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Medio Oriente: quale architettura di sicurezza?

Maria Laura PerilliBy Maria Laura Perilli31 Ottobre 2026Updated:31 Ottobre 2026Nessun commento9 Mins Read
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medio oriente, incontro a Diplomacy 2026
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Stavo cercando l’Europa e l’Europa non c’era

Festival della Diplomazia – Associazione Civita, Roma, 26 ottobre 2026

Il 26 ottobre 2026, nell’ambito del Festival della Diplomazia, si è tenuto presso la Sala Gianfranco Imperatori dell’Associazione Civita, in Piazza Venezia a Roma, il convegno «Medio Oriente: quale architettura di sicurezza?», promosso dall’Associazione Civita e dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), in collaborazione con Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma.

L’incontro ha riunito diplomatici, giornalisti, studiosi ed esperti di relazioni internazionali per analizzare le prospettive di stabilizzazione di un’area attraversata da conflitti, rivalità regionali e profondi mutamenti negli equilibri internazionali. Dopo i saluti introduttivi di Simonetta Giordani, segretario generale dell’Associazione Civita, sono intervenuti il giornalista Ugo Tramballi, l’ex ambasciatore Luca Giansanti, Karim Mezran dell’Atlantic Council e il professor Gabriele Natalizia della Sapienza Università di Roma. Il confronto, moderato da Caterina Roggero, ha affrontato le principali dinamiche geopolitiche del Medio Oriente, con particolare attenzione al ruolo di Israele, alla questione palestinese, all’Iran, alle monarchie del Golfo e agli equilibri del Nord Africa.

Cultura e geopolitica: comprendere le cause dei conflitti

Nel suo intervento introduttivo, Simonetta Giordani ha richiamato il valore della cultura quale strumento di conoscenza, inclusione e dialogo tra società diverse. L’arte, pur non potendo da sola salvare il mondo, può contribuire a comprendere le cause della violenza e a costruire connessioni tra comunità distanti. La geopolitica, in questa prospettiva, non può ridursi a una lettura superficiale degli avvenimenti, ma deve rappresentare uno strumento di analisi dei rapporti di potere che si sviluppano nello spazio geografico globale.

La cultura assume dunque un ruolo importante anche nella comprensione delle relazioni internazionali: conoscere le identità, le memorie e le sensibilità dei popoli significa disporre di strumenti ulteriori per interpretare le tensioni e favorire il dialogo.

Israele, Palestina e la prospettiva di una sicurezza regionale

Il primo intervento, affidato al giornalista Ugo Tramballi, ha posto al centro il ruolo di Israele e le conseguenze dell’escalation militare seguita agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. L’ipotesi di una nuova architettura di sicurezza regionale è apparsa, nella lettura proposta, come un obiettivo ancora lontano, più vicino a una prospettiva auspicabile che a una possibilità concretamente realizzabile nel breve periodo.

La superiorità militare israeliana e il ricorso alla deterrenza non sembrano, da soli, sufficienti a garantire una stabilità duratura. Al contrario, l’assenza di una soluzione politica condivisa rischia di alimentare ulteriormente le tensioni. Particolarmente significativa è la questione palestinese, che continua a rappresentare uno dei nodi centrali di qualsiasi progetto di pace. Senza un percorso politico credibile e senza prospettive concrete per il futuro dei palestinesi, appare difficile immaginare un ordine regionale realmente stabile. Le dinamiche della politica interna israeliana e le posizioni sino ad ora sostenute da Netanyahu  costituiscono, in questo quadro, ulteriori elementi di complessità per la ripresa di un processo negoziale.

medio oriente, incontro a Diplomacy 2026
Sala Gianfranco Imperatori dell’Associazione Civita, in Piazza Venezia a Roma, il convegno «Medio Oriente: quale architettura di sicurezza?

Stati Uniti, Iran e competizione tra le grandi potenze

Nel suo intervento, il professor Gabriele Natalizia ha approfondito il progressivo mutamento del ruolo degli Stati Uniti nello scenario internazionale. Washington è sempre più impegnata nella competizione strategica con la Cina, in particolare nell’area indo-pacifica, e potrebbe quindi incontrare crescenti difficoltà nel continuare a svolgere il ruolo di garante principale della sicurezza mediorientale. Questa prospettiva pone i partner regionali di fronte alla necessità di ripensare le proprie strategie, diversificare le alleanze e acquisire maggiori margini di autonomia, senza poter contare esclusivamente sulla protezione americana.

Uno dei nodi più delicati rimane il programma nucleare iraniano, strettamente connesso agli equilibri regionali e alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico mondiale.

La questione nucleare non può essere considerata separatamente dalla più ampia competizione regionale. Gli attacchi israeliani contro l’Iran del giugno 2025 e il successivo intervento militare statunitense contro installazioni nucleari iraniane hanno evidenziato quanto sia fragile l’equilibrio tra deterrenza, sicurezza e rischio di escalation. In questo contesto, una soluzione diplomatica richiederebbe un accordo articolato, fondato su garanzie reciproche, verifiche internazionali efficaci e un sistema di controllo del programma nucleare iraniano. Il monitoraggio internazionale dell’arricchimento dell’uranio potrebbe costituire uno degli elementi di un eventuale percorso negoziale, pur in presenza di ostacoli politici e strategici considerevoli.

Mentre gli Stati Uniti devono confrontarsi con i costi e i rischi del proprio coinvolgimento militare, la Cina cerca di rafforzare la propria posizione diplomatica e di accreditarsi come interlocutore regionale. Resta tuttavia da verificare quanto questa capacità di mediazione possa tradursi in un contributo concreto e duraturo alla stabilità.

Le monarchie del Golfo e la ricerca di nuovi equilibri

L’ex ambasciatore Luca Giansanti ha approfondito il ruolo delle monarchie del Golfo, sempre più interessate a preservare la stabilità regionale per proteggere gli investimenti, le infrastrutture e i propri programmi di sviluppo economico. Un passaggio significativo è rappresentato dal riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, favorito nel 2023 dalla mediazione cinese. Quell’iniziativa aveva alimentato le aspettative di una possibile distensione, mostrando come la diplomazia potesse aprire spazi di dialogo anche tra attori caratterizzati da profonde rivalità.

I Paesi del Golfo hanno progressivamente cercato di diversificare le proprie relazioni internazionali, rafforzando i rapporti con partner differenti per ridurre le vulnerabilità strategiche e ampliare i margini di manovra. In questo scenario, l’Arabia Saudita punta a consolidare la propria autonomia diplomatica e a diversificare le partnership, mentre gli Emirati Arabi Uniti perseguono una politica estera più assertiva, mantenendo aperti canali di cooperazione con Israele. Emergono così strategie differenti, ma accomunate dall’esigenza di contenere l’instabilità e di garantire condizioni favorevoli allo sviluppo economico.

Il Nord Africa e la dimensione mediterranea

Karim Mezran ha ampliato l’analisi alla regione nordafricana, evidenziando le rivalità e le relazioni di interesse che coinvolgono Algeria, Egitto, Marocco ed Emirati Arabi Uniti. Il Nord Africa non costituisce un contesto separato dalle dinamiche mediorientali, ma rappresenta uno spazio nel quale si intrecciano competizione politica, interessi economici e strategie di influenza, con possibili ripercussioni sugli equilibri del mondo arabo. In questo quadro assume particolare rilievo anche la Turchia, protagonista di una politica estera che si estende dal Mediterraneo al Corno d’Africa.

Le sue iniziative diplomatiche, economiche e strategiche contribuiscono a rendere ancora più articolato il sistema delle relazioni regionali. La dimensione mediterranea e nordafricana conferma, quindi, che le crisi del Medio Oriente devono essere lette all’interno di una rete più ampia di interessi, alleanze e rivalità, che coinvolge anche attori esterni alla regione.

Verso una nuova architettura di sicurezza

Il confronto ha messo in luce un elemento fondamentale: Israele, Palestina, Iran, monarchie del Golfo e Nord Africa non possono essere analizzati come realtà isolate se si vogliono comprendere le cause profonde dell’instabilità mediorientale. Le crisi locali si influenzano reciprocamente e si intrecciano con la competizione tra le grandi potenze, la sicurezza energetica, gli interessi economici e le aspirazioni politiche degli attori regionali. La costruzione di un ordine più stabile richiede pertanto una strategia che non si fondi esclusivamente sulla deterrenza militare o sulla cooperazione economica, ma che affronti anche le questioni politiche rimaste irrisolte.

Senza un confronto credibile sulle controversie territoriali, sulla questione palestinese e sulle garanzie di sicurezza reciproca, ogni tentativo di stabilizzazione rischia di rimanere incompleto. A questa dimensione politica ed economica si affianca quella culturale.

La protezione del patrimonio storico e artistico, soprattutto nei contesti di conflitto, non rappresenta un elemento secondario, ma una componente della tutela delle identità collettive e della possibilità di ricostruire relazioni tra comunità. In tale prospettiva assumono particolare importanza la Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato e la Convenzione UNESCO del 1972 sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale.

Il rispetto di questi strumenti internazionali richiama gli Stati alle proprie responsabilità e sottolinea che la tutela del patrimonio culturale non può essere separata dal rispetto del diritto internazionale. Una pace duratura non può nascere soltanto dall’equilibrio delle forze: richiede diplomazia, cooperazione, responsabilità internazionale e attenzione alle dimensioni culturali e umane dei conflitti. È anche da questa consapevolezza che può prendere forma una nuova architettura di sicurezza per il Medio Oriente e per il mondo intero.

Da non sottovalutare il grande assente: l’Europa.

Un’Europa che oggi sembra non avere un ruolo incisivo ai tavoli in cui si decidono gli equilibri del Medio Oriente e che, forse, non è mai riuscita davvero a conquistare una posizione politica autonoma e riconosciuta sul piano internazionale. Ma perché? La questione merita una riflessione che va oltre le contingenze geopolitiche. L’Europa è nata come Comunità economica e ha progressivamente costruito la propria identità intorno all’integrazione dei mercati, alla cooperazione commerciale e agli interessi economici comuni. Forse ha pensato, e  continua a pensare, che le dinamiche economiche possano rappresentare il collante sufficiente per tenere insieme popoli e nazioni.

L’economia è certamente uno strumento fondamentale di cooperazione e di stabilità, ma non può essere il fondamento esclusivo di un’identità politica. Prima degli interessi economici dovrebbe esserci una condivisione di valori, una visione comune, un accordo di intenti che nasca da alleanze umane e culturali. Non si costruisce una vera comunità politica soltanto mettendo in relazione economie diverse: occorre riconoscersi in una storia, in una cultura, in principi condivisi e nella volontà di assumersi insieme delle responsabilità.

Forse è proprio questa la fragilità europea: aver costruito un’importante architettura economica senza riuscire,nel contempo, a darle una corrispondente forza politica, diplomatica e, soprattutto, culturale. E senza una reale unità di intenti, l’Europa fatica a parlare con una voce sola e a essere riconosciuta come un interlocutore autorevole nelle grandi crisi internazionali. La crisi mediorientale ci restituisce questa evidenza.

Non basta essere un grande mercato, un importante partner commerciale o un generoso finanziatore degli aiuti umanitari per incidere nella costruzione di un nuovo ordine internazionale. Occorre anche essere portatori di una visione, capaci di costruire relazioni di fiducia e di esercitare una diplomazia che abbia radici in una comune identità. Non si costruisce una comunità politica soltanto attraverso gli interessi che uniscono i mercati, ma attraverso i valori, la cultura e la visione del mondo che uniscono i popoli.

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Maria Laura Perilli

Maria Laura Perilli, nata a Roma il 1° maggio 1982, è giornalista pubblicista dal 2011, gallerista d'arte, curatrice e talent scout dal 2007. Si dedica alla valorizzazione dei giovani talenti e delle diverse espressioni artistiche contemporanee, dalla pittura e scultura alle nuove produzioni tecnologiche. Si occupa di internazionalizzazione dell’arte, con particolare attenzione al Mediterraneo, al Maghreb e alla Cina. Nel corso della sua carriera ha collaborato con oltre 140 artisti. È laureata in Conservazione dei beni culturali e ambientali e in Giurisprudenza. Ha approfondito le dinamiche economiche e giuridiche del mercato dell’arte. È autrice del volume Arte contemporanea del Maghreb. Rapporti vecchi e nuovi con l’Europa, edito da De Luca. Il libro è stato realizzato con il sostegno della Fondazione Mediterraneo ed è presente presso la Smithsonian Institution. La sua attività curatoriale promuove il dialogo tra culture, territori e linguaggi artistici. Si occupa inoltre di figurazione concettuale e ricerca sulle nuove tendenze dell’arte contemporanea.

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