In ambito geopolitico e marittimo, un chokepoint definisce letteralmente un punto di strozzatura, ossia un passaggio geografico obbligato, solitamente uno stretto o un canale, che mette in comunicazione due bacini marittimi di grande rilevanza strategica. Insomma, un chokepoint è il punto in cui il traffico globale si concentra: se tale passaggio viene bloccato, l’intero sistema logistico mondiale va in tilt. È la dura lezione di geopolitica del mare, di economia internazionale e di trasporti marittimi che l’Iran, a seguito dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti, sta impartendo alle Nazioni indirettamente coinvolte nella crisi per questioni legate alla globalizzazione e al traffico merci a partire dal 28 febbraio di quest’anno.

Le Cause del Disordine Marittimo
L’affidamento alla globalizzazione lineare e all’economia di scala, ossia al modello economico che ha dominato soprattutto negli ultimi trent’anni, basato sull’idea illusoria che il mondo fosse un unico, immenso “nastro trasportatore” senza attriti, ha generato un vero e proprio disordine marittimo. L’operazione Epic Fury, e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, sta generando conseguenze su vasta scala di cui è difficile prevedere gli sviluppi.
Quanto segue, pertanto, non può che essere una semplice riflessione su vari aspetti che null’altro pretende di essere se non un orientamento a queste tematiche, con la consapevolezza che un’analisi geopolitica ed economica di ciò che potrebbe essere ben definita come una transizione forzata dello shipping nel Mar Mediterraneo meriterebbe di essere fatta e dibattuta da esperti in ben altre sedi, tanto più che le criticità incidono pesantemente sui noli, sulla sovranità alimentare e sul ruolo strategico del Cluster Marittimo Italiano.
Per comprendere la crisi del 2026, è necessario definire la triade disciplinare che governa il mondo moderno: la Geopolitica non è più solo lo studio dei confini, ma l’analisi del potere esercitato sui flussi e sui passaggi obbligati del pianeta.

Quando la geografia fisica, per via di uno stretto di pochi chilometri, incontra una volontà politica di potenza e sopraffazione, l’equilibrio globale si incrina;qui si innesta l’Economia Internazionale, che per decenni ha operato sotto l’illusione di una globalizzazione lineare, come già detto: un sistema dove la produzione e il consumo erano separati da distanze immense, colmate da noli bassissimi e tempi certi, in cui lo Shipping è stato il motore; non un semplice settore industriale, ma l’infrastruttura stessa della globalizzazione.
L’amara lezione, un segreto a cielo aperto in fondo, è che se lo shipping si ferma o devia, l’economia internazionale non subisce solo un rallentamento, ma un collasso. E così il nolo marittimo diventa così, tra picchi di contrazione e variazioni di rotta, il sismografo della tensione geopolitica.

Disordine Marittimo e Teoria del Caos
Esistono delle regole non scritte che i potenti di un tempo, dominati da una maturità politica e da un altissimo senso di responsabilità verso i loro rispettivi popoli, non osavano violare, mentre oggi assistiamo ai capricci di governanti per nulla idonei al loro ruolo.
Chiunque dotato di buonsenso potrebbe darsi conto della situazione riferendosi all’effetto farfalla, formulato da Edward Lorenz negli anni ’70: esso suggerisce che un battito d’ali di farfalla in Brasile possa scatenare un uragano in Texas, evidenziando l’imprevedibilità intrinseca della natura, i cui punti chiave sono la dipendenza dalle condizioni iniziali, entro cui piccolissima differenza dapprincipio porta a risultati finali totalmente diversi, esattamente come accaduto a Donald Trump, e dai sistemi complessi, in applicazione a sistemi dinamici non lineari, rendendo impossibile la previsione a lungo termine.
Insomma una teoria molto calzante che va ben oltre l’enunciazione del meteorologo e che metaforicamente, a causa degli sconsiderati che pretendono di muovere guerra come nulla fosse, ha generato la tempesta perfetta sullo scacchiere geopolitico internazionale. Siamo di fronte alla prova che l’economia guida la politica e la sua sete di dominio, finché non esplode, ma non ci rendiamo ancora conto che questa è anche una guerra commerciale contro l’Europa, con l’obiettivo di mettere in ginocchio le economie di tutti gli Stati Membri.

Dal Disordine Marittimo alla Transizione Forzata
Il decennio precedente ha portato alla convinzione che la sicurezza alimentare ed energetica, in termini di accaparramento, fossero un dato acquisito e assodato, garantito da una logistica infallibile. Abbiamo assistito a una progressiva omologazione dei consumi e a una transizione verso modelli alimentari e industriali dipendenti da catene di approvvigionamento lunghe e fragili. Questo processo ha eroso la sovranità dei singoli Stati, rendendo le Nazioni mediterranee vulnerabili a shock esterni apparentemente lontani.
Oggi, nel 2026, il blocco prima totale e poi parziale dello Stretto di Hormuz ha strappato il velo: la transizione forzata che ne consegue non è una scelta politica, ma una necessità quantomeno logistica. La chiusura di un varco strategico trasforma immediatamente un’economia basata sull’efficienza in una basata sulla sopravvivenza.

Il Mediterraneo, storicamente concepito come un’autostrada liquida tra Oriente e Occidente, si riscopre oggi un bacino chiuso, dove il controllo delle merci o il loro blocco, dal greggio ai fertilizzanti, determina la tenuta sociale o lo sgretolamento di un Paese e, soprattutto per l’Italia, l’assenteismo di una politica dei trasporti via mare efficiente: è evidente quanto la contrazione dei noli, il gigantismo navale e il riassetto delle rotte oceaniche, con la conseguente circumnavigazione dell’Africa, stiano ridisegnando la gerarchia dei porti italiani.
Malgrado il vantaggio di una centralità geografica indiscutibile e il retaggio di Repubblica Marinara, nessun governo è stato capace fino ad oggi di trasformare gli scali nazionali da semplici punti di transito in veri hub di trasformazione e sovranità logistica, men che meno assicurarsi una flotta nazionale solida e dare giusta considerazione ai marittimi.
Lo Stretto di Hormuz e la Crisi del Mar Rosso
Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio geografico di 33 chilometri nel suo punto più stretto, bensì uno dei puti più nevralgici dell’economia globale: storicamente, circa il 20-21% del consumo mondiale di petrolio, con una media di circa 20-21 milioni di barili al giorno, e il 25% del commercio globale di Gas Naturale Liquefatto, transitano da qui.

Nel 2026, la chiusura parziale e il regime di “molestia navale” costante ha trasformato il rischio geopolitico in un fattore endogeno del prezzo: se nel 2023 il petrolio oscillava sui fondamenti di domanda/offerta, oggi incorpora una quota addizionale, generata dal conflitto, stimata tra i 15 e i 25 dollari al barile. La paralisi del Golfo ha costretto i raffinatori europei e italiani, principalmente su Augusta, Sarroch e Milazzo, a cercare greggi alternativi, come il West Texas Intermediate, piuttosto che i greggi dell’Africa Occidentale o del Brent estratto nel Mare del Nord. Questo ha alterato i crude oil spreads, cioè i differenziali di prezzo tra due contratti future sul petrolio, rendendo l’approvvigionamento non solo più caro, ma tecnicamente più complesso per le raffinerie mediterranee.

La Combinazione Hormuz-Mar Rosso
La combinazione tra l’instabilità di Hormuz e la crisi perdurante del Mar Rosso, con il presidio costante del canale di Suez da parte di migliaia di marines statunitensi per contrastare le minacce lungo lo stretto di Bab el-Mandeb da una parte, e gli attacchi dei ribelli Houthi, portando il traffico mercantile sotto una pressione, dall’altra, ha generato una mutazione strutturale delle rotte: infatti, i dati dell’Autorità del Canale di Suez mostrano un calo del tonnellaggio netto superiore al 60% rispetto al 2023, mentre il dirottamento sistematico, via Capo di Buona Speranza, aggiunge tra le 3.000 e le 3.500 miglia nautiche, ossia di circa 10-14 giorni di traversata extra per portacontenitori che navighino mediamente a 18 nodi di velocità.
Tutto ciò ha un impatto macroeconomico che non si traduce in semplice ritardo: se ogni nave impiega il 30% di tempo in più per completare un ciclo round-trip, serve il 30% di navi in più per trasportare lo stesso volume di merci e poiché la flotta mondiale non può crescere del 30% in due anni, l’offerta di trasporto si contrae artificialmente, mantenendo i noli elevati nonostante la domanda globale non sia in boom.

Indicatori di Mercato e Contrazione dei Noli
Gli indici che definiscono il costo della distanza, sono anzitutto lo Shanghai Containerized Freight Index e il World Container Index: essi ci dicono che dopo i picchi speculativi del 2024, di oltre i 6.000 dollari per ogni container da quaranta piedi, mentre nel 2026 i noli sulla rotta Asia-Med si sono stabilizzati sui 3.500-4.500 dollari: un valore triplo rispetto alla media pre-pandemia, che riflette l’aumento dei Bunker Surcharge, ossia dei costi del carburante, e delle assicurazioni.
Si consideri che le assicurazioni marittime, prevalentemente gestite dai Lloyd’s di Londra, hanno ricalibrato i premi per l’ingresso in “aree designate”, con la clausola War Risk Premiums: per una nave che transita vicino a zone di conflitto, il premio può arrivare all’1% del valore dello scafo per ogni singolo transito; in pratica, per una Ultra Large Container Vessel da 200 milioni di dollari, parliamo di 2 milioni di dollari di costo extra per viaggio.
Non solo Greggio: nella Crisi anche le Merci alla Rinfusa
Con il Baltic Dry Index si evince quanto Il mercato delle merci alla rinfusa, come carbone, minerali, ma soprattutto cereali e fertilizzanti, mostri una volatilità estrema. La carenza di fertilizzanti dal Golfo ha spinto infatti l’Italia a importare da mercati atlantici, saturando le navi bulk carriers di taglia Handysize e Supramax, portando a un aumento dei costi di sbarco nei porti dell’Adriatico, come quello di Ravenna e Porto Marghera, del 45% tra il 2025 e il primo trimestre di quest’anno.
Mentre gli armatori occidentali subiscono il mercato, la Cina utilizza COSCO come braccio secolare della geopolitica, praticando il Dumping Strategico: il Dragone Rosso garantisce alle proprie esportazioni noli calmierati e priorità di attracco nei terminal di proprietà in Pireo e Vado Ligure; ciò crea inevitabilmente una distorsione della concorrenza: le industrie italiane che dipendono da componenti asiatici pagano noli di mercato più cari, mentre i concorrenti che utilizzano la filiera logistica cinese godono di una stabilità di costi che sta accelerando la deindustrializzazione di alcuni comparti del Made in Italy.

Dry Cargo e Bulk Carriers: La Crisi delle Materie Prime Critiche
Se i container trasportano prodotti finiti, il segmento Dry Bulk, le merci rinfuse secche, trasporta la sopravvivenza. La crisi di Hormuz ha colpito duramente il flusso delle navi di taglia Handysize e Supramax, essenziali per l’approvvigionamento di cereali e, soprattutto, fertilizzanti dal Golfo e l’impossibilità di transitare in sicurezza ha spinto gli armatori a cercare carichi alternativi in Atlantico, tra Brasile, Stati Uniti e Marocco, una dislocazione di flusso che ha creato un deficit di stiva nel Mediterraneo Orientale e in Adriatico.
Si tratta di una carestia tecnica che debilita proprio i porti di Ravenna e Venezia dovuta non tanto alla carenza di merce, ma all’insostenibilità del nolo per prodotti a basso valore aggiunto ma ad alto peso specifico come i fertilizzanti, con aumento dei costi di sbarco per l’agroindustria italiana fino al 35-40%.
Le grandi compagnie come MSC Crociere, Costa e Royal Caribbean hanno dovuto riscrivere gli itinerari 2024-2026 sia per motivi di Security che Brand Reputation: i posizionamenti invernali a Dubai, Abu Dhabi e nel Mar Rosso sono stati drasticamente ridotti o cancellati, mentre le navi sono state dislocate in aree “Safe Havens” come le Canarie, i Caraibi o il Mediterraneo Occidentale fuori stagione. Questo eccesso di offerta in aree ristrette ha fortemente abbassato lo Yeld, cioè i margini di profitto per passeggero, mentre i costi assicurativi per la navigazione in prossimità del Mediterraneo Orientale sono triplicati, rendendo alcuni scali storici, come Cipro, Israele ed Egitto, temporaneamente off-limits.

A ciò si aggiunga la crisi logistica legata all’avvicendamento tra equipaggi, che storicamente e geograficamente ha sempre visto negli Emirati Arabi Uniti un ruolo centrale: aeroporti come Dubai e Doha sono stati tanto destinazione che transito per il cambio globale degli equipaggi e, con lo spazio aereo e marittimo di Hormuz sotto pressione, la logistica dei voli per i marittimi, spesso provenienti da Filippine, India o Europa, è diventata un incubo burocratico ed economico per gli armatori, che del welfare dei marittimi se ne sono sempre fregati: Il costo dei voli seamen fare è raddoppiato e questo costringe molte società di armamento a effettuare i cambi equipaggio in porti lontani come in Sud Africa o a Gibilterra, aumentando così i costi di agenzia e i tempi di sosta della nave, che nel 2026 valgono migliaia di dollari all’ora. In definitiva, i costi dei voli di avvicendamento via aeroporti alternativi aumenta il costo di gestione operativa della nave (OPEX) del 25-30%.
La sofferenza della Gente di Mare
L’armamento non è fatto solo di lamiere sotto spinta idrostatica, ma di persone. Il disagio degli equipaggi nel 2026 ha raggiunto livelli di guardia allarmati e che attengono allo stress psicofisico, il burnout e il rischio della vita umana in mare: navigare in zone High Risk, sotto la minaccia di droni o sequestri richiede un livello di allerta costante. Il prolungamento delle rotte via Capo di Buona Speranza si traduce in contratti che si allungano forzatamente, portando molti marittimi a superare di gran lunga il periodo di imbarco.

Manco a dirlo, Il premio War Risk copre la nave, ma non ripaga il trauma psicologico: si sta registra una fuga di ufficiali e sottufficiali verso carriere a terra, aggravando la carenza di personale specializzato nel cluster marittimo italiano, già fortemente ridotto a causa della politica scellerata dei governi, dell’inutilità dei sindacati, del doppio registro e dei certificati professionali ingiustamente legati ai corsi di formazione STCW. Il marittimo è il soggetto debole ma essenziale per la catena, ma il diritto del lavoro marittimo e la Convenzione MLC 2006 hanno visto una parziale necessaria evoluzione.
Navigare a rischio della propria Vita
Il Diritto al Rimpatrio e Rifiuto di Navigazione: da quest’anno, un marittimo ha il diritto legale di rifiutare l’ingresso in una zona High Risk senza perdere il posto di lavoro. In base all’estensione degli accordi dell’International Bargaining Forum, fino al 25 maggio 2026, i marittimi hanno infatti il diritto incondizionato di rifiutare la navigazione in aree designate come Warlike Operations Areas (WOA) o High Risk Areas (HRA), anche se sono state segnalate tensioni riguardo alla tempistica del preavviso, solitamente richiesto 7 giorni prima del transito, ma pare i sindacati come ITF e Nautilus International stiano vigilando affinché i marittimi non subiscano pressioni commerciali per accettare il rischio.

L’Indennità di Guerra: Gli accordi collettivi nazionali ed internazionali hanno imposto il raddoppio dello stipendio base per ogni giorno di permanenza in aree calde. Gli accordi collettivi prevedono un bonus pari al 100% dello stipendio base per ogni giorno in cui la nave rimane nell’area designata, con un minimo garantito di 5 giorni di paga extra.
Queste contromisure non risanano di certo una ferita profonda decenni, a causa di politiche avverse alla categoria dei Marittimi d’Italia, e neanche potranno mai ripagare un lavoro decisamente usurante o le condizioni di pressione degli equipaggi, men che meno delle vite umane che ogni giorno, in quelle acque, rischiano di spezzarsi, resta comunque, da parte delle compagnie di navigazione l’obbligo di implementare misure di sicurezza aggiuntive, equivalenti al livello ISPS 3, co l’eventuale imbarco di scorte armate private aggiungono ulteriori costi fissi alla gestione della nave e, si spera, i naviganti non vengono sottoposti a ulteriori pressioni, come l’arma del ricatto del posto di lavoro.
Perché Rotterdam vince su Genova
Nonostante la chiusura di Hormuz e le difficoltà di Suez, l’Italia non sta beneficiando automaticamente della sua posizione geografica. Al contrario, i dati del 2026 mostrano un travaso di volumi verso il Northern Range, costituito dai porti di Rotterdam, Anversa e Amburgo. Quando una Ultra Large Container Vessel circumnaviga l’Africa, il suo primo punto di contatto con l’Europa è Gibilterra; da qui, per l’armatore è spesso più efficiente proseguire verso il Nord Europa, dove i porti sono in grado di scaricare 20.000 TEU in tempi record e inoltrarli via ferrovia nel cuore del continente, piuttosto che entrare nel Mediterraneo ove i porti non sono altrettanto spediti ed hanno carenze infrastrutturali, per non parlare della burocrazia doganale e della frammentazione dei servizi ferroviari italiani.
Il Caso Trieste-HHLA
L’acquisizione della maggioranza della Piattaforma Logistica di Trieste da parte del colosso tedesco Hamburger Hafen und Logistik AG, il principale operatore portuale in Germania, è stata annunciata nel 2020 e formalizzata nel 2021, è la dimostrazione della più totale incapacità di una politica reale dei trasporti che ha ridotto Trieste ad enclave logistica mitteleuropea su suolo italiano; diversamente, acquisendo la PLT, la Germania si è garantita un “porto meridionale” con fondali naturali profondi e regime di Porto Franco, dimostrando lungimiranza e opportunismo. Sebbene l’investimento porti efficienza e capitali, il rischio per l’Italia, repubblica a sovranità limitata, è di perdere il controllo della governance strategica. Le decisioni sui flussi, e quindi sui noli, che alimentano il Centro Europa e l’Italia del Nord vengono ora prese ad Amburgo, detenendo il 50,1% delle quote.
Intanto il porto di Gioia Tauro, gigante del transhipment, ossia del trasbordo da nave grande a nave piccola, è il più colpito dal cambio delle rotte: se le navi madri non passano più da Suez, Gioia Tauro perde la sua funzione di hub centrale e la merce destinata all’Italia viene sempre più spesso smistata su naviglio minore da scali come Algeciras o Tanger Med, che traggono vantaggio dalla loro vicinanza allo Stretto di Gibilterra.
È così che l’Italia sta perdendo potere contrattuale e valore aggiunto, ridotta, nella migliore delle ipotesi a una specie di casello autostradale tuttalpiù, ove la merce pasta e basta, quando avrebbe dovuto evolversi da tempo ad Hub di Trasformazione.

Per invertire questa tendenza l’Italia debba smettere di essere un “casello autostradale” dove la merce passa e basta e diventare un Hub di Trasformazione, potenziato da zone logistiche semplificate che non sono state mai create. Porti come Ravenna e Augusta avrebbero già dovuto integrare l’industria manifatturiera e chimica direttamente in banchina.
Trasformare il petrolio o i fertilizzanti a pochi metri dallo sbarco riduce l’impatto dei noli terrestri e aumenta la resilienza nazionale. Il Terzo Valico di Giovi è una sorta di ultima chiamata per Genova: solo con il completamento di questa linea ferroviaria ad alta capacità, i porti liguri potranno competere con Rotterdam, permettendo ai treni pesanti di superare l’Appennino senza rotture di carico, collegando il Mediterraneo direttamente a Rotterdam in un asse Nord-Sud integrato. Inoltre, senza una digitalizzazione totale che permetta alla merce di uscire dal porto in “fast corridor” verso i retroporti, come Rivalta Scrivia o Padova, l’efficienza marittima verrà sempre annullata dall’inefficienza di terra.
Il confronto con Grecia, Spagna e Marocco, senza contare i porti del Nord Europa, è impietoso: l’Italia è stretta in una morsa a tenaglia. A Ovest la Spagna domina l’ingresso dal mare aperto, a Est la Grecia, che ha stretto accordi con la Cina, controlla la via per l’Europa Orientale. Se i porti italiani non accelerano sul Terzo Valico e sulla semplificazione doganale, rischiano di restare scali regionali chiusi tra giganti logistici che hanno saputo fare sistema meglio e prima di noi.
Il Disordine Marittimo e la Crisi del Mare Libero
In definitiva, il trasporto marittimo, pilastro del commercio mondiale, e lo stesso concetto di Mare Liberum, così come lo enunciò Hugo de Groot, giurista, filosofo e scrittore olandese, considerato il padre del diritto internazionale moderno, è oggi sotto attacco e l’Italia si prepara, attraverso missioni come Eunavfor Aspides, ad esercitare il diritto alla legittima difesa del traffico mercantile, resta il fatto che il blocco di Hormuz si traduce in carenze tangibili, colpendo al cuore l’economia del nostro Paese.

La mancanza di fertilizzanti fosfatici e potassici dal Golfo e di cereali rinfusi ha innescato un effetto domino. Senza questi input, la resa agricola della Pianura Padana è calata, forzando una transizione nutrizionale involontaria: meno prodotti freschi locali, più cibi processati a lunga conservazione importati via Atlantico.
La sovranità alimentare italiana è oggi ostaggio del costo del nolo di una Bulk Carrier; l’industria automotive e dell’elettronica soffre per la carenza di semiconduttori e terre rare che arrivano con ritardi medi di 15 giorni. Il costo del “fuori stock” è diventato insostenibile per molte PMI del Nord-Est, accelerando processi di deindustrializzazione o di near-shoring. Tutto ciò, e il già discusso rincaro del greggio, ha fatto impennare i costi energetici industriali, riducendo la competitività del Made in Italy sui mercati globali.
La centralità geografica dell’Italia è una condizione naturale che ha dimostrato di non essere sufficiente e di non maturare nessun diritto: senza il controllo dei capitali e delle infrastrutture di terra, l’Italia rischia di restare un “molo in affitto”.

Disordine Marittimo, Colonizzazione Logistica e Inadeguatezza del Governo
La colonizzazione logistica e il dominio del Northern Range (Rotterdam) evidenziano una verità amara: chi controlla il ferro e il bitume nell’entroterra controlla il mare. La sovranità logistica non si difende solo con le navi, ma con i corridoi ferroviari e la digitalizzazione doganale. Occorre altresì incentivare l’armamento italiano affinché mantenga il controllo delle rotte critiche, evitando di delegare la nostra sopravvivenza a colossi stranieri che rispondono a interessi geopolitici divergenti dai nostri.
In conclusione, il 2026 ci insegna che il mare non è uno spazio neutro, ma un’arena di scontro per la sopravvivenza nazionale che ci ha colto in un forte stato di arretratezza, oltre che di impreparazione della governance che presiede al Ministero dei Trasporti, governance che, in tutto questo caos, gioca con i modellini del ponte sullo Stretto di Messina. In un Paese che ha ancora non ha fatto pace con il concetto di continuità territoriale e trasporto intermodale, con seri problemi infrastrutturali, fatiscenza di porti e autostrade, la sfida non è più solo commerciale: è una battaglia per la nostra indipendenza energetica, alimentare e culturale che andrebbe iniziata ieri, altrimenti resteremo una banchina vuota.
