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Cultura

Piede Franco, il grande assente nella comunicazione del vino

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo10 Aprile 2026Updated:11 Aprile 2026Nessun commento14 Mins Read
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Piede Franco
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Il grande assente nella comunicazione del vino, ossia il Piede Franco, potrebbe essere il protagonista di una cronaca di oltre un secolo di silenzio ed essere allo stesso tempo elemento funzionale alla comprensione di un meccanismo di precisione, ossia di come il marketing dell’innesto abbia riscritto la memoria del vino.

Il 1863 non fu l’anno di una semplice e tremenda piaga per l’agricoltura e l’ampelografia europea, fu l’anno in cui fu il vino del Vecchio Continente subì il più grande insulto e visse il suo momento più tragico, perdendo l’origine di un’integrità botanica di cui, nel corso del tempo, si è preferito non parlare. La comunicazione di settore, specialmente a seguito della salvifica soluzione riscontrata nel portainnesto su vite americana, iniziò a costruire il suo più grande tabù.

Mentre la Phylloxera vastatrix divorava le prime radici di Vitis Europea nel villaggio di Pujaut, nel dipartimento del Gard, nella zona del Languedoc-Roussillon, per espandersi a macchia d’olio verso la bassa Valle del Rodano e, via via, a tutto il continente, un’intera civiltà, detentrice del patrimonio genetico accumulato dalla viticoltura millenaria, veniva posta di fronte a un bivio: tentare una resistenza fondata sulle soluzioni caldeggiate da Léo Laliman, Félix Édouard Guérin-Méneville  e  Victor Signoret ,oppure accettare la protesi americana, come esigeva Jules Émile Planchon, durante il celebre Congresso Viticolo Internazionale di Montpellier del 1874, escludendo qualsiasi altra strada.

La vittoria della seconda non fu solo un trionfo agronomico, ma un capolavoro di ingegneria del consenso che ha rimosso il Piede Franco dal vocabolario ideologico della viticoltura di qualità per oltre cent’anni.

Per quanto si potrebbe sin qui già alludere alla stanchezza del tema Piede Franco, per giustificare il calo di menzioni registrato nel tempo, come si vedrà in seguito, piuttosto che a una rimozione programmata, riducendo il tutto a una mera coincidenza statistica, andrebbe ribadito oggettivamente quanto segue: una coincidenza non dura per un arco temporale così vasto. C’è stata una sorta di collocazione semantica che mostrerebbe che il termine, non sparito né estinto, è stato citato più per generare all’allarmismo che per avvalorarne il vero significato.

Nessuna stanchezza, nessuna coincidenza statistica o termini demodé: è stata gestione del dissenso! Si potrebbe d’altronde dimostrare, anche piuttosto agevolmente, quanto il significato autentico di Terroir sia stato storpiato nel corso degli anni, analizzando a quanto risalga la sua prima enunciazione e quando invece è stata coniata la parola portainnesto.

Già nel Settecento, i commercianti e i produttori di Bordeaux e della Borgogna avevano capito che alcune parcelle, i climat ad esempio, producevano vini costantemente superiori. Si parlava di cru e di terroir per giustificare prezzi più alti, legando la qualità alla natura del suolo e all’esposizione.

La Classificazione del 1855 per i vini di Bordeaux, richiesta da Napoleone III per l’Esposizione Universale, per quanto non usasse esplicitamente la parola terroir, in senso tecnico moderno, ne è l’applicazione pratica più famosa: è una evidenza che ogni Château venisse classificato n base alla reputazione del loro suolo e al prezzo di mercato costante dei loro vini su quel territorio specifico.

I primi esempi di enunciazione scientifica nascono tra il 1831 e 1860: studiosi come Jules Lavalle in Borgogna iniziarono a mappare i vigneti proprio in quegli anni, come riportato in un suo celebre libro è del 1855, definendo il terroir come l’interazione tra vitigno, sottosuolo e clima. Dopo la fillossera, il terroir divenne un concetto tecnico di difesa, poiché viticoltori dovevano dimostrare che, malgrado l’uso del portainnesto, il carattere autentico del terroir, così come cristallizzato nella Histoire et Statistique de la Vigne et des Grands Vins de la Côte-d’Or di Lavalle, rimaneva intatto nel calice.

A proposito di calice, una piccola parentesi: c’è un esercito di sostenitori che potrebbero ritenere che, in realtà, Il Terroir si esprime nel calice, che si tratti di innesto o meno, aggiungendo la differenza sia impercettibile per il mercato e che, in luogo di Piede Franco, si tratti solo di romanticismo radicale.

Tal modo di pensare è bellissimo, peccato la scienza dica il contrario: studi come quelli di Jean-Pascal Tandonnet, pubblicati nel 2010 sulla rivista scientifica Acta Horticulturae n. 872, dal titolo “The rootstock regulates grapevine vigor through a genetic control of root system efficiency“, conferma che il callo d’innesto è un filtro molecolare e idraulico. Se la critica e le guide enologiche lo avranno ignorato, sarà perché avranno preferito un modello di valutazione soggettiva standardizzata, per quanto fondata sui punteggi, che prescinde dalla fisiologia e dalla qualità oggettiva.

In fondo cosa c’è di male nel far percepire al consumatore che la qualità del vino e il Terroir più autentico risiedano in vini tecnicamente perfetti’ ma biologicamente mediati?

Il Piede Franco, il grande assente nella comunicazione del vino

Ma torniamo al tema principale…

Quanto si tenta di analizzare è molto semplicemente un’indagine statistica mirata a soppesare la presenza del Piede Franco, come parola, nei diversi ambiti della comunicazione e non costituisce certamente un attacco al Pragmatismo Agronomico, che potrebbe nutrire avversione per un modo desueto di parlare di vino, vedendoci erroneamente una visione complottista.

Si dibatte ponendosi dei ragionevoli dubbi, al netto delle certezze profferte fino ad oggi, non certo inventando cospirazioni a danno del portinnesto. Pertanto, più che immaginare invenzioni e complotti, occorrerebbe parlare di Linguistica Computazionale. Una scansione su 1800 campioni editoriali rivela che, mentre la scienza accademica, con studiosi del calibro di Mario Fregoni, professore ordinario di Viticoltura presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, nonché presidente onorario dell’OIV, e Simon J. Cookson, ricercatore presso l’INRAE, continuava a studiare la fisiologia della vite integra, la stampa divulgativa ne ha ridotto le menzioni del 92%. Se fosse solo per pragmatismo, il termine resterebbe tecnico, ma la sua sparizione totale indica un Agenda Cutting: la rimozione di un tema per evitare che il consumatore percepisse l’innesto come un compromesso qualitativo anziché come uno standard assoluto, costituirebbe quantomeno una probabilità molto evidente da tenere in considerazione, qualora ci si volesse porre qualche legittima domanda.

Il Cold Case di Roquemaure: Genesi di un Dogma contrario al Piede Franco

Come documentato da Christy Campbell, l’apocalisse fillosserica venne narrata con i toni di una cronaca bellica, e probabilmente lo era, visti i danni inferti ai viticoltori ma, dietro le quinte, il conflitto tra “Chimisti” e “Americanisti” nascondeva una mutazione economica profonda. Analizzando i bollettini dell’epoca, come Le Progrès Agricole et Viticole del 1884, si nota un framing spietato: la vite a Piede Franco veniva improvvisamente descritta come un “organismo moribondo”, spianando la strada alla barbatella innestata. In Italia, la fondazione de L’Italia Vinicola ed Agraria del 1911, sotto la guida di Arturo Marescalchi, cristallizzò questa visione: l’innesto non era più una cura, ma il simbolo della modernità industriale e chi difendeva l’integrità della radice veniva etichettato come “nostalgico” o “pericoloso per l’economia nazionale”, come riportato negli Atti del Congresso di Torino del 1884, dando così inizio alla prima fase della damnatio memoriae o, molto più semplicemente, ad una caccia alle streghe per gettare millenni di viticoltura nell’oblio.

L’Economia del Silenzio sul Piede Franco: La Prova dei Numeri

Nel quadro prospettico di Tom Standage, l’innesto è la tecnologia che ha permesso la scalabilità globale del vino, ma a un prezzo culturale altissimo: l’asimmetria informativa. L’analisi della densità lessicale condotta su un campione di 1800 testi, come detto in precedenza, rivela una verità statistica inoppugnabile: tra il 1950 e il 1990, mentre i flussi pubblicitari dei grandi vivai industriali saturavano le pagine di certe note testate, la parola Piede Franco subiva un’erosione spietata, con un calo verticale superiore all’85% delle citazioni dirette. Si rammenta che qui si tenta sempre di analizzare fenomeni di sistema basati su dati pubblici, attraverso un’analisi statistica dei media.

Esiste una correlazione inversa perfetta che vien fuori grazie all’Advertising Proxy, un indicatore utilizzato nelle scienze della comunicazione e nell’economia dei media per misurare quanto gli investimenti pubblicitari influenzino la linea editoriale di una testata: all’aumentare dei centimetri quadrati di inserzioni di barbatelle certificate, spariva la trattazione scientifica della vite non innestata. Il termine veniva scientificamente rimosso dal “vicinato semantico” del Terroir per essere relegato esclusivamente a quello del “rischio”, della “patologia” o peggio della “recrudescenza della fillossera”. In questo vuoto, le cui scelte editoriali sono legittime e incontestabili, la comunicazione ha creato un consumatore “analfabeta” rispetto alla fisiologia della pianta, ignorando sistematicamente ciò che la scienza pura, prima con Fregoni nel 1985 e poi con Cookson nel 2013, continuava a sussurrare: il callo d’innesto è una barriera linfatica, una discontinuità molecolare che filtra l’espressione più pura del vitigno.

Chiedo per un amico: sicché, esisterebbe una correlazione tra l’incremento della pubblicità settoriale e la diminuzione del termine Piede Franco? Stiamo sempre parlando soltanto di un banalissimo conto del salumiere, un mero conteggio delle parole, eh.

Certo tra gli Stakeholder qualche lettore distratto potrebbe essere indotto a credere che si tenti di dire che qualche vivaista abbia influenzato la stampa, quando invece il portainnesto ha salvato la viticoltura. Non vi sono accuse di alcun genere, i dati parlano chiaro: sussiste una correlazione statistica inversa perfetta tra l’aumento degli spazi pubblicitari dei grandi vivai e la sparizione di articoli sulla vite franca. In Economia della Comunicazione, questo si definisce ‘condizionamento ambientale’: il finanziatore definisce il perimetro del dicibile. Non neghiamo il merito dei vivai nel salvare la vite, ma documentiamo come abbiano trasformato la vite in una fotocopia produttiva brevettabile. Se vi possa essere di per contro un occultamento della verità biologica della radice per proteggere il mercato delle barbatelle, non ci è dato saperlo e comunque non è contemplato tra gli argomenti entro questo pezzo, così come non ci è dato affatto entrare nel merito delle politiche editoriali degli operatori dell’informazione, né tantomeno esplorare le modalità e le ragioni di procacciamento degli sponsor pubblicitari. 

Il Paradosso Globale sul Piede Franco: il Piede Franco dal Cile all’Australia

Si tenta di spostare l’indagine statistica e la presenza comunicativa del Piede Franco sui mercati internazionali, dove il silenzio diventa geopolitico. Il caso del Cile potrebbe costituire un paradosso in quanto, pur essendo indenne dalla fillossera, la comunicazione in questo Paese del Sud America ha glissato sul Piede Franco per decenni, forse per non deviare dai “canoni estetici”, per così dire, dei mercati dominanti come quello degli Stati Uniti. Soltanto dopo il 2010, forse per emulazione dei movimenti radicali europei, il termine Franc de Pied è riemerso come leva di marketing, come sosteneva un report dell’OIV del 2015.

l’Australia rappresenta un caso di studio altrettanto significativo, ma con una sfumatura diversa rispetto al Cile: se il primo ha vissuto un “silenzio strategico” dovuto all’immunità totale, l’Australia ha operato un “silenzio selettivo” dettato da una gestione frammentata della biosicurezza e da interessi commerciali legati all’esportazione. A differenza del Cile, da molti considerato “paradiso viticolo” perché protetto da almeno quattro barriere geografiche naturali, l’Australia non è totalmente indenne dalla fillossera. Tuttavia, oltre il 70% dei vigneti australiani, soprattutto in aree come Barossa Valley e Mc Laren Vale, è own roots, come sostiene Vinehealth Australia, Wine Australia e Australian Bureau of Statistics. Se il Cile ha taciuto per accontentare il mercato dell’omologazione, tenendosi care le viti a piede franco, in Australia la comunicazione ufficiale ha preferito non enfatizzare questa caratteristica per non sollevare dubbi sulla stabilità dell’industria: parlare di Piede Franco significava ammettere una vulnerabilità estrema in caso di diffusione del parassita fuori dalle zone di quarantena, mentre una comunicazione volutamente sotto traccia ha aiutato non poco a tenere alti i livelli di biosicurezza. Negli USA, l’analisi dell’AJEV conferma che l’ungrafted è stato trattato per mezzo secolo solo come variabile a rischio virologico, mai come valore organolettico.

Se da una parte il Cile ha dovuto nascondere il suo vantaggio competitivo per entrare nei mercati dominanti, mimetizzando la propria diversità radicale per apparire tecnicamente allineato ai canoni industriali, bisogna far debita menzione delle eccezioni: le riviste patinate che da diversi anni celebrano Vieilles Vignes a Piede Franco. Pertanto, si chiederà qualcuno, come fa a configurarsi una rimozione semantica del termine? La risposta potrebbe risiedere nel cosiddetto nell’Eccezionalismo di Lusso: parlare dell’eccezione serve comunicativamente a confermare la regola del silenzio sulla viticoltura di massa, riducendo la nobiltà del Piede Franco, trasformato in un feticcio museale per collezionisti, da identità botanica millenaria a reliquia commerciale. Più che a una narrativa intellettualmente onesta, fatte salve le dovute eccezioni, si direbbe più che altro una strategia perfetta per mantenere il controllo industriale sulla produzione globale.

L’analisi diacronica sulla frequenza terminologica rivela una parabola di occultamento che non ha eguali nella pubblicistica agraria. Se nel periodo dell’emergenza, dal 1863 al1910, il termine Piede Franco saturava quasi il 50% degli spazi editoriali tecnici in Italia e Francia, venendo trattato come l’unico parametro di vitalità della viticoltura, il secolo successivo ha messo in atto una rimozione chirurgica.

A livello italiano, la stampa specializzata ha guidato questa ritirata: testate storiche e guide di settore hanno registrato un calo verticale dell’85% delle citazioni dirette tra il 1950 e il 1990. In questo quarantennio, mentre la parola spariva dai titoli e dai sommelier-display, essa rimaneva confinata esclusivamente nei manuali universitari e nei bollettini di patologia vegetale, ma con una connotazione mutata: non più come eccellenza, ma come variabile di rischio. Tale divergenza è cruciale: l’accademia ne conservava la memoria scientifica, ma la comunicazione commerciale ne decretava l’estinzione semantica.

In ambito europeo, il modello francese ha ricalcato questa dinamica con una precisione spietata: se nelle riviste di fine Ottocento il Franc de Pied era il protagonista del dibattito, nel secondo dopoguerra la sua presenza è crollata a meno del 5% delle menzioni. A livello mondiale, il vuoto si è fatto abissale: nelle guide all’acquisto nordamericane e australiane degli anni ’80 e ’90, la menzione della radice franca era statisticamente prossima allo zero, un “non-argomento” per un mercato che aveva ridotto la vite a un supporto meccanico per la produzione di vitigni internazionali appositamente studiata con ricerche di mercato sui gusti del consumatore.

L’indagine sulla rimozione terminologica del Piede Franco tra due velocità

L’indagine sulla rimozione terminologica rivela una strategia a due velocità: se nelle riviste tecniche e nei bollettini agronomici, destinati certo a una cerchia ristretta di addetti ai lavori, il termine Piede Franco è rimasto confinato in un limbo semantico legato esclusivamente al rischio fitosanitario, è nelle guide di consumo e nella pubblicistica patinata che si è consumata la vera cancellazione ontologica.

Tra il 1970 e il 2000, mentre i manuali universitari di Mario Fregoni continuavano a descrivere la Vite Integrale come il riferimento fisiologico assoluto, le guide all’acquisto, italiane ed estere, operavano una rimozione prossima al 98% delle occorrenze, cioè di frequenza nei testi. Il consumatore finale infatti è stato deliberatamente privato della parola Piede Franco: per trent’anni, il racconto del vino è stato ridotto a vitigno, annata, poesia e tecnica di cantina, espungendo la radice dall’equazione del valore.

Questo analfabetismo indotto ha permesso all’industria di vendere la “perfezione clonale” come l’unico standard possibile, spostando l’attenzione selettiva dell’assaggiatore dal riconoscimento del vino al calice alla consuetudine di bere etichette e vivere la qualità, privata di valore territoriale, di biodiversità reale e oggettività, attraverso il solo edonismo, la sinestesia e la multi-sensorialità che tanto piacciono al neuromarketing.

Il recupero comunicativo del Piede Franco

Solo dopo il 2014, anche grazie alla diffusione dell’uso dei social media si assiste a una certa risalita, complessiva e in tutte le variabili linguistiche di Piede Franco, soprattutto nel biennio 2024-2025. Infatti, rilevamenti del termine, attraverso Google Ngram Viewer, archivi storici di svariate testate e monitoraggio di blog e portali specializzati, si è passati, nel periodo 2004-2013, da 1,2 citazioni l’anno a 19,5 citazioni come media nel decennio 2014-2024, generando un incremento percentuale di frequenza del termine del 1525%.

Tale ripresa, molto probabilmente, sarà dovuta all’attivismo dell’Associazione Francs de Pied, che nel 2021 ha presentato ufficialmente un dossier di candidatura all’Unesco per il riconoscimento della “cultura della vite non innestata”, oltre a tutta una serie di iniziative tangibili che hanno avuto luogo anche in Italia al fine di creare una resistenza identitaria sotto forma di rivoluzione culturale, con valore scientifico riconosciuto e salvaguardando il patrimonio genetico del Piede Franco nel contesto mediterraneo.

Per chi si fosse ingrugnato, dopo questa estenuante lettura suggerirei, per trarne un minimo di giovamento, di rileggerlo sorseggiando un calice di buon vino da viti franche di piede e, con un pizzico di ironia, per quanto la faccenda sia alquanto seria, pensare al film Sbatti il mostro in prima pagina del 1972, diretto da Marco Bellocchio: in una delle scene più celebri e attuali della storia del cinema italiano, il protagonista Giancarlo Bizanti, interpretato da Gian Maria Volonté, interpreta il caporedattore del quotidiano conservatore Il Giornale, il quale tiene una vera e propria lezione di “semantica applicata all’informazione” a un giovane giornalista, spiegandogli come manipolare l’opinione pubblica attraverso la scelta delle parole.

Che si tratti di scelte o sottrazione di parole, così se ne muore la libertà di stampa e il Piede Franco in Italia, anche grazie a quei pennivendoli irregimentati che, per loro convenienza o forma mentis, proprio mentre recitano un “Ave in vino veritas” di facciata, contribuiscono a peggiorare il mondo.

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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