“L’uomo di Biserta” di Fabrizio Calvini (ed. Redaction, 2026), presentato a Roma nei giorni scorsi, è un romanzo non facilmente classificabile in un genere specifico, dal momento che mette insieme quella che apparentemente sembrerebbe una storia d’amore con il tema del viaggio, ma anche con il thriller e il mistero.
Come ha detto lo stesso autore, Fabrizio Calvini, durante la presentazione, il libro nasce dal “desiderio di raccontare qualcosa che mi sta a cuore e dal bisogno di rappresentare attraverso il viaggio i diversi stati d’animo di due persone che sono alla ricerca di qualcosa”.

Il tema della ricerca è certamente centrale nel racconto e può essere visto da diverse angolazioni: si tratta, infatti, come ha sottolineato l’autore, di una ricerca sia sincronica, se si prende come punto di riferimento il viaggio dell’eroe, che diacronica, se si pensa invece alla rielaborazione che il protagonista fa del proprio vissuto e alla sua ricerca interiore. L’analisi, infatti, è presente nel romanzo come ricerca di guarigione dalle ferite del passato.
I protagonisti della storia – Claudio, un autista prigioniero di un lavoro che detesta e che non gli dà nessuna prospettiva, e Reno, attore in rovina ormai dedito all’alcol – vengono attirati in Tunisia per un’avventurosa caccia ad un antico tesoro dall’enigmatico connazionale Fabio e dal ricco collezionista tunisino Mohamed Khalfini.
Per i due, frustrati da una relazione che si trascina da anni senza avere più molto da dire, il viaggio rappresenta un’avventura che potrebbe essere forse capace di scuoterli dal torpore e fargli trovare nuovi stimoli, ma ben presto si trovano coinvolti in una trappola legata al traffico illegale di reperti archeologici, su cui indaga El Ras, un ex prigioniero fondamentalista diventato capo della polizia.
Sullo sfondo c’è la Tunisia, che per i due personaggi rappresenta un “altrove”, quasi un mondo fantastico in cui trovare un rifugio o la redenzione, o in cui cercare una possibilità di riscatto da un’esperienza in Italia che li ha inariditi, ma scoprono invece di non avere uno scopo nella vita. In questo senso, le illusioni sono le vere protagoniste della storia: l’illusione del riscatto, oppure quella di avere trovato un tesoro o un amico.
La Tunisia e le atmosfere che il paesaggio evoca, non sono però solo uno sfondo, ma diventano protagoniste della storia, soprattutto nei momenti in cui sono legate all’introspezione e, di nuovo, alla ricerca. Gli eventi si svolgono nel periodo immediatamente successivo alla primavera araba, quando il paese e la sua popolazione sono essi stessi alla ricerca di una direzione: tutto è molto dinamico, le cose stanno cambiando e nessuno può prevedere quello che succederà al paese e alla sua gente.
In questo senso, la Tunisia è in netta contrapposizione alla staticità di Roma, che risulta essere spigolosa e grigia rispetto al clima di rinnovamento carico di nuove speranze che regna in Tunisia, dove anche una storia che ha dell’assurdo e dell’immaginifico diventa lecita.
L’autore fa vivere il personaggio-Tunisia anche grazie alla sua conoscenza del paese, che gli permette di fare continui richiami alla vita quotidiana, al cibo, agli usi e costumi locali, aiutando così il lettore ad immergersi nell’atmosfera del romanzo e a percepirla come viva e reale, anche se attraverso la lente dell’affabulazione e l’idea che dietro alle cose si nasconda sempre un mistero. I numerosi dialoghi che sono presenti nel romanzo, servono proprio – come ha sottolineato l’autore – a “raccontare” più che a “mostrare” e permettono al lettore di immergersi totalmente nella scena e seguirla come se fosse presente.
Nella continua ricerca di qualcosa è coinvolto anche Marwan, un altro personaggio fondamentale che vive tra il passato della Tunisia e il suo presente incerto. Nonostante abbia avuto successo nella vita, Marwan resta molto legato alla tradizione e si oppone alla volgarità che sente invece arrivare inesorabilmente con il cambiamento. Anche lui, come tutti i protagonisti di questo romanzo, è alla ricerca di qualcosa, forse del senso stesso della propria vita o di quella del paese in generale, ma alla fine si capisce che ciò che tutti cercano veramente è la felicità.
Marwan diventa una sorta di mediatore fra i due protagonisti, che restano distanti nonostante le esperienze che vivono. Claudio e Reno non sono mai stati chiari nel loro rapporto e quello che c’è fra loro non è mai stato espresso a parole. La natura della loro relazione si manifesta più nei loro gesti che nelle parole e proprio attraverso l’interpretazione di questi gesti il lettore riesce a capire ciò che c’è fra i protagonisti, forse più di quanto la capiscano loro stessi.
Il non detto, soprattutto fra i due protagonisti, resta comunque una presenza importante e nel vuoto che si viene a creare fra di loro si inseriscono gli altri personaggi, sia quelli reali che quelli non reali, come il sogno o la rielaborazione del passato, che li aiuterà a diventare qualcosa di diverso.
Non manca però nel romanzo anche la necessità di denunciare qualcosa, in questo caso la situazione degli omosessuali in Tunisia. Il contesto sociale che i protagonisti frequentano è in parte omosessuale, perciò è naturale che vengano sottolineati gli atteggiamenti repressivi dello stato, che ha leggi piuttosto dure nei confronti di questa comunità, ma anche dei locali, che vedono gli omosessuali in maniera molto diversa rispetto all’occidente.
Un’altra lettura che si può fare di questo romanzo è quella del percorso di viaggio: i protagonisti si muovono in luoghi diversi, alcuni volutamente nascosti dall’autore, ma altri facilmente riconoscibili, tanto da poter ricostruire alcuni dei percorsi fatti dai personaggi e far apparire il libro quasi come un’idea di itinerario di viaggio.
La Tunisia è sempre presente da protagonista, anche con i suoi numerosi siti archeologici, molti dei quali quasi sconosciuti al turismo di massa, ma che sono bellissimi e molto interessanti. L’elemento archeologico fa esso stesso parte del mistero e si inserisce in quella dicotomia sogno/realtà, passato/presente che permea tutto il testo, creando una sorta di opposizione, ma anche di sfida, come in una partita in cui non si sa chi vincerà.
La struttura portante del romanzo, ricca di descrizioni e di racconti molto precisi, risulta alleggerita dai dialoghi e dall’ironia che permea tutto il racconto, e che è risultata chiara dalle letture di alcuni brani del romanzo, fatte dalla giornalista Ilaria Restifo, che hanno inframezzato il dialogo con l’autore. Grazie proprio all’ironia, che permette di vedere il lato comico delle situazioni, si riesce a sorridere anche nelle circostanze più difficili e ad alleggerire la storia, che scorre catturando il lettore fino all’ultima pagina.
