Dalla commozione davanti ai Giganti al “vento della libertà” condiviso con i detenuti: dodici anni dopo, il racconto di una scoperta sul sottosuolo che ha cambiato per sempre la storia e chi l’ha vissuta.
Intervista a Gaetano Ranieri nel dodicesimo anniversario della scoperta
a cura di Veronica Matta
Professore Ranieri, torniamo al 23 settembre 2014. Lei aveva già “guardato” sotto quella terra attraverso le prospezioni geofisiche. Quando il pugilatore venne alla luce, che cosa provò nel vedere materializzarsi davanti ai suoi occhi ciò che fino a quel momento era stato soltanto un’anomalia nel sottosuolo?
Provai una grande emozione. Piansi addirittura per quattro motivi . Primo perché non avevo mai visto una tale bellezza, secondo perché avevo predetto tutto, anche che si trattasse di una statua diversa, dando valore alla nostra prospezione geofisica, terzo perché il sito di Mont’e Prama ritornava a vivere dopo 35 anni, quarto che il sito doveva essere decisamente molto più esteso di quel tortuoso filare di tombe e pezzi di statue di pietra disseminati qua e là.
Prima dello scavo, che cosa vi avevano realmente rivelato le vostre indagini? Quali elementi vi avevano fatto capire che quel terreno meritava di essere esplorato con particolare attenzione?
Lo scavo del 23 settembre 2014 fu molto tormentato. Avevamo già individuato con il georadar due grandi betili in un’area dove gli archeologi, dopo tanti saggi di scavo in ogni direzione, avevano detto che non ci fosse più nulla da cercare e la necropoli doveva ritenersi chiusa e riproducendo le anomalie addirittura segnalandole sul terreno con sassi e indicando posizione e profondità dei corpi “anomali”, puntualmente verificate con la precisione di qualche centimetro, dagli scavi effettuati in tempo quasi reale.
Fu un boom epocale con l’assedio di televisioni , giornalisti, politici, turisti, curiosi, archeologi, storici…. Rischiammo di chiuderla lì. Ma continuammo e il 6 di agosto avevamo esteso le ricerche a tutta la vecchia area e anche nei due quadrati 10x 10 m a noi affidati e a una porzione laterale dove il georadar non era potuto passare per le troppe pietre che ingombravano l’area.
Liberammo , aiutati dai detenuti , un’area di appena 2,5m x 15 m, dai massi per poter passare con un georadar a 2 canali. Tenemmo tutto segreto perché impegnati a fare la guardiania armata e tenere a bada i curiosi. Elaborammo i dati e ne discutemmo con tutti gli archeologi su quella anomalia gigantesca, di oltre 4 metri , il 26 agosto.
Nacque il toto anomalia. C’era chi diceva si trattasse di un animale mitologico, o altri che mi imploravano di indicarmi dove fosse l’anomalia per le loro tesi, o per la scuola di specializzazione, o di dottorato. Io sostenevo che si trattasse di due statue parzialmente sovrapposte.
Una aveva anche la testa attaccata al corpo. Ma non si vedeva lo scudo non era un pugilatore. Misi in palio 100 euro a che per primo avesse trovato la testa di una statua gigante . Partii per presentare a un congresso mondiale di archeologi a Istanbul e di Geofisica ad Atene. Tornai il 22 settembre. Vinse un detenuto . Lo battezzammo con il suo nome.
Le vostre prospezioni restituivano un quadro che andava oltre il punto in cui sarebbero emerse le statue. Che cosa indicavano allora sulla possibile estensione dell’area archeologica e quali di quelle anomalie, a distanza di dodici anni, ritiene ancora meritevoli di verifica?
Capimmo subito che si trattava di una scoperta eccezionale e che non era logico che non ci fosse altro e che avremmo dovuto continuare il progetto e ci demmo quindi da fare per trovare altri finanziamenti.
A Mont’e Prama la geofisica ha permesso di orientare la ricerca archeologica senza intervenire immediatamente sul terreno. Quanto è stato importante, in quella stagione, il confronto tra geofisici e archeologi e quanto questo approccio ha modificato il modo di affrontare un sito archeologico?
Le relazioni tra archeologi, quasi tutti di sesso femminile, i geofisici tutti di sesso maschile, i detenuti, e l’unica disoccupata che aveva risposto al nostro bando , furono eccezionali: rispetto delle professionalità, armonia (mai un dissapore), allegria, partecipazione comune.
A distanza di dodici anni, ritiene che il contributo della geofisica a Mont’e Prama sia stato pienamente valorizzato? C’è qualche risultato delle vostre indagini che, secondo lei, non è stato ancora sufficientemente approfondito?
Per niente . Si mise in mezzo la politica che eliminò subito l’Università e fu un patatrac
Se oggi potesse tornare sul terreno con gli strumenti e le tecnologie disponibili nel 2026, che cosa cercherebbe di verificare per prima cosa? E quali nuove tecniche potrebbero permettere di leggere il sottosuolo con una precisione che nel 2014 non era possibile?
Ma noi abbiamo continuato fino ad oggi e abbiamo acquisito dati per oltre 16 ettari . Conosciamo così bene Mont’e Prama che oggi se ci fosse una stampante 3D potremmo fare un modello realistico del sottosuolo senza scavare se non in alcuni punti come recitano le due convenzioni di La valletta del 1992 e di Faro . Ma io non riuscirò a vederlo.
Guardando ai prossimi anni, quale dovrebbe essere la direzione della ricerca su Mont’e Prama? Che cosa sarebbe necessario fare oggi per evitare che una parte delle informazioni ancora custodite nel sottosuolo vada perduta o rimanga inesplorata?
Si dia seguito alla proprietà intellettuale sacrosanta in campo scientifico e si allontanino le invidie e i saltatori su treno.
I Giganti hanno aperto una quantità di interrogativi che vanno oltre il singolo ritrovamento. Qual è, oggi, la domanda scientifica più importante che Mont’e Prama continua a porle?
Perché lì . Ma oggi (forse) lo so.
E, infine, al di là dei dati scientifici, c’è un’immagine o un momento di quella campagna di ricerca che, dopo dodici anni, è rimasto particolarmente vivo nella sua memoria?
C’era molto vento quel giorno. Una polvere che produceva una nube che ti entrava dentro l’anima e non ti faceva respirare. Chiamai i detenuti che tentavano di regolarizzare il terreno a trenta metri da me: Peppino , Marco, Tineddu, Angelo venite qui nel box a ripararvi. Non mi sentivano. Andai io da loro a chiamarli. Su venite a ripararvi ! No professore, no! Ma professore lo sa cosa è il vento per noi ? Non ci avevo mai pensato che ai detenuti mancasse il vento. È Il sapore della Libertà, mi dissero. Mi inginocchiai in mezzo a loro e mi sentii libero anch’io.
E arriviamo alla domanda più difficile, forse quella che riguarda non soltanto Mont’e Prama, ma il rapporto stesso tra una scoperta e il mondo che dovrebbe accoglierla. Copernico ha spostato la Terra dal centro dell’universo; la Riforma di Lutero ha messo in discussione un ordine religioso e culturale consolidato; Giordano Bruno, con la forza radicale del suo pensiero, ha oltrepassato i confini del sapere del suo tempo, pagando tragicamente il prezzo delle proprie idee.
La storia ci insegna che non sempre il mondo è pronto ad accogliere una scoperta quando questa non aggiunge semplicemente qualcosa al sapere esistente, ma mette in discussione ciò che credevamo di sapere. Da studioso che ha avuto il privilegio di “ascoltare” quel sottosuolo prima ancora che parlasse, quanto siamo davvero pronti — come studiosi e come comunità — ad accettare ciò che una nuova scoperta potrebbe costringerci a riscrivere?
Io ci tento ancora , ma non so se ci riuscirò. Non ho la forza di Galileo di abiurare e attendere 400 anni. Oggi, con tempi molto tristi, bisognerebbe che qualcuno iniziasse a fare un passo indietro!








