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Cultura

Storia e Antropologia Elicicola tra Contursi Terme e Campagna

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo8 Ottobre 2026Nessun commento9 Mins Read
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Contursi Terme
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Nel quadrante meridionale della Campania, dove i contrafforti dei Monti Picentini digradano verso la piana fluviale della Valle del Sele, la persistenza della raccolta e del consumo delle chiocciole terrestri, appartenenti alla famiglia dei molluschi gasteropodi, configura un ecosistema culturale d’eccezione. Particolarmente, i territori contigui di Contursi Terme e Campagna rappresentano un osservatorio privilegiato per analizzare la transizione di un alimento da risorsa di sussistenza e indicatore di marginalità rurale a baluardo della gastronomia identitaria e fulcro dell’elicicoltura d’avanguardia.

La transizione della chiocciola da elemento selvatico a risorsa gestita affonda le radici nella cultura romana

Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, documenta l’esistenza dei cochlearia ideati da Fulvio Lippino nel I secolo a.C., veri e propri recinti da ingrasso situati nella zona di Tarquinia. Nelle aree della Campania Felix, l’abbondanza di acque sorgive e termali, come quelle che caratterizzano il bacino idrografico di Contursi, ha storicamente offerto un microclima ideale e un tasso di umidità costante. Queste condizioni chimico-fisiche del suolo, ricco di calcare essenziale per la sintesi del guscio calcareo, hanno favorito la proliferazione spontanea della specie Helix aspersa, localmente identificata come maruzza o maruzzella, e della pregiata Helix lucorum.

Dal punto di vista antropologico, la raccolta della lumaca si definisce come un’attività che si colloca temporalmente e spazialmente in una soglia precisa: infatti, avviene immediatamente dopo la pioggia o durante le prime ore dell’alba, momenti in cui la terra “restituisce” il mollusco; mentre la ricerca si sviluppa nei margini non coltivati, lungo i muretti a secco, le parracine, nei fossi e nelle aree di transizione tra il bosco e i campi coltivati.

La lumaca come risorsa alimentare di sussistenza

Nelle comunità contadine di Campagna e Contursi, la lumaca ha storicamente costituito, un po’ come si direbbe per i fagioli, il concetto di “carne dei poveri“. Si trattava di una proteina nobile, a costo zero, sottratta alle logiche del mercato feudale o della mezzadria. Il consumo non era meramente nutrizionale ma rituale, fortemente legato a scadenze calendariali come il solstizio d’estate, la notte di San Giovanni, dove il consumo della lumaca assumeva una funzione apotropaica: mangiare le “corna” del mollusco significava simbolicamente distruggere le avversità e i tradimenti.

L’Elicicoltura Moderna a Campagna

Nel XXI secolo, questo patrimonio immateriale ha subito una metamorfosi strutturale. Il passaggio dalla raccolta spontanea, oggi regolamentata e ridotta per ragioni di tutela ambientale, all’allevamento intensivo all’aperto ha trovato nel territorio di Campagna un polo di eccellenza: strutture come l’azienda agricola Bioelix hanno perfezionato la pratica empirica dei cochlearia romani.

Su superfici estese per circa 24.000 metri quadrati, l’allevamento a ciclo biologico completo riproduce l’habitat della macchia mediterranea: le chiocciole vengono alimentate con vegetali selezionati quali cavolo, bietola e girasole, coltivati direttamente nei recinti. Questa evoluzione non soddisfa solo la domanda gastronomica di alta gamma, ma intercetta la filiera bio-farmaceutica tramite l’estrazione cruelty-free della bava di lumaca, trasformando un simbolo di economia della carestia in una risorsa ad alto valore aggiunto tecnologico ed economico.

I segreti della dieta vegetale somministrata nei recinti d’allevamento moderni e le storiche tecniche di estrazione galenica della bava rappresentano due facce della stessa medaglia: la ricerca dell’assoluta purezza biologica e l’ottimizzazione delle straordinarie proprietà di questo mollusco, lasciate praticamente intatte.

Nell’elicicoltura d’avanguardia il sapore e la consistenza delle carni delle chiocciole non sono frutto del caso, ma il risultato di una dieta vegetale rigidamente pianificata che si sviluppa direttamente all’interno dei recinti, come già detto. Il segreto risiede nella semina di colture stagionali selezionate, capaci di garantire sia il nutrimento che il corretto tasso di umidità e ombra. La base alimentare è costituita da vegetali ricchi di fibre e sali minerali che favoriscono lo sviluppo strutturale del mollusco.

A questi si affianca il girasole, le cui foglie larghe offrono un perfetto riparo dai raggi solari più intensi e i cui steli coriacei costringono la chiocciola a un costante esercizio di masticazione, rendendo la sua carne soda ed elastica, mai molle. Per affinare il bouquet aromatico delle carni ed eliminare sul nascere quel sentore eccessivamente terragno che spesso caratterizza il prodotto selvatico, i recinti vengono arricchiti con semine mirate di trifoglio e di erbe aromatiche a basso fusto. Questa alimentazione controllata e a filiera zero garantisce un apporto costante di calcio, elemento chimico indispensabile affinché le chiocciole possano sintetizzare un guscio robusto e privo di fragilità strutturali, facilitando così le successive operazioni culinarie e di lavorazione.

In passato, i preparatori locali sfruttavano le proprietà rigeneranti, lenitive e cicatrizzanti della secrezione mucolitica per lenire le infiammazioni cutanee o le ulcere gastriche. Il metodo tradizionale prevedeva una stimolazione puramente meccanica e manuale: le chiocciole, preventivamente lavate con estrema cura in acqua tiepida per eliminare ogni traccia di terra, venivano mosse delicatamente all’interno di grandi mortai in ceramica o bacinelle di vetro con l’aiuto di bastoncini di legno smussati.

Questa leggera sollecitazione induceva l’animale a secernere la bava come naturale reazione di difesa e idratazione. Una volta raccolta, la secrezione grezza subiva una serie di filtrazioni successive attraverso garze di lino finissimo o carte da filtro galeniche, utili a separare il liquido limpido da eventuali impurità.

Oggi, questo affascinante sapere empirico è stato industrializzato senza perdere la sua eticità: negli stabilimenti moderni l’estrazione avviene all’interno di speciali macchinari che utilizzano una nebulizzazione controllata di ingredienti naturali capaci di stimolare il mollusco in modo del tutto indolore. Al termine del ciclo, le chiocciole vengono risciacquate e reintegrate nei loro recinti all’aperto, mentre il liquido estratto, ricchissimo di allantoina, collagene, acido glicolico ed elastina, viene microfiltrato e stabilizzato in laboratorio per dare vita a sieri cosmetici e preparati farmaceutici ad altissima efficacia.

Il rigido protocollo della pulizia e dello spurgo rappresenta la vera soglia di transizione dall’animale selvatico all’ingrediente culinario, una prassi empirica immutata nei secoli che risponde a precisi bisogni di profilassi e sicurezza alimentare.

Tutto ha inizio con la fase di bonifica, un isolamento forzato che dura dalle due alle tre settimane. Le chiocciole vengono confinate in cassette di legno ben aerate o in retine sospese, dove per i primi giorni vengono alimentate esclusivamente con crusca fine o farina di mais. Questo regime purifica l’apparato digerente del mollusco, eliminando i residui di erbe spontanee potenzialmente tossiche o amare, come alcune varietà di euforbia o di erbe selvatiche di cui si nutrono nei campi della Valle del Sele.

A questo periodo di alimentazione controllata segue un digiuno assoluto di almeno una settimana, essenziale affinché l’animale si asciughi e si predisponga alla successiva lavorazione.

Il risveglio dal letargo indotto comincia con la rimozione manuale dell’opercolo, la sottile membrana calcarea con cui la chiocciola sigilla l’ingresso del guscio durante i periodi di stasi. Utilizzando uno stiletto o la punta di un piccolo coltello, le donne del posto asportano questo scudo per consentire all’acqua di penetrare all’interno. A questo punto si avvia la fase più faticosa e rituale: il lavaggio.

I molluschi vengono immersi in grandi contenitori e cosparsi con generose manciate di sale grosso e aceto di vino bianco. Il massaggio e lo sfregamento energico, ripetuti per almeno tre cicli consecutivi con continui risciacqui in acqua corrente, provocano la flocculazione e l’abbattimento della bava glicoproteica, sanificando la superficie del guscio e liberando il corpo dell’animale dalle impurità. La purificazione si conclude con la lessatura di fissazione, un processo in cui le chiocciole vengono adagiate in una pentola colma d’acqua fredda aromatizzata con sedano, alloro e cipolla. La pentola viene posta su un fuoco lentissimo; lo shock termico graduale spinge il mollusco a sporgersi completamente dal guscio in cerca di ossigeno prima di morire, facilitando così la successiva estrazione della carne durante il pasto.

Una volta pronte, le chiocciole diventano le protagoniste indiscusse della tavola festiva. La preparazione più celebre del territorio è quella delle maruzze al pomodoro e mentuccia, un piatto che incarna la domenica estiva e autunnale tra Campagna e Contursi Terme. Il procedimento esige l’uso di una tiella di terracotta, capace di distribuire il calore in modo dolce e uniforme. Si scalda un’abbondante dose di olio extravergine d’oliva delle Colline Salernitane, facendo dorare gli spicchi d’aglio schiacciati e un peperoncino piccante fresco.

Le chiocciole vengono introdotte intere con tutto il guscio e fatte saltare a fuoco vivo per circa cinque minuti, un passaggio cruciale affinché la porosità della chiocciola assorba gli aromi della base. Si sfuma poi con mezzo bicchiere di vino bianco secco, lasciando evaporare l’alcol prima di versare la passata di pomodoro San Marzano schiacciata a mano. A questo punto si regola di sale e si aggiunge una prima manciata di mentuccia selvatica che cresce spontanea lungo le sponde del Sele. Il sugo deve sobbollire lentamente a fiamma minima per circa un’ora, tempo necessario affinché la carne della chiocciola ceda i suoi umori al pomodoro e diventi tenerissima. Solo a fuoco spento si sparge la mentuccia fresca restante, servendo il piatto caldissimo insieme a spesse fette di pane di grano duro tostato, destinate a raccogliere il sugo lungo e profumato.

Nella variante bianca di Contursi, definita dalle chiocciole trifolate all’origano e vino bianco, l’assenza del pomodoro permette invece di apprezzare la purezza e le sfumature erbacee della carne del gasteropode. La prassi prevede di creare un fondo aromatico in un’ampia padella con olio extravergine e un trito finissimo di aglio fresco. Non appena il profumo si spande in cucina, si uniscono le lumache lessate, avviando una rosolatura vivace che sigilla i succhi del mollusco.

Durante questa fase si prende una generosa manciata di origano secco, tradizionalmente raccolto e seccato all’ombra sui Monti Picentini, e lo si sfrega vigorosamente tra le palme delle mani direttamente sopra la padella, liberando all’istante gli oli essenziali volatili. Si aggiunge una macinata di pepe nero e si bagna il tutto con un bicchiere di vino bianco locale.

La fiamma resta alta finché il vino non si riduce della metà, dopodiché si copre il tegame e si prosegue la cottura a fuoco dolce per circa mezz’ora. Il piatto si completa all’ultimo istante con una pioggia di prezzemolo fresco tritato al momento, offrendo al palato una consistenza soda e un profilo aromatico balsamico e persistente, specchio fedele della macchia mediterranea che circonda questi antichi borghi.

Aziende italiane, come quella cui abbiamo fatto cenno, vendono le chiocciole sia fresche che destinate alle industrie di trasformazione. La Francia, consumando circa 17.000 tonnellate di escargot all’anno a fronte di una produzione interna inferiore al 10%, importa massicciamente da filiere d’eccellenza estere per soddisfare la sua domanda stagionale. Pertanto l’elicicoltura rappresenta oggi molto più di una semplice attività agricola di nicchia. Si è trasformata in un modello esemplare di bioeconomia circolare, capace di unire tradizione gastronomica, innovazione cosmetica e sostenibilità ambientale.

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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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