Nel suo sbandierato tentativo di difendere la “cultura occidentale” da contaminazioni esterne, il generale Vannacci evoca spesso una millenaria identità nostrana fatta di confini, radici fisse e presunta “normalità“. Eppure, la civiltà di cui si proclama paladino è nata proprio dal principio opposto: il dovere assoluto del viaggio e dell’accoglienza. Se aprisse il testo fondante della nostra letteratura, vi troverebbe parole che smentiscono radicalmente tutta la sua propaganda.
Ascolterebbe, ad esempio, questa voce:
«Sono uno straniero colpito dalla sorte. Ho perduto la nave e i miei compagni, ho conosciuto la fame e il freddo. Ma non sono un uomo cattivo: non sono qui per fare del male a nessuno. Ti chiedo soltanto pietà e aiuto».

L’Odissea e il Retaggio Mediterraneo
Queste parole, rese celebri in Italia dalla straordinaria riduzione televisiva dell’Odissea firmata da Franco Rossi nel ‘68, non sono un cedimento al buonismo contemporaneo. Al contrario, sono il codice genetico dell’Occidente. Nell’antica Grecia l’ospitalità, la xenía, non era una concessione morale o un atto di generosità opzionale: era il dovere sacro per eccellenza verso lo straniero. Un dovere strutturato su pilastri antropologici, politici e sociali rigidissimi, che il mondo moderno sembra aver smarrito. Tutto costituisce una supplica che ben riassume l’archetipo di ogni migrazione e di ogni fragilità umana, ma anche il nostro retaggio mediterraneo.
I greci consideravano la xenía un imperativo categorico per quattro ragioni fondamentali. Innanzitutto, perché il mondo greco era un mondo di viaggiatori, mercanti, marinai e pellegrini, e lo straniero era considerato una figura protetta dagli dèi, in particolare da Zeus Xenios, il garante dei viandanti. In secondo luogo, vi era una lucidissima consapevolezza esistenziale: nessuno era al sicuro dal diventare straniero. Il viaggio era pieno di pericoli di ogni sorta: naufragi, guerre, carestie, esili. Anche un re, l’uomo più potente della Terra, poteva ritrovarsi improvvisamente nudo e senza nulla, esattamente come accade a Ulisse sulle spiagge dei Feaci.

La terza ragione era di natura squisitamente geopolitica. La xenía creava una fitta rete di fiducia tra popoli diversi in un mondo greco strutturalmente frammentato in centinaia di città-stato spesso in lotta tra loro. Permetteva di costruire legami che andavano ben oltre i confini geografici e identitari: chi veniva accolto oggi, poteva diventare un alleato strategico, un amico o un protettore domani. Infine, l’accoglienza definiva la civiltà stessa di una persona.
Nell’Odissea, la grandezza letteraria e morale di Omero si manifesta proprio nel modo in cui giudica gli uomini: non dalla loro forza militare o dalla purezza del loro sangue, ma esattamente dal modo in cui trattano lo straniero. I Ciclopi sono mostri antropofagi proprio perché violano la xenía, mentre i Feaci sono l’apice della civiltà perché offrono navi, vesti e onori a un naufrago sconosciuto.

Vannacci, carta conosciuta…
Per quanto poco importino le meschinità dell’essere umano e le sue contraddizioni, per dovere di cronaca è bene ricordare chi è Roberto Vannacci, tanto più che non occorre consultare qualche essere mitologico per saperlo.
C’è un’attitudine tipica, nei teorici della purezza identitaria, che consiste nel predicare la rigidità culturale per gli altri e praticare l’integrazione per sé stessi. Vannacci, balzato agli onori delle cronache per i suoi anatemi contro il “meticciato” e la perdita dei tratti somatici nazionali, incarna un evidente cortocircuito tra la sua retorica politica e la sua reale storia biografica e professionale.
Partiamo dal mito militare. Nell’immaginario collettivo, la parola “generale” evoca la prima linea, la resistenza strategica, il comando sul campo di fronte al pericolo imminente. Ma la carriera militare moderna si gioca in larga parte dietro le scrivanie, tra uffici di rappresentanza e stanze dei bottoni. Vannacci non ha mai visto una trincea, né ha mai combattuto quella guerra di trinceramento e fango che ha forgiato il mito dell’Esercito Italiano. Il suo percorso si è interrotto bruscamente non per una gloriosa ferita in battaglia, ma a causa del rigido e severo codice della burocrazia militare, che lo ha richiamato all’ordine più e più volte.
Il primo elemento di contrasto riguarda lo scontro diretto con lo Stato, di cui si proclama servitore. A seguito della pubblicazione del libro Il mondo al contrario, i vertici delle Forze Armate e il Ministero della Difesa hanno riscontrato nel suo comportamento una lesione del principio di neutralità e di terzietà dell’istituzione militare.
Questo ha portato a un provvedimento formale: una sospensione disciplinare dall’impiego per 11 mesi con il dimezzamento dello stipendio. L’allora eurodeputato ha impugnato la sanzione, ma il TAR del Lazio ha respinto il ricorso, confermando la piena legittimità della punizione inflitta per carenza del senso di responsabilità. Più che un condottiero indomito, il profilo che emerge dai faldoni del Ministero è quello di un funzionario indisciplinato, sanzionato dai suoi stessi superiori per aver violato il giuramento di fedeltà alla Repubblica.

Ma la contraddizione più profonda si consuma sul piano ideologico e familiare. Mentre nei suoi comizi l’esponente politico agita lo spettro della contaminazione per preservare i tratti culturali e somatici del Paese, la sua vita privata e la sua stessa genealogia raccontano una normale e riuscita storia di integrazione europea.
Risalendo il suo stesso albero genealogico, si scopre infatti che la nonna materna di Vannacci era un’istriana nata a Pola con origini ungheresi. A questo innesto mitteleuropeo si aggiunge il suo nucleo familiare attuale: sua moglie, Camelia Mihailescu, è di nazionalità rumena, originaria di Bucarest. Le loro due figlie portano quindi nel sangue l’unione, la sintesi e la stratificazione di culture, lingue e provenienze geografiche differenti all’interno dello spazio europeo. La sua biografia dimostra che l’identità non è un blocco di marmo isolato, ma un percorso che si arricchisce attraverso l’incontro tra popoli.
Insomma, se Vannacci leggesse l’Odissea eviterebbe di predicare male e razzolare peggio.
La cultura e il senso di umanità non temono il “diverso”…
Resta, però, una suggestione. Noi non possiamo sapere cosa accadrebbe a Vannacci se ascoltasse il canto delle sirene così come lo immagineremmo descritto da un attore come Matt Damon in un ipotetico, cerebrale adattamento cinematografico di Christopher Nolan. In quella dimensione, la tentazione delle Sirene non sarebbe una melodia celestiale, ma l’illusione spietata di poter fermare il tempo, costringendo chi ascolta a sentire il proprio senso di colpa più profondo e la verità brutale che nasconde a sé stesso: la paura del cambiamento.
Davanti a quel canto ipnotico, persino il generale scoprirebbe che la vera debolezza non è l’apertura all’ignoto del mare aperto, ma l’illusione di poter blindare il proprio destino politico dietro le mura di un’ideologia che la sua stessa vita ha già provveduto a smentire.
