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Cultura

Le molte vie per una vite di essere autoctona, suppergiù…

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo14 Aprile 2026Updated:14 Aprile 2026Nessun commento7 Mins Read
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vite autoctona
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L’identità di un vitigno non è un reperto statico, ma un processo in divenire. Quando pronunciamo la parola “autoctono” nel contesto ampelografico italiano, evochiamo un legame viscerale tra pianta e territorio, un’immagine di radici che affondano in un tempo immemore. Tuttavia, come suggerisce il titolo di questa riflessione, ci sono molte vie per una vite di essere autoctona, vie tortuose e spesso si contraddicono. Il dibattito contemporaneo si gioca su un crinale sottile: da un lato la storia genealogica, dall’altro la metamorfosi biologica guidata dal Terroir.

Vite autoctona: filogenesi o epigenetica?

Il concetto di autoctonia è oggi al centro di un malinteso semantico che oscilla tra il dato biologico e la narrazione culturale. Se accettassimo la definizione più rigida, cioè quella per cui di una pianta nata esattamente dove oggi prospera, l’Italia, paradossalmente, rischierebbe di svuotare il proprio catalogo varietale e perdere il suo oggettivo primato di biodiversità ampelografica.

Il vitigno d’altronde dovrebbe essere, per sua natura, un viaggiatore apolide che, mettendo radici, assimila il luogo dove elegge dimora stabile.

Il punto di partenza è incentrato anzitutto sul riconoscimento di una dualità: la vite come archivio storico, stando alla filogenesi, e la vite come organismo plastico, come evidenziato dall’epigenetica. In questo scenario, l’intervento umano non è un elemento di disturbo, ma il catalizzatore che trasforma una varietà errante in un simbolo identitario.

Vite Autoctona: atto di nascita, origini o cittadinanza?

Il prof. Attilio Scienza, figura centrale della viticoltura italiana, ha sostenuto con vigore, giusto qualche giorno fa, una tesi che scuote il romanticismo di molti produttori e appassionati del vino: gran parte dei vitigni che oggi chiamiamo orgogliosamente autoctoni sono, in realtà, migranti di epoca antica.

Secondo questa visione filologica e l’applicazione della genetica molecolare rigorosa, la nascita all’origine di una varietà ne determinerebbe l’essenza per sempre. Scienza ricostruisce i percorsi delle navi fenicie, greche e romane, tracciando rotte che collegano il Caucaso, la Grecia e le coste dell’Asia Minore ai porti della Magna Grecia e dell’Etruria.

In quest’ottica, un vitigno costituirebbe una specie di capsula del tempo in termini genetici: se un Aglianico o un Greco avessero il loro DNA ancorato a varietà elleniche, la loro identità sarebbe intrinsecamente legata a quelle stesse varietà. Al netto di tutto ciò andrebbe comunque riconosciuto il lavoro e lo studio di storici della viticoltura, i quali sostengono esistessero forme di addomesticamento locale già prima dell’arrivo dei Greci.

La filologia di Scienza non tende a negare il valore del vitigno nel suo luogo d’adozione, ma ne ridimensiona la pretesa di appeal indigeno, di autoctonia assoluta. Per lo studioso, nativo di Serra Riccò da genitori trentini, l’origine geografica primaria è l’unico dato oggettivo inconfutabile, una verità scritta nel genoma che nessuna permanenza millenaria può cancellare. È una visione verticale, una linea retta che dal passato proietta la sua ombra sul presente, nonostante le pieghe legnose della vite siano custodi di una profondità che non sempre si stima attraverso una misura lineare.

Vite autoctona: biologia molecolare o identità?

Tuttavia, la scienza moderna, attraverso un approccio basato sulla biologia molecolare, sostiene una tesi diversa: l’identità non è solo dove nasci, ma come cambi per sopravvivere. È qui che entra in gioco l’epigenetica: se il DNA è lo spartito, l’epigenetica è l’interpretazione che la pianta ne dà in risposta all’ambiente. Millenni di selezione clonale e adattamento al Terroir hanno reso molti vitigni entità uniche e distinte rispetto ai loro antenati.

Selezione Clonale: L’uomo, nei secoli, ha selezionato i tralci migliori, quelli che producevano meglio in quel microclima specifico. Questo isolamento riproduttivo ha creato derive genetiche e fenotipiche tali da rendere la varietà attuale una “specie” antropologicamente nuova.

Adattamento e Plasticità: Il Terroir agisce come un “interruttore” genico. Lo stress idrico, la composizione minerale del suolo e l’esposizione solare attivano o disattivano specifici percorsi metabolici. Con il tempo, queste risposte si consolidano, creando un’impronta biologica che distingue radicalmente il vitigno “trapiantato” dal suo lontano progenitore.

Una teoria puramente filologica fatica a spiegare perché due vitigni con lo stesso profilo DNA, secondo i marcatori standard, esprimano profili aromatici e resistenze ambientali completamente diversi, nella stessa misura in cui tale differenza è tangibile tra la cultivar viticola a piede franco e la sua omologa su portainnesto. La risposta risiede nel fatto che la vite è un sistema aperto, non un museo, un laboratorio o un archivio chiuso.

Vite autoctona, identità territoriale e antropologica

Il dibattito accademico giunge così a distinguere la filogenesi, come discendenza comune, dall’identità acquisita. Un vitigno diventa autoctono non per diritto di nascita, ma per usucapione biologica e culturale. L’identità antropologica è quella che si forma nel momento in cui una comunità umana riconosce un vitigno come proprio, lo nomina, lo alleva e lo adatta alle proprie esigenze rituali ed economiche.

Il vitigno autoctono è dunque il risultato di un patto tra natura e cultura. È una creatura che ha smesso di essere straniera nel momento in cui ha iniziato a parlare la lingua del luogo, modificando la propria biologia per armonizzarsi con il paesaggio e il modello di allevamento. La variabilità intra-varietale pur certo esiste e la selezione clonale, operata dai contadini nei secoli, millenni se si considerano i tre centri millenari di domesticazione della vite, ha creato una biodiversità interna, fatta da popolazioni di cloni, che esiste solo in Italia.

La scienza riconosce che l’Italia è stata un centro di domesticazione secondaria e, anche partendo da marze importate, l’incrocio spontaneo con viti selvatiche locali ha evidentemente generato varietà totalmente nuove, cioè nuovi genotipi che non sono mai esistite altrove.

Vite autoctona e patrimonio genetico

Se il patrimonio genetico attuale di un vitigno non è più riscontrabile nel luogo d’origine, esso è, di fatto, un prodotto del territorio italiano. Infatti, l’analisi del DNA, tra Simple Sequence Repeats e Single Nucleotide Polymorphism, i due principali tipi di marcatori molecolari, dimostra che molti vitigni ritenuti stranieri non hanno corrispondenze genetiche nei database internazionali dei paesi di presunta origine e, senza un genitore identificato altrove, l’ipotesi dell’origine locale resta la più solida fino a prova contraria. Ergo, scientificamente parlando, un vitigno che muta per sopravvivere in un habitat specifico per millenni, con suolo e microclima differente, diventa un’entità biologica distinta dal suo antenato originario.

Il prof. Scienza riconosce che il piede franco rappresenta l’unione più pura tra pianta e suolo, ma lo considera un modello fragile e non scalabile a causa della fillossera. L’innesto è per lui un’evoluzione tecnologica imprescindibile che, a suo parere, non “uccide” il Terroir, ma lo media. Per quanto la vite sia sopravvissuta proprio grazie alla sua biodiversità e adattabilità in diversi microclimi, prima dell’arrivo delle malattie americane e addirittura senza protesi, attraversando le fluttuazioni climatiche dell’Olocene, inclusi periodi caldi e secchi e fasi più fredde, come la Piccola Era Glaciale, che ha influito sulla viticoltura tra il medioevo e l’800, per Scienza, se il clima cambia drasticamente, occorre rimediare con portainnesti moderni.

Duramente attaccato da alcuni esperti di viticoltura e associazioni legate all’agricoltura biologica per il suo sostegno al miglioramento genetico e alle tecniche di evoluzione assistita, il professor Scienza, come già detto, ritiene fondamentale l’uso dei portainnesti moderni e si è molto prodigato nella creazione della serie M, frutto di introgressione genetica ottenuta tramite incrocio interspecifico e selezione classica,  è stato il principale promotore della sperimentazione e introduzione legale dei vitigni PIWI nei disciplinari italiani, ha coordinato la catalogazione e la caratterizzazione genetica di centinaia di vitigni e creato un metodo di indagine che unisce letteratura classica, archeologia e test del DNA per ricostruire le rotte migratorie della vite, utile per edificare la sua famosa libreria genetica dei vitigni del Mediterraneo.

Adesso, la questione non riguarda tanto cosa sia autoctono, la scienza offre diverse prospettive e ciascuno applica quella che reputa più sensata o più conveniente per sé, purché nessuno venga a dirci un giorno che pure la foresta di portinnesti la si possa definire biodiversità. Se qualcuno ci avrà preso gusto a espiantare ogni cinque anni va bene, ma a tutto c’è un limite.

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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