Come in una celebre bustina di Minerva, Umberto Eco forse ci avrebbe ricordato che la forza di un simbolo non risiede nella sua elasticità, ma nella sua capacità di resistere all’urto del tempo senza perdere la propria forma specifica. Questa resistenza è ciò che definisce un’identità culturale ed è esattamente la funzione che Bella Ciao svolge.
Bella Ciao e la nostra Identità Culturale
Bella Ciao non è un contenitore vuoto da riempire con le buone intenzioni del momento; infatti, più che una canzone essa è un’architettura della memoria che si regge su una pietra angolare ben precisa: la scelta di campo. Tale scelta non deve essere assolutamente fraintesa però nell’ordine di dover prendere parte o meno a una fazione politica o ideologica, si tratta più semplicemente di scegliere di lottare per la libertà, schierarsi contro la libertà o essere indifferenti. A tal proposito Antonio Gramsci diceva, senza mezze misure…

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire parteggiare. Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare“.
Non esiste universalità senza radici, e le radici di questo canto affondano nel sangue di una lotta di liberazione specifica, quella che ha consacrato l’Italia, come Stato, Nazione e Popolo, all’Antifascismo, indipendentemente da chi cambiò sin troppo affrettatamente casacca, per convenienza, e da chi si ostina a non fare i conti con la propria coscienza. Tutto ciò è sancito nella Costituzione di tutti gli italiani, persino di quelli italiani che prestano giuramento sulla Costituzione e sul Tricolore per poi violare il sacro patto con la Patria e con l’Onore.

D’altronde, la storia della cultura è costellata di fari che hanno preferito il martirio alla modifica di una virgola. Basti pensare a Victor Jara, che nelle carceri di Pinochet continuò a cantare la libertà finché non gli spezzarono le mani, o ai poeti come Federico García Lorca, fucilato dal franchismo perché le sue parole non erano “addomesticabili”. In questi casi, la parola non era un mezzo, ma il fine stesso della propria esistenza.
Bella Ciao e il Valore delle Parole
Il nazifascismo non si limitò a uccidere i corpi, ma cercò di cancellare i nomi e censurare il coraggio e il pensiero di chi, come Emilio Lussu o Carlo e Nello Rosselli, non accettava la neo-lingua del regime. Chi muore per una canzone sa che la parola è un giuramento, non un accessorio linguistico perché, come Carlo Levi ci insegna, “le parole sono pietre” con cui si edificano trincee.

Sono le stesse trincee, per fisiche o ideologiche che siano, dell’ieri, dell’oggi e del domani, poiché l’identità culturale, quella nostra di Popolo, deve vivere nella naturale e responsabile tensione della Resistenza, il cui compito consiste anche nel non dimenticare il passato per non rischiare di riviverlo.

In quest’ordine di identità culturale e di resistenza le parole di Beppe Fenoglio…
“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando che lo stesso giorno un altro partigiano sarebbe stato ritto su un’altra collina guardando la stessa città, e che questo era l’importante: che ne restasse sempre uno”.

Oggi assistiamo a una sorta di “semiotica del ribasso“, dove la necessità di piacere a tutti finisce per non parlare a nessuno. Si pensa che universalizzare un termine significhi elevarlo, quando spesso significa solo svuotarlo della sua carica vitale. Ciò costituisce il trionfo dell’indistinto sulla precisione concettuale, mai scesa a compromesso linguistico. È per questa e molte altre ragioni che una canzone, così come una poesia o un libro, può cambiare il mondo, ma solo se dice la verità. E la verità possiede solo nomi precisi.

Modificare il lessico della Resistenza per renderlo “inclusivo” è un paradosso logico: la Resistenza è inclusiva proprio perché ha creato lo spazio in cui oggi tutti possono parlare, ma ha potuto farlo solo perché qualcuno ha accettato la responsabilità di essere, appunto, un Partigiano.

In questo scenario di “cucina fusion” dell’impegno civile in forma musicata, la riflessione diventa amara: si confonde l’inclusione dei diritti con l’erosione dei significati.
Non si può depotenziare il significato di Bella Ciao perché ci si illude di essere più inclusivi. Lo svuotamento di pensiero e di valori di questa epoca passa proprio da ciò: depotenziare e disinnescare la significanza delle parole. Ogni termine rimosso diventa una trincea abbandonata con la scusa della libera forma d’arte, pur certo inviolabile e legittimissima. Eppure, sosteneva Pier Paolo Pasolini, “non è un’opera d’arte quella che non ha il coraggio di essere parziale”.

Esistono esseri umani che non cantano Bella Ciao perché la trovano divisiva e contraria alla loro visione del mondo e trovano giusto ciò che di orrendo è stato fatto dal fascismo. Il termine “divisivo” diventa così il paravento dietro cui nascondere l’incapacità di fare i conti con la propria storia.
Volete vedere la loro visione attuale?
Osservate certi politici, il loro senso dell’onore, il rispetto per la Costituzione e per la parola data. Sì, sono esseri umani, di quelli di cui c’è solo da vergognarsi però. Qui l’etica si scontra con la gestione del potere, rivelando una distanza siderale dai valori repubblicani.
Poi ci sono gli esseri umani, di destra o di sinistra, di quelli che non accetterebbero mai di stare dal lato sbagliato della storia, per nulla al mondo. Sono esseri umani che sentono in loro la responsabilità sociale, nei loro cuori batte il coraggio civile e il dissenso per ogni sopruso. Sono esseri umani che si indignano, che prendono parte attiva contro gli oppressori. In una parola: Partigiani.

Ed essere partigiani oggi significa, prima di tutto, essere custodi del buon senso.
Una canzone, che non è una semplice canzone, non la si può prendere come fosse appunto una ricetta qualsiasi da reinventare a proprio piacimento come se si parlasse di cucina fusion, espressamente fatta per ricevere applausi e ampio consenso. Il pop non può e non deve addomesticare l’ideale.
Questa “fusion” intellettuale ignora che la parola “Partigiano” contiene l’etica del parteggiare, quella stessa che Francesco Guccini ha scolpito in brani come La Locomotiva o Oltre il ponte; per Guccini, la fedeltà alla memoria non è nostalgia, ma un dovere morale: cambiare i connotati a quei versi significherebbe tradire i compagni caduti “con l’anima a spalle” lungo i sentieri dell’Appennino. La memoria è un impegno che non ammette restyling estetici.

“La libertà è una forma di disciplina; non è un’assenza di confini, ma la consapevolezza di dove essi siano”, così amava dire Italo Calvino.
Tutto il rispetto per l’arte, la musica e la cantante, che forse non ha compreso il messaggio storico di Bella Ciao, che sottovaluta il potere della comunicazione e non si rende conto che la musica stessa nasce come strumento di riscatto dei popoli per la libertà e contro ogni forma di tirannide.

I comuni cittadini, facilmente fraintendibili da chi vuol fraintendere perché classificabili come nostalgici, di sinistra o altro, probabilmente non possiedono gli strumenti efficaci per far capire a questa giovane cantante il peso e l’importanza del termine e i valori di cui è foriero, probabilmente perché mancano anche i rudimenti per poter porre una critica a una canzone, per quanto il buon senso dovrebbe bastare, ma se così non fosse c’è rimedio: Bruce Springsteen, cantante più scafato, forse potrebbe spiegare il significato delle sue canzoni contro Donald Trump e la valenza di ogni singolo termine. Nessuna delle parole di Springsteen potrebbe essere cambiata, altrimenti il messaggio ne verrebbe distorto. O no?

Proprio in questi mesi, il “Boss” sta portando sui palchi di tutto il mondo un messaggio che non ammette sfumature: la sua opposizione a ogni deriva autoritaria è incardinata su termini precisi ed inequivocabili.

Quando canta la working class o attacca un certo modo di fare populismo, Springsteen sa che l’accuratezza linguistica è l’ultima trincea della democrazia. Se lui cantasse di un generico “essere umano” anziché del cittadino oppresso, la sua musica diventerebbe un rumore di fondo, un jingle pubblicitario privo di anima. L’universalità di Springsteen nasce dal suo essere profondamente partigiano.
Siamo liberi, chiunque cambi pure quel che vuole ma non venga a raccontare che una rivisitazione di Bella Ciao ne migliori la profondità del messaggio o che il messaggio diventi più inclusivo. Alcune parole non si toccano, perché costituiscono le radici che impediscono al senso delle cose di volare via nel vento del qualunquismo, spesso in rima con arrivismo.
