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Tenutosi il 30 giugno scorso, il convegno, dal titolo “Alle Radici del Vino Sardo: Viticoltura e Vinificazione nell’Età Nuragica”, si è tenuto presso la sede di Epulae a Capoterra, alla presenza di un ampio pubblico e di un parterre di esperti di assoluto rilievo. L’evento organizzato da Assoenologi Sardegna ed Epulae, accademia internazionale per la formazione e la promozione della cultura enogastronomica e dell’analisi sensoriale degli alimenti, in collaborazione con Agenzia Agris e l’associazione “La Sardegna verso l’Unesco”, è stato un vero e proprio viaggio nel tempo, conducendo il pubblico alla scoperta delle origini millenarie della viticoltura e dell’enologia sarda

Durante la giornata di martedì 17 giugno, presso la storica sala di Forcella, è stata presentata la programmazione della prossima stagione al Trianon, il teatro della Canzone Napoletana, durante una conferenza stampa, organizzata da Paolo Animato, direttore dell’ufficio stampa, tenuta da Marisa Laurito, direttore artistico della storica struttura gestita dalla Fondazione Trianon Viviani, ed altri esponenti di spicco, tra cui Gianni Pinto, presidente della fondazione stessa.

Riguardo alle origini del vitigno Nasco va riconosciuto che non sono del tutto certe, di fatto però non sono poche le tesi che portano a sostenere si tratti di una delle varietà a bacca bianca più antiche della Sardegna, come sostenuto da Carlo Zucchetti. Per quanto la provenienza sia piuttosto misteriosa, secondo alcuni studiosi il Nasco sarebbe giunto sull’isola direttamente dalla Grecia portato dai navigatori Fenici, mentre altri vorrebbero sia una cultivar viticola importata dagli Antichi Romani, presso i quali era già noto e molto apprezzato per le proprietà che conferiva al vino prodotto dalle sue uve. L’ipotesi più accreditata è che il Nasco sia un ecotipo e quel che è certo è che l’uva Nasco è stata riconosciuta autoctona a tutti gli effetti.

Il Lacrymanera è un uvaggio di Piedirosso, Sciascinoso e Aglianico coniugati a seconda dell’annata e tradotti in un modello enologico sostenibile e che intende riproporre, attraverso la conoscenza e l’attenzione verso tutti i processi produttivi, un vino artigianale e di grande aderenza al territorio. Fermentazione spontanea con l’uso del pied de cuve e macerazione per circa un mese, poi un anno in vasca d’acciaio, decantazione per gravità e imbottigliamento.

La già famosa ciliegia di Bracigliano è diventata IGP e dal 30 gennaio 2023 rientra nell’elenco delle eccellenze agroalimentari della regione Campania. Ci si auspica una ricaduta positiva sul territorio in termini di preservazione del paesaggio, di sostenibilità ambientale e di indotto occupazione.

Il vino deve poter tornare anche alla sua dimensione di alimento. La morigeratezza è un sano atteggiamento che va adottato sia nel bere che nel parlare del vino, che fortunatamente non ha bisogno di certi paladini e continuerà ad essere la parte intellettuale di un pranzo, come sosteneva Alexandre Dumas