Non credo sia stata una coincidenza. Le coincidenze non esistono. Quella per cui la Biennale di Venezia 2026 ha visto, per la prima volta, il Regno del Marocco partecipare con un proprio padiglione nazionale, situato alle Artiglierie dell’Arsenale, potrebbe essere letta come il segnale di una svolta epocale.
A rappresentare questa nuova presenza è Amina Agueznay, artista che unisce nelle sue opere il design contemporaneo alle pratiche artigianali e agli antichi saperi marocchini. L’opera, intitolata Asǝṭṭa, richiama il concetto di “soglia”: uno spazio di passaggio tra mondi, tra memoria e contemporaneità, tra il gesto artigianale e il linguaggio dell’arte contemporanea. Una soglia che diventa quasi istituzionale tra gli antichi saperi, la tradizione e i linguaggi moderni.
Sappiamo tutti che l’arte spesso anticipa i tempi e, in qualche modo, sembra predire il futuro. E pochi mesi dopo, il 29 settembre, arriva un altro passaggio storico: il Re Mohammed VI affida a Fatima Ezzahra El Mansouri l’incarico di formare il nuovo governo, dopo le elezioni legislative del 23 settembre, nelle quali il suo Partito Autenticità e Modernità, il PAM, è risultato il più votato.
È la prima volta nella storia del Marocco che una donna viene chiamata a guidare il governo. El Mansouri non arriva però alla politica da una posizione improvvisata. È stata sindaca di Marrakech e ministro dell’Urbanistica: una storia politica importante alle spalle, che oggi la porta al centro di una trasformazione destinata ad accompagnare il Marocco verso la modernità e ad affrontare le grandi questioni socioeconomiche, comprese le tante transizioni che tutto il mondo si sta preparando ad attraversare.
Ecco allora come questi due avvenimenti, pur appartenendo a due mondi diversi, possano essere letti come parte di uno stesso passaggio: un momento storico di profonda trasformazione per il Marocco, nel quale la leadership femminile emerge tanto nella cultura quanto nella politica. Da una parte, una donna porta l’arte marocchina nel cuore della Biennale di Venezia. Dall’altra, pochi mesi dopo, un’altra donna entra nella storia politica del Paese come prima donna chiamata a guidare il governo.
Non è una prova di casualità. È una coincidenza simbolica. Ma è una coincidenza difficile da ignorare. Questo potrebbe essere l’inizio di una nuova narrazione geopolitica e culturale.Tutto questo porta con sé un messaggio al mondo: il Marocco non potrà fare a meno del talento, della visione e della leadership femminile.
E c’è un elemento ancora più significativo: entrambe queste aperture avvengono sotto una decisione maschile. È il Re Mohammed VI ad affidare a una donna la formazione del nuovo governo; ed è all’interno di una scelta istituzionale del Regno che il Marocco entra, per la prima volta, con un proprio padiglione nazionale alla Biennale di Venezia. Una decisione presa da un uomo che contribuisce, in qualche modo, a scardinare vecchi equilibri e a disegnare una nuova traccia nel mondo arabo-mediterraneo.
L’arte rompe i confini e, a volte, sembra anticipare ciò che la politica renderà visibile soltanto mesi dopo. A Venezia la parola chiave è “soglia”. Il 29 settembre, in Marocco, quella soglia sembra assumere una forma politica concreta. Tutto questo traccia una linea di congiuntura tra Italia e Marocco.
Venezia torna a essere il fulcro, come città del Nord proiettata verso l’incontro con il Mediterraneo. Portare un’artista marocchina a Venezia significa anche ufficializzare l’uscita dell’arte marocchina da una visione naïf e folkloristica, nella quale per molti anni è stata erroneamente confinata. È una battaglia culturale che sento particolarmente vicina, perché già nel 2009, nel mio testo sull’arte contemporanea del Maghreb promosso dalla Fondazione Roma, sostenevo la necessità di superare quella lettura riduttiva e di riconoscere all’arte maghrebina una piena contemporaneità. La tradizione si modernizza, supera i confini, abbatte i muri e gli stereotipi e porta il soft power al di là della sua semplice funzione attrattiva.
Siamo di fronte a un processo di autodeterminazione fatto da due donne, su due palcoscenici diversi, ma unite dallo stesso vento nel cuore. Il soffitto di cristallo si è rotto. E le direzioni politiche e culturali si insinuano sempre più profondamente nelle dinamiche geopolitiche internazionali. Forse è proprio questo il messaggio più importante che arriva dal Marocco: la modernità non significa cancellare la tradizione, ma trasformarla; non significa rinunciare alla propria identità, ma portarla oltre i propri confini.
E Venezia, ancora una volta, sembra essere il luogo nel quale il Mediterraneo torna a parlarsi. Il Marocco è entrato alla Biennale con la sua arte. E pochi mesi dopo, con una donna alla guida del governo, sembra aver aperto una nuova soglia anche nella sua storia politica.
