evoluzionistico secondo cui gli organismi non si adattano passivamente all’ambiente, ma lo modificano attivamente, alterando le pressioni di selezione naturale e influenzando la propria evoluzione e quella di altre specie. La Teoria della Costruzione della Nicchia è considerata un’estensione della sintesi evolutiva moderna, evidenziando il ruolo attivo degli esseri viventi e la loro con il territorio, esattamente quanto accade tra l’uomo, la vite e il modellamento del paesaggio grazie alla viticoltura.

È evidente, anche grazie a questa teoria, che non ci può essere terroir senza vite integrale, in quanto essa è il co-attore evolutivo che ha modificato l’ambiente e la genetica comportamentale dell’uomo mediterraneo, restituendo importanza ad una pianta che ha mediato il passaggio dell’uomo da essere primitivo ad animale civile. Questo ci dice che il concetto che racchiude la vite autentica, considerando che il suo dna e quello dell’uomo sono finiti ideologicamente per fondersi, rimbalzando da una sponda all’altra del Mare Nostrum, è troppo grande e “piede franco” è certamente troppo piccolo per esprimerlo.
Da considerare infine che, essendo tutto in natura a piede franco, l’attuale consuetudine linguistica ampiamente diffusa ha contribuito a far scadere la viticoltura ancestrale nella banalizzazione, proprio perché è emerso solo per descrivere la vite con radici proprie in contrapposizione all’innesto americano: prima della fillossera infatti non c’era mai stato bisogno di definire l’unica viticoltura possibile. Questo dualismo è oggettivamente deleterio: riduce la complessità della realtà a dicotomie come “tutto o niente” o “con o senza portinnesto”, ostacolando la comprensione profonda di cosa rappresentino davvero più di ottomila vendemmie in una relazione pressoché simbiotica tra pianta e uomo. Il termine “piede franco” tende a “nerfare”, depotenziare e indebolire la forza simbolica della vite stessa.
Il Piede Franco: la terra che resta e le semiosfere di resistenza
In questo orizzonte esplorativo di significati, la “Vite Integrale“ diventa il custode di quella che potrebbe definirsi “la terra che resta”, intesa come area di salvezza, patrimonio da difendere, sacrario della biodiversità e del corredo genetico ereditato grazie a millenni di domesticazione.

È qui che il Terroir ritrova autenticità scientifica: come dimostrato da Cornelis van Leeuwen, il portainnesto agisce come un filtro fisiologico che altera la percezione del suolo da parte della pianta.
Se il terroir è interazione tra suolo, clima e pianta e uomo, ossia la coincidenza perfetta tra genotipo e ambiente, l’apparato radicale estraneo interrompe quella “continuità idraulica e minerale“: tale continuità invece è il fondamento che permette a ciò che viene captato nel suolo di diventare linfa, di farsi frutto e quindi vino, senza la mediazione del mutualismo, senza l’alterazione dei precursori aromatici, consentendo così una caratterizzazione varietale più pura. Con il portainnesto invece la traduzione del suolo sarà inevitabilmente approssimativa: l’innesto, che è una tecnologia di sopravvivenza post-1860, quindi necessaria a scagionare l’estinzione della Vitis Vinifera, ha comunque trasformato la viticoltura da “espressione della natura” a “ingegneria agraria”, dove il portainnesto agisce come un filtro analogico che smussa le frequenze più sottili del terreno. Solo le radici che esplorano il suolo senza mediazioni possono restituire la “voce” di verità millenaria, reale e tangibile, che dallo xilema al floema arriva fino all’acino in una relazione di perfetta semiosi.
La “terra che resta” è l’ultimo baluardo di un’agricoltura ancestrale: sono i suoli sabbiosi delle piccole isole, i versanti scoscesi dell’entroterra dimenticato e le terre vulcaniche dove la fillossera non è riuscita a spezzare il legame tra radice e tralcio. Qui, la vite a piede franco non è solo pianta: è la rappresentazione fisica di un’integrità sopravvissuta, lo specchio di comunità rurali che hanno rifiutato l’omologazione. Secondo la Semiotica della Cultura di Jurij Lotman, questi territori non sono meri spazi geografici, ma vere e proprie semiosfere di resistenza.
In questi paesaggi fragili, ma carichi di valore, il nuovo modello di sostenibilità non è più mera etichetta, ma una necessità di sopravvivenza, una testimonianza, un valore tangibile da tramandare. È qui che il vigneto diventa il fulcro di un ecosistema dove la biodiversità agricola si intreccia con il tessuto sociale, addirittura antroposofico. Così si riabilita la vite ancestrale come norma etica, restituendo non soltanto il valore simbolico, ma anche valore territoriale tramutabile in valore genetico ed economico. Dare il giusto nome alle cose è una necessità vitale poiché il nome è il confine entro cui il pensiero può abitare la realtà.

La relazione tra ciò che è significante e significato nell’albero del vino non è più soltanto una disquisizione sul linguaggio adottato dall’uomo in tal senso, ma diventa anche significazione complessiva attraverso il linguaggio tra la terra e la vite stessa, assieme alla comunità che abita la semiosfera possibilmente. È qui che il simbolo incontra finalmente il dove e assume una valenza ancora maggiore per la creazione di un pensiero davvero autonomo, formante parola esprimente verità tangibile, qualsiasi definizione si voglia poi adottare.
Se in questo pezzo qualcuno avrà potuto percepire che il termine Piede Franco, bello e compiuto in sé, non assolve sempre ed esaustivamente alla responsabilità di conferire alla Vite la sua autorevolezza e il carico millenario che pulsa nel suo sistema linfatico, è perché le parole sono spesso gusci troppo stretti per contenere una vita che non ha mai accettato compromessi e che riesce ancora a sopravvivere nostro malgrado. Non si tratta di un esercizio stilistico o di sillogizzare per combattere la noia di certi salotti letterari, né di mettersi alla ricerca di neologismi, ma di sensibilizzare anzitutto al tema, riequilibrare la comunicazione che per anni ha generato un vuoto narrativo sul Piede Franco, una piccola azione inattuale e un po’ controcorrente, rispetto ai valori dominanti di quest’epoca, per mirare alla sua rivalutazione e al futuro partendo dalle radici.
