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Sapori

Verde fatata follia, tra simbolisti e il decadentismo

Gaetano CataldoBy Gaetano Cataldo1 Marzo 2011Updated:26 Giugno 2018Nessun commento5 Mins Read
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Absinthium cartolina
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Prendete un calice, versatevi del senso di disfacimento e di contrasto sociale, un po’ di smarrimento della coscienza unito alla crisi dei valori di fine ‘800 e aggiungete un sano disgusto per quella stessa borghesia, conformista e perbenista, che prima aveva combattuto per il trionfo degli ideali nel 1789 e che, dopo essere divenuta depositaria dell’economia per i propri interessi, aveva voltato le spalle alle masse popolari. Mescolate il tutto col disprezzo per l’imperialismo, che spacciava la sete di espansione per civilizzazione, e con un pizzico di sfiducia per positivismo e scienza; otterrete un’epoca di dilagante cinismo, di vittimismo, malinconia e autodistruzione… proprio quello che ci vuole per ingenerare quella caratteristica ventata di follia fantasmagorica tanto cara a quel simpatico gruppetto di libertine, intellettuali e stravaganti canaglie: i poeti maledetti.

Per meglio descrivere il simbolismo e il decadentismo in Francia occorre però citare un altro ingrediente almeno, una formidabile sorsata di veleno, si, veleno tanto era amaro, o di alcolico tocco intuitivo, se volete, una sorta di elisir dell’ispirazione insomma: l’assenzio. Alla “fata verde” infatti (così veniva e viene soprannominato) vennero attribuite le caratteristiche psicotrope delle droghe attuali tanto da indurne i consumatori a credere che si potesse assurgere alla conoscenza e all’ispirazione attraverso il mondo onirico, la “trance” e le allucinazioni con qualche bevuta.

Piace crederlo, ma non è così: ce ne volevano massicce dosi, magari condite con qualche goccia di laudano. L’assenzio e’ prodotto dalla macerazione dei fiori e delle foglie di artemisia abisinthium, pianta erbacea della famiglia delle asteracee diffusa in tutt’Europa, semi di anice verde e di finocchio che, una volta distillato, viene trattato con delle erbe in infusione ( melissa, issopo, artemisia pontica, menta, genepì, coriandolo, veronica, badiana, ecc.) a seconda della ricetta, per conferire ulteriori aromi (una fresca sensazione di anice in primis) e il colore caratteristico, variabile dal giallo chiaro a tutte le tonalità del verde; senza ombra di dubbio l’uso sconsiderato di assenzio comportava effetti collaterali già documentati dalla prima metà del XIX secolo, quali convulsioni, ipotensione da vasodilatazione, diminuzione del ritmo cardiaco e difficoltà respiratorie.

Ne nacque una sindrome, l’absintismo, caratterizzata da iniziale benessere, successive allucinazioni e profondi stati depressivi. Si puntò il dito contro il tujone, uno dei terpeni contenuti nell’assenzio, senza considerare gli effetti tossici dovuti all’esagerata assunzione di alcol (infatti i migliori assenzio hanno una gradazione alcolica compresa tra il 45% e il 75% per permettere la stabilizzazione della clorofilla) e dalla presenza, talvolta, di sostanze adulteranti e nocive quali “Acorus calamus”, “Tanacetum vulgare”, zinco o cloruro di antimonio.

Il mito del tujone, simile all’anetolo e fenitolo per tossicità, è da sfatare poiché contenuto in piante di uso quotidiano quali prezzemolo, salvia, alloro, rosmarino, ecc., per non parlare del fatto che è addirittura tra gli eccipienti di unguenti medicamentosi balsamici; inoltre bisogna considerare che la campagna fomentata contro l’assenzio, proibito nel 1915, fu condotta per tutelare gli interessi dei commercianti di vino e di altri superalcolici, certo più costosi della bevanda verde.

Grazie agli studi del chimico e biologo americano Ted Breaux sappiamo che persino ai tempi del decadentismo gli assenzi prodotti raramente contenevano più di 20-30 mg/kg di tujone (allora la media si aggirava intorno ai 10 mg/kg mentre le attuali normative CEE prevedono e ammettono la vendita di “absinthe” fino a un limite legale di 35 mg/kg di tujone, che dovrebbe essere elevato a 50 gr/kg per causare seri rischi per la salute). Nel tempo se ne sono diffuse di opinioni errate sull’assenzio, non di meno sulla maniera di berlo! Il rituale classico vuole si beva in un bicchiere a bolla sul cui bordo si appoggia il classico cucchiaio forato con una zolletta di zucchero disciolta direttamente con acqua ghiacciata, mentre la versione della zolletta “flambeau” è stata, a torto, diffusa da film e da associazioni di idee errate con l’eroina. L’uso di allungare l’assenzio con l’acqua fu introdotto dalla milizia francese in rientro dall’Algeria; l’assenzio è un disinfettante ed ha proprietà toniche per l’organismo, è colagogo, emmenagogo e febbrifugo.

Nelle opere di Baudelaire, precursore del simbolismo, e nelle poesie di Verlaine, Rimbaud, Villiers de L’Isle-Adam, Corbière e Mallarmè, rivivono le pagine di un’esistenza segnata dall’assenzio, dalla miseria, dagli scandali e dall’eccesso, ma pur sempre un’esistenza riscattata dalla poesia, fatta per suscitare impressioni intense ed emozioni fino ad allora sconosciute. Grazie al simbolismo decadentista e a quei folli pindarici slanci tesi a voler superare i limiti imposti dalla coscienza attraverso un “lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi”, come direbbe il “poeta veggente”, vennero sperimentate, con folgorazioni ed intuizioni, figure retoriche come l’analogia, la metafora e la sinestesia… la metrica tradizionale dovette cedere il passo al verso libero e all’alchimia del verbo.

Ma il prezzo da pagare, per una vita votata ad atteggiamenti eccentrici, ai “paradisi artificiali” e a morbosi compiacimenti, fu quell’irrazionalità che ha nulla di romantico e che altro non è che la frustrazione per l’incapacità di impegnarsi nella società e superare l’emarginazione e la non comunicazione; un’irrazionalità che costringe lo scrittore-poeta del decadentismo a piegarsi in se stesso anziché farsi portavoce della crisi popolare, ricercando nell’individualismo e nell’oblio l’alibi dell’ignoto piuttosto che ricercare gli stimoli a trovare il coraggio di vivere e lottare per migliorare il proprio presente. Poco poetico ma follemente attuale!

 

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Gaetano Cataldo
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Un destino in viaggio. E il viaggio comprende tutta la persona. Salernitano del ’74. Dagli studi alberghieri e nautici impara le materie da praticare, con l’esperienza e la cultura acquisita nel tempo il gusto per la giusta misura delle cose. Amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei mestieri che svolge regolarmente l’ha condotto in molti luoghi e al confronto con altre culture, l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzarne differenze e sfumature. Navigante e sommelier professionista, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare senza tralasciare la terraferma ed i legami malgrado i frequenti cambi di stagione trasversali. Lo si vede di tanto in tanto propinar cibi su qualche yacht di lusso e imporre abbinamenti suoi ai malcapitati oppure in coperta tra la ciurma di cargo, velieri e navi da crociera; ha conseguito un master in food & beverage management e svolge consulenze per ristoranti e cantine; ha ottenuto anche la patente di maestro assaggiatore di salumi ed il diploma di sommelier certificato del sake; è numismatico, pratica il jeet kune do e continua ad indagare da eterno studente attraverso la Cultura del Mare Nostrum, quasi fosse l'alter ego di Corto Maltese ma con un forte attaccamento alla sua terra, così da essere insieme local e global. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, associazione grazie alla quale ha realizzato Mosaico per Procida, primo vino a celebrare una capitale della cultura, e con la quale promuove la cultura del Mare Nostrum e del Piede Franco. Inoltre, è stato il primo sommelier ad essere ricevuto da un Papa ad un'udienza generale ed è stato nominato Miglior Sommelier dell'Anno alla 31^ edizione del Merano Wine Festival.

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