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Un sardo nato alla fine degli anni settanta, a forza di sentirle ripetere un po’ da tutti, un po’ da nessuno, cresce con in testa alcune massime che parlano della sua gente e della sua terra: l’isolano è piuttosto ospitale ma pure diffidente, quasi che si parlasse di un cinghiale selvatico, il sardo come lingua è cosa da non usare a scuola, i sardi sono tante cose ma non sono imprenditori, ma soprattutto, nella top ten dei luoghi comuni di Sardegna, la gente sarda non è in grado di organizzarsi e di creare fronte comune. Una disabilità bella e buona, che nel concreto, sempre ad ascoltare quel che si dice di questa fantomatica Sardegna, ci ha causato non pochi disagi, primo fra tutti l’incapacità di affacciarci sul Mediterraneo come comunità unita e in grado di dire la propria.

Ora, a sentir parlare di un popolo del genere pensi che qui in Sardegna ci facciano tutti uguali, con lo stampino, e con sulla schiena il marchio Made in Sardinia. Finisce che a furia di sentirtele dire queste cose tu, sardo, finisci col crederle vere, perché sì, forse hanno ragione, non siamo imprenditori e non siamo in grado di creare gruppo esattamente come tutti gli italiani sono poeti e navigatori.

Poi un giorno qualcosa si rompe: leggi un libro, vedi un documentario, parli con qualcuno, e sai come vanno queste cose, un pensiero tira l’altro e succede che a pensare ci inizi davvero e ti chiedi, è inevitabile farlo, ma è proprio vero che non sappiamo fare fronte comune? Che non siamo in grado di aiutarci a vicenda? Che non siamo imprenditori?

Io ci ho pensato, e alla fine mi sono fatta la mia opinione: tutte sciocchezze, raccontate tanto bene e tanto a lungo che è stato inevitabile che qualcuno abbia iniziato a crederci. Una propaganda che ha raccontato troppo a lungo di queste presunte disabilità, che è arrivato il momento, dico io, di mettere in questione.

E a metterle in questione nel mio caso ci hanno pensato tre fatti: la nostra storia, un triste fatto di cronaca, un documentario che avrebbe meritato l’Oscar.

Andiamo in ordine: stavo per laurearmi, parliamo del lontano 2008 e fra gli ultimi esami da preparare c’era quello relativo alla Storia di Sardegna. Facciamola breve, perché la storia isolana è meno semplice di quello che si potrebbe credere. Fra le ultime pagine del libro mi imbatto in qualcosa che (povera me) prima di allora avevo solo sentito nominare alla lontana: l’editto delle chiudende. Più precisamente parliamo del Regio editto sopra le chiudende, sopra i terreni comuni e della Corona, e sopra i tabacchi, nel Regno di Sardegna. Il provvedimento fu emanato nel 1820 un disgraziato 6 ottobre da quella testa nobile del Re di Sardegna Vittorio Emanuele I e pubblicato nel 1823. Per intenderci tutti quelli che fino ad allora erano stati terreni di proprietà collettiva, diventavano di proprietà privata e venivano recintati. I proprietari di qualunque terreno furono inoltre autorizzati a recintarli con siepi, muri o fosse. Il provvedimento imposto dall’esterno venne preso, a quel che si racconta, per favorire la modernizzazione locale dell’agricoltura. In verità ebbe l’effetto di affamare una buona fetta di popolazione che non sapeva più dove portar a pascolare le sue greggi, dove raccogliere la legna, dove raccogliere funghi, dove recuperare frutta o asparagi e creò non poche conflittualità fra chi i terreni da recintare ce li aveva e chi invece non aveva un bel niente. E non per l’incapacità di far fronte comune, ma per il fatto che quando si ha fame vige la regola più o meno condivisa del “si salvi chi può”.  Reputo che nella storia contemporanea questo sia stato un momento cruciale durante il quale si sia iniziata a creare la propaganda del sardo incapace di collaborare e di organizzarsi. C’è però qualcosa che stona: ancora frugando qua e là fra le pagine del medesimo libro ho fatto la conoscenza, per la prima volta, della paradura, o ponidura a seconda dei casi. In Sardegna vigeva e vive ancora questa consuetudine: qualora un pastore perda tutto il proprio bestiame gli altri del paese lo aiuteranno a ricostruire un piccolo gregge donando una o più pecore, capre o quel che si può. Disorganizzati e incapaci di creare comunità? Non sembrerebbe. Ma forse si tratta di un caso sporadico…

Ecco il secondo caso: fine novembre di quest’anno. La Sardegna è stata messa a dura prova dalla pioggia, alcuni paesi sono stati letteralmente messi in ginocchio dalla furia dell’acqua, ci sono stati sardi che hanno perso tutto, altri hanno addirittura perso la vita. Mentre oltre mare impazzava il toto colpe (è stata colpa tua, no è stata colpa sua, cose del genere non dovrebbero accadere, ma come ha fatto a rimanere in casa mentre si allagava e via dicendo), i sardi hanno preferito parlare di meno e agire di più. L’intera isola si è movimentata per una paradura davvero grandiosa: coperte, vestiti, cibo, denaro dato da chi ne aveva in più a chi proprio non ne aveva niente. La solidarietà non è necessariamente capacità di saper fare fronte comune? Se lo stai pensando parliamo del terzo caso.

Inizio dell’inverno 2014, riesco dopo mille e un mese ad andare al cinema e non per vedere un filmetto made in USA, ma per gustarmi un documentario di Sardegna, Capo e Croce. Mi sono commossa dall’inizio alla fine, e quando i film (perché di film si tratta) ti mescolano dentro i sentimenti, qualcosa di buono ce l’hanno sicuramente. Sorvoliamo sulle eccezionali storie umane che Marco Pani e Paolo Carboni sono stati in grado di mettere su pellicola, sorvoliamo (anche se non dovremmo) sulla completa ostilità  dell’Italia nei confronti dei pastori sardi, sorvoliamo (anche se non dovremmo) sul totale disinteresse della politica isolana e nazionale in merito al problema dei pastori che non si sa come ancora riescano a sopravvivere, mi è impossibile sorvolare sulla eccezionale capacità organizzativa e di aggregazione che il gruppo ha dimostrato di avere, nel bene e nel male, come in un buon matrimonio, e finché morte non li separi. Capo e Croce mi ha fatto piangere, mi ha innestato nel cuore una tristezza sconsolata e una fierezza infinita d’essere parte di questo gruppo, mi ha fatto domandare come posso essere utile ai miei pastori e mi ha fatto pensare.

E sai come vanno queste cose, un pensiero tira l’altro e succede che inizi davvero a credere che la storia dei sardi ospitali ma diffidenti, incapaci d’essere imprenditori ma soprattutto incapaci di  organizzarsi e di creare fronte comune sia tutta una grande stronzata che ci raccontano da due secoli e alla quale abbiamo finito per credere.

Certo che no, il discorso non si si esaurisce qui, ma non ti sembra che questo sia un buon punto di partenza per iniziare a pensarci su?

Photo Credit: www.capoecroce.com

2 thoughts on “Sui sardi incapaci di associarsi. Quando la disabilità è propaganda

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