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Giorgio Melis se n’è andato dopo una lunga e durissima malattia, non senza aver lottato “con il coltello in mezzo ai denti”, esattamente come trattava il suo lavoro. Sempre pronto alla risata, al buonumore con i colleghi e i ragazzi, che con lui e da lui, hanno imparato a farsi dominare dalla passione per la scrittura.

Mi aveva chiamato a lavorare a L’altra voce, nel 2006 giornale all’avanguardia in Sardegna. Mi chiamò direttamente lui, voleva evidentemente testare la persona anche dalla voce. Emozionato come un ragazzino, iniziai a fare quello che avevo sempre sognato, con una squadra di lavoro eccezionale. Si può dire che tutti quelli che sono passati dalla redazione di Castello, hanno poi saputo costruire qualcosa di valido nella loro vita professionale. Ecco, ci ha contagiato la passione che io metto ogni volta nel lavoro di questo giornale, che lui conosceva e apprezzava.

“Sono stato il primo sardo del dopoguerra ad essere iscritto all’Ordine dei giornalisti”, raccontò in una delle riunioni di redazione, e proprio nel febbraio 2015 ha festeggiato i suoi cinquant’anni di professione. Una carriera piena di soddisfazioni e difficoltà, una persona elegante e dura allo stesso tempo, che non aveva mai avuto paura di indagare e mettere in luce le bassezze della politica, sarda e nazionale. Dalla Nuova all’Unione, dal Corriere a Repubblica, senza mai arretrare dal suo metodo: controllo delle fonti e cercare la notizia dove nessuno guarda; costruire uno scoop da un trafiletto dimenticato di un quotidiano.
I suoi editoriali più profondi restano forse quelli della sua creatura, non più replicabile, come tutti i lavori originali, L’Altra voce, dove io, e tanti amici, hanno avuto la fortuna di incontrarlo.

Grazie

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