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Mentre gli scienziati sociali si inerpicano nelle più rigorose teorie sull’amore, fino a illustrarne i fondamenti biologici con elaborate tecniche di neuroimaging, i comuni mortali non si rassegnano a veder vivisezionato l’intramontabile mito romantico, che preferiscono attribuire al fato o a un capriccioso fanciullo alato che scocca alla cieca i suoi dardi.

Tuttavia, per comprendere qualcosa di più sull’amore si potrebbe rovesciare l’ottica e, muovendo dall’eros all’ethos, ricordare che l’uomo conserva, nell’approccio all’altro sesso, molti tratti dell’espressione comportamentale tipica del regno animale, in particolare dell’ordine dei primati, di cui non è che un rappresentante instabilmente incivilito. Consapevoli che ciò che potremmo apprendere, potrebbe sovvertire le illusorie credenze intorno a ciò che comunemente s’intende per Amore.

“Credo che sia opportuno iniziare questa chiacchierata con una sorta di disclaimer, citando Flaiano: “A volte mi vengono pensieri che non condivido” – esordisce Paolo Francalacci, genetista evoluzionista, professore ordinario di Genetica presso la Facoltà di Biologia dell’Università di Cagliari – Questo per dire che sono il primo a pensare che in molti casi l’essere umano è libero, e in grado di agire in modo difforme a quanto la sua natura gli suggerirebbe, e sono sicuro che molti lettori non si riconosceranno nelle mie risposte alle sue domande”.

Paolo Francalacci

Suppongo sia una premessa provocatoria. Ma, nelle questioni amorose, cosa accomuna l’uomo agli altri animali?

Se, in alcuni casi, potrà sembrare che io voglia estremizzare le motivazioni biologiche di alcuni comportamenti, ebbene, confesso che la provocazione è voluta. Sappiamo che il nostro sistema nervoso centrale è fatto a strati, come una cipolla: se il telencefalo è la sede del pensiero cosciente, dove risiedono quelle funzioni, pensieri e sentimenti che riteniamo “alti” e tipicamente umani come l’altruismo, l’amore, la ricerca della bellezza, sappiamo anche che questo si appoggia su una struttura più antica, quella che condividiamo con tutti gli altri mammiferi. E che questa a sua volta affonda le radici nel cervello dei rettili, e via via fino ai comportamenti più semplici e ai riflessi più istintivi, volti ad esaudire quello che, secondo François Jacob, è il “sogno di una cellula: quello di diventare due cellule”. Questi molteplici strati, su cui basiamo la nostra identità di esseri umani senzienti, sono in continua relazione tra loro, ed è interessante considerare che molti di quelli che ci sembrano comportamenti liberi e razionali hanno spesso solide basi nel determinismo biologico.

Quindi l’amore non è solo questione di chimica, ma anche di etologia?

Beh, se siamo qui a parlarne è perché i nostri antenati, non importa quanto remoti, ci hanno tramandato i loro geni, che sono quelli più adatti a riprodursi. Con questo non voglio dire che i nostri comportamenti siano coscientemente correlati alla riproduzione, anzi. Nell’uomo infatti questa relazione è sostanzialmente assente: gli etnologi hanno documentato diverse culture umane, a volte erroneamente definite “primitive”, in cui non è riconosciuto il rapporto di causa-effetto tra l’atto sessuale e la procreazione. E in ogni caso, anche quando questa relazione è ben chiara, spesso sorgono tabù e le prescrizioni religiose per regolamentare un comportamento che altrimenti sarebbe molto più libero.

Nel mammifero uomo, l’attrazione sessuale ha una correlazione con la fertilità sulla base di fondamenti biologici?

La specie umana non presenta manifestazioni esteriori, visive o olfattive, della fertilità riproduttiva femminile, al contrario di quanto avviene negli altri mammiferi, dove le femmine sono ricettive solo durante l’estro e i maschi ne sono interessati solo in questo periodo. Nella specie umana, pertanto, la ricettività sessuale è presente in qualunque periodo del ciclo, non essendo limitata quindi al periodo dell’ovulazione. Seppure in modo meno evidente, questo comportamento si osserva anche fra i nostri parenti più stretti, gli scimpanzé (soprattutto i bonobo), dove però si registra un notevole incremento dell’attività sessuale nel momento di fertilità femminile, visibile da un inturgidimento e una colorazione rosa degli organi sessuali femminili.

Questa dissociazione tra sessualità e fertilità nasce con l’uomo o si è stabilita nel tempo?

Quello che posso dire è che probabilmente è molto antica, e risale al periodo in cui i nostri antenati pre-umani lasciarono il comodo habitat forestale, in cui chiunque poteva procacciarsi da solo le fonti di cibo vegetali presenti in abbondanza, per avventurarsi in savana, dove le proteine animali (derivati da caccia o, più verosimilmente, da resti di cibo avanzati agli altri predatori) erano più ostiche da conquistare, e prevedevano quindi una certa collaborazione di gruppo e spartizione del cibo. In questa nuova situazione si stabilirono rapporti preferenziali per cui un certo maschio preferiva compartire il cibo con una particolare femmina, e viceversa, stabilendo un importante legame familiare, mono o poligamico. E sicuramente questo legame veniva rinforzato da una gratificazione sessuale, la cui funzione riproduttiva appare sempre di più una sorta di “effetto collaterale”. Ma per quanto collaterale, poi la prole nasce, e a questo punto le strategie dei due sessi differiscono significativamente.

A proposito di legame mono o poligamico. L’uomo è più monogamo rispetto ad altre specie?

Anche nelle specie animali strettamente monogamiche, esempi di fedeltà per antonomasia, come le cicogne, la fedeltà è più apparente che reale, come dimostra l’analisi del DNA condotta sulla prole di questi uccelli. L’interesse del maschio, infatti, è quello di diffondere il più possibile i propri geni, fecondando anche altre femmine, mentre quello della femmina è di non vedere sprecate le uova contenenti i propri geni, accettando quindi anche maschi occasionali: l’importante, per la specie nel suo complesso, è che i pulcini vengano accuditi nel modo migliore da entrambi i genitori. Per quello, però, è sufficiente che il maschio sia convinto che essi portino anche i propri geni. Se si considera che il tasso di nascita illegittima (paternal discrepancy) stimato geneticamente in varie popolazioni umane sia del 4% circa, evidentemente questa strategia riproduttiva è particolarmente in voga anche nella specie umana. Del resto, se c’è un comandamento biblico che è stato sempre negletto in tutte le epoche è proprio quello del “non fornicare”!

Da genetista, ritiene che ogni comportamento umano abbia un fondamento biologico?

Certamente. Del resto non deve stupire come anche alcuni comportamenti che riteniamo totalmente liberi, seppure spesso irrazionali, come l’odio, l’amore, la paura, l’attrazione, abbiano in realtà una profonda base biologica, vorrei dire quasi deterministica. Per esempio, se molti di noi provano repulsione per alcuni animali, come ragni, serpenti, roditori, questo è perché sono dei potenziali predatori dei cuccioli di scimmia, e solo quelli che non vi ci sono avvicinati con troppa curiosità sono sopravvissuti ed hanno trasmesso i loro geni (a difenderli da predatori di maggiori dimensioni ci pensava la mamma, e infatti un leone o un’aquila possono farci paura, ma mai ribrezzo).

Questi principi deterministici valgono anche nella scelta del partner?

Le leggi dell’attrazione fisica, e gli stessi canoni della bellezza maschile e femminile, che pure sembrano variare molto nel tempo e nello spazio, hanno la costante comune di essere relativi a quelle proporzioni che massimizzano la capacità riproduttiva. Infatti, per quanto riguarda il sesso femminile, un parametro è considerato attrattivo in tutte le culture umane: un rapporto vita-fianchi intorno a 0,7 (la forma a clessidra, per intenderci), che risulta anche quello che dà minori problemi al parto, un evento certamente più complicato nell’uomo che non negli altri mammiferi, e in definitiva ha un elevato indice di fertilità. Anche l’attrattività di un aspetto giovanile suggerisce una maggiore durata del periodo di capacità riproduttiva. Per il sesso maschile, invece, le proporzioni attraenti riguardano il rapporto tra vita e spalle, collegato a una forma a “V” del torace, come indice di una maggiore forza fisica e quindi una potenziale capacità protettiva più elevata nei confronti della prole.

Spesso però, oltre che alle spalle e ai fianchi, si dà un’occhiata anche al portafoglio…

La facoltà protettiva di cui parlavo viene infatti spesso declinata anche in senso culturale, dove il potere economico e sociale supplisce alla prestanza fisica. Insomma, anche nella nostra specie, come nelle cicogne, il dimorfismo sessuale prevede che la femmina assicuri al maschio la propagazione dei suoi geni, e in cambio il maschio assicura la protezione (fisica o sociale) dei geni della propria compagna. Certo, chiunque può considerare questi degli stereotipi, sostenendo di avere gusti estetici più variegati e sofisticati, ma per averne una controprova basta dare uno sguardo agli annunci matrimoniali di un qualunque giornale: le donne si (auto)definiscono sempre di “bella presenza” e gli uomini (auto)dichiarano sempre di avere una “buona posizione”, mentre l’opposto, se pure avviene, non è mai dichiarato esplicitamente.

E io che ingenuamente pensavo, come cantava Finardi, “l’amore non è nel cuore ma è riconoscersi dall’odore”…

Non sbagliava. I primati, ordine di mammiferi a cui apparteniamo, hanno la caratteristica di avere potenziato il canale visivo a scapito di quello olfattivo, che viene spesso sottovalutato, Ma dato che l’attrazione stimola circuiti cerebrali evolutivamente molto antichi, non deve sorprenderci che questo senso sia probabilmente il più importante, ovvero quello che, a livello inconscio, ci fa capire se l’altra persona sia geneticamente e immunologicamente adatta e quindi un potenziale partner per la futura prole. Non credo che ci possa essere una relazione che superi quella di un incontro occasionale con una persona, per quanto visivamente attraente, di cui non gradiamo l’odore. Non mi sto riferendo all’igiene personale, ma proprio a quell’odore che ha ciascuno di noi e che ci fa riconoscere dal proprio cane, ma che, senza che ce ne rendiamo conto, ci indirizza anche nei rapporti con gli altri, guidandoci verso sensazioni di simpatia o attrazione che, non a caso, vengono dette “a pelle”.

Il problema è che, dati i tempi, il partner lo conosciamo in rete, che ancora non emana odori. Cosa scatta nell’animale umano in questo caso?

La dimensione olfattiva è del tutto assente nelle relazioni che si vanno sempre più diffondendo con il web e lo sviluppo delle varie piattaforme virtuali. Ma queste sono spesso più portate alla soddisfazione del proprio immaginario erotico visuale che non alla reale concretizzazione in un vero rapporto interpersonale. Se ci pensiamo bene anche questa non è una cosa del tutto nuova: in fondo l’amore idealizzato del dolce stil novo, come quello di Dante per Beatrice, era basato su occhiate fugaci in lontananza, ma chissà se avrebbe funzionato se i due giovani avessero potuto annusarsi realmente… certo è che noi moderni non avremmo potuto leggere il “De vita nova”!

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