C’è chi ritiene il tema della viticoltura a piede franco sia deleterio persino per i viticoltori stessi.

C’è chi ritiene che la vite a piede franco sia una sorta di trigger per meccanismi di recrudescenza della fillossera, senza considerare che lo è anzitutto l’incuria dell’uomo, l’abbandono dei vigneti e un uso non razionale di questa forma di allevamento su terreni per niente vocazionali.
Sarebbe un po’ come affermare che i boschi producono sterpaglia, la sterpaglia potrebbe innescare incendi e che, per prevenire gli incendi, sarebbe meglio disboscare. Alquanto risibile e privo di senso, no?
Il piede franco, per certe persone, andrebbe ad aggiungere altre criticità al nostro settore.
Non saprei cosa costoro vogliano definire per “nostro settore” poiché, se si trattasse di Scienze Agrarie e di Viticoltura, personalmente farei parlare gli esperti e cioè enologi, agronomi, genetisti e tutti gli esponenti della comunità scientifica che si sono riuniti, ad esempio, attorno alla conferenza nazionale sulla viticoltura a piede franco che ho avuto il privilegio di tenere con Identità Mediterranea, lo scorso lunedì 8 settembre 2025, grazie al supporto di tutti loro.

Comunicare il vino è un privilegio e al tempo stesso una responsabilità.
Se invece per “nostro settore” queste persone intendessero il giornalismo, il problema non sarebbe incentrato soltanto sulla dilagante ignoranza sul tema del piede franco, ma anche etico: Il ruolo del giornalista, incluso quello del giornalista enogastronomico o vitivinicolo, è quello di garantire alla società un’informazione verificata e imparziale, persino lontana dal suo pensiero e dalle sue predilezioni. Una notizia che racconta di un avvenimento su cui una comunità di esperti che si riunisce andrebbe data, in maniera acritica, ma senza pregiudizi di sorta, e non scartata per preconcetti o preferenze sulla tematica di cui è foriera. Si chiama deontologia professionale e il rischio, ignoranza o meno, è anche quello di farsi strumento di portatori di interesse, per buona o mala fede che vi sia.
Chi lo fa professionalmente, responsabilmente, con onestà intellettuale e passione, non può non riconoscere che mantenere viva la fiamma del Piede Franco non è una opzione o un lusso, ma una necessità e un dovere: esso è il prerequisito per chiunque il Vino lo ama per davvero.
Forse è nel momento in cui abbiamo dato un nome alla autentica vite, esistente in Natura ben prima della comparsa dell’uomo e in contrapposizione alla vite innestata, che ne abbiamo smarrito l’importanza, il culto, la sacralità, abdicando a quella forma di devota riconoscenza che le dovremmo per averci accompagnato lungo il cammino della civilizzazione.

In realtà, prima che il vino, è dove risiedeva la vite che si incontrava civiltà, perché vi era proprio la conoscenza di allevarla. E, di conseguenza, è la diffusione della vite che ha dato impulso alla nascita della Civiltà a cui noi mediterranei apparteniamo tutti.
Talvolta è dare un nome alle cose che ne fa perdere il significato più profondo, specie se quel nome non serve a descrivere, bensì a dare significato a ciò che non esisteva in natura.
Ciò che non è persino alla portata di chi ritiene di sostenere il Piede Franco è nell’assunzione del nome in cui abbiamo ridimensionato la Vite, anche perché tutto in Natura è a Piede Franco.
È Vite Ancestrale
È Vite Naturale
È Vite Autentica
È Vite Integrale, giacché non è monca: non è recisa nelle sue parti vitali e non ha protesi.
È l’Albero dell’Uva, del Vino e della Civiltà.
Chi non ha ancora compreso ciò non ama il Vino per davvero, non nel profondo: non si può amare un figlio e mancare di rispetto alla Madre, consegnandola all’oblio e alla damnatio memoriae.
Dalla viticoltura a piede franco dipenderà la rivalutazione dei borghi, il recupero delle comunità rurali e il ritrovamento della cultura più intima dei popoli mediterranei.
